La recente pubblicazione dell’IDF – le Forze di Difesa Israeliane – rappresenta molto più di un semplice “meme istituzionale” o un tentativo goffo di inserirsi in un trend virale: è l’ennesima manifestazione di una tendenza inquietante e distopica, in cui l’estetizzazione della guerra diventa strumento per renderla accettabile, addirittura desiderabile. Le immagini pubblicate ricalcano lo stile unico e poetico di Studio Ghibli, riconosciuto in tutto il mondo per le sue opere che rifiutano la glorificazione della guerra e mostrano, con delicatezza e forza, le sue devastanti conseguenze sull’umanità e sul mondo naturale. Hayao Miyazaki, il fondatore del celebre studio giapponese, ha sempre espresso un netto rifiuto nei confronti del militarismo, in particolare quello giapponese imperialista, e ha dedicato molte delle sue opere a riflettere sulle ferite che la guerra lascia negli individui e nelle società.
Che l’IDF possa appropriarsi di questa estetica per propagandare la propria immagine nel contesto di una campagna militare che ha causato decine di migliaia di vittime civili palestinesi non è solo un’azione ipocrita, ma un vero e proprio atto di profanazione culturale e simbolica. È come se un salmo sacro, una lode coranica o un versetto evangelico venisse recitato con tono e ritmo impeccabili… ma al servizio del male. È l’appropriazione di un’estetica intrisa di pace, bellezza e compassione, per rivestire e legittimare il male.
Orwell e l’estetizzazione della distopia: quando la guerra si fa bella
In “1984”, George Orwell ci ha lasciato un avvertimento eterno su cosa accade quando la verità viene manipolata dal potere. Il suo concetto di “doppio pensiero” – l’abilità di mantenere due idee contraddittorie come vere allo stesso tempo – trova perfetta applicazione in questo atto propagandistico: si celebra l’estetica pacifista e antimilitarista di Ghibli mentre si perpetra una guerra disumanizzante contro una popolazione assediata. Il paradosso è spinto oltre ogni limite: “La guerra è pace”, “la libertà è schiavitù”, “Ghibli è IDF”.
Questa non è semplice ironia, ma un segno dei tempi in cui viviamo, in cui l’intelligenza artificiale e il capitalismo dell’attenzione sono impiegati per produrre contenuti capaci di sovvertire il significato stesso delle immagini. Un’estetica che un tempo era sinonimo di sogno, malinconia, contemplazione, viene svuotata della sua anima e rianimata come un corpo senza spirito – uno zombie. Ma non un semplice morto vivente: è un corpo posseduto, come suggerisce l’utente che commenta l’immagine, da un demone ideologico, lo spirito del sionismo coloniale, suprematista, razzista, che ha bisogno di costanti giustificazioni per perpetuare la propria violenza sistemica.
Studio Ghibli è, in un certo senso, un simbolo archetipico della bellezza che nasce dalla fragilità, della forza che nasce dalla compassione. Usare la sua estetica per promuovere uno dei più potenti eserciti del mondo – mentre si schiaccia una popolazione civile senza difese – è un atto simile alla creazione di un Golem: una forma apparentemente affascinante ma vuota, senza spirito, capace di compiere atti devastanti. E in questo caso, il Golem non è stato creato per proteggere gli innocenti, ma per distruggere la verità.
L’utilizzo di immagini create con intelligenza artificiale simula l’estetica “soft” e “umanizzante” dello Studio, ma in realtà genera un effetto sinistro: si cerca di far apparire come normali – addirittura carine – le forze che commettono crimini di guerra. In un mondo ipermediato, dove l’immagine vale più della realtà, questo è un atto pericolosissimo: se riesci a far sembrare la guerra un film di Ghibli, puoi farla accettare, e persino applaudire, a una generazione che è cresciuta con Totoro e Chihiro.
Fortunatamente, la reazione da parte della comunità internazionale – in particolare da parte di utenti giapponesi su Twitter – è stata ferma e indignata. Molti hanno sottolineato come Miyazaki stesso avrebbe detestato l’uso della sua arte per simili scopi, e che questa appropriazione rappresenta un oltraggio alla sua filosofia. È un esempio cruciale di come le comunità online possano ancora agire come anticorpi morali, smascherando la propaganda e riaffermando il significato autentico delle opere culturali.
La Palestina oggi è diventata un campo di battaglia anche simbolico. Non solo viene negata fisicamente, distrutta nella sua terra, nei suoi corpi, nelle sue infrastrutture, ma anche simbolicamente: ogni tentativo di dare voce, significato e dignità al popolo palestinese viene aggredito, ridicolizzato, sovvertito. In questo senso, la lotta per la Palestina è anche una lotta per la verità, per il significato, per la possibilità stessa di distinguere tra bellezza e orrore, tra pace e guerra, tra Ghibli e IDF.
Il simbolo del Profeta contro l’idolo dell’Impero
In una visione più spirituale e profonda, questo evento rappresenta la dicotomia tra il messaggio profetico e l’idolatria del potere. I profeti – da Mosè a Gesù, da Muhammad a quelli dimenticati – hanno sempre portato un messaggio di giustizia, verità, difesa degli oppressi e sfida ai faraoni del tempo. La propaganda dell’IDF, usando l’estetica Ghibli, rappresenta un tentativo di trasformare un’icona profetica in un idolo del potere. È come se il suono sacro di una salat o di una mishnah venisse recitato con voce soave, ma con l’intento di giustificare un massacro.
Questa è l’essenza dell’anticristo: non la semplice brutalità, ma la capacità di apparire bello, giusto, affascinante – mentre è il portatore del male. In questa distorsione, la propaganda israeliana si traveste da poesia, da nostalgia, da sogno animato… mentre sotto le immagini brillanti e dai colori pastello scorre il sangue dei bambini di Gaza.
La questione palestinese non è più confinata a un conflitto regionale. È diventata lo specchio del nostro tempo: un’epoca in cui il colonialismo si reinventa attraverso il linguaggio dei diritti umani, in cui il genocidio si copre di immagini dolci, in cui l’orrore viene venduto come content. L’uso dell’estetica Ghibli da parte dell’IDF è uno dei segnali più chiari che stiamo assistendo non solo a una guerra di distruzione, ma a una guerra per l’anima dell’umanità.