Immaginiamo un ricercatore seduto tra faldoni di comunicati, interviste contraddittorie e immagini che non si lasciano guardare a lungo. Il suo compito non è persuadere, ma comprendere la natura dell’azione del 7 ottobre come atto di “resistenza” e non di “terrorismo”. È una cartografia di argomenti, non un’adesione: vedere i fatti per come sono in modo trasparente e contestuale.
Anticolonialismo e scopi dichiarati
Il primo mattone è il quadro anticoloniale. Confrontando il caso palestinese a precedenti storici che, col senno di poi, hanno ottenuto legittimità politica il quadro di una guerra di liberazione diviene intellegibile: il FLN in Algeria e l’ala armata dell’ANC in Sudafrica. In questa analogia, la violenza viene inscritta nella curva storica che va dalla clandestinità alla statualità: il FLN che conduce la guerra d’indipendenza contro la Francia, l’ANC che, dopo la chiusura dei canali pacifici, istituisce Umkhonto we Sizwe (lo “Spear of the Nation”) come braccio armato. I fatti descritti vanno oltre l’analogia: se ieri si disse “terrorismo” e oggi si dice “liberazione”, allora anche qui pare che ci troviamo nella fase del pre-riconoscimento. È un quadro interpretativo potente, supportato da storie ormai canoniche e da sintesi enciclopediche accessibili, che ricordano cosa furono FLN e Umkhonto we Sizwe e perché nacquero.
Il secondo mattone riguarda intenzioni e scopi dichiarati. Secondo le dichiarazioni ufficiali di Hamas, l’operazione mirava a obiettivi militari e a catturare personale con valore di scambio, non a massacrare civili; la presa di ostaggi sarebbe stata concepita come leva per liberare detenuti palestinesi, in continuità con prassi di scambio già viste in guerre asimmetriche (l’esempio che torna più spesso è lo scambio del 2011 per Gilad Shalit). I fatti, così costruiti, riconducono la cattura di persone all’interno di una logica “militare” e strumentale. Qui – tuttavia – urta immediatamente il diritto: nel diritto internazionale umanitario la presa di ostaggi è categoricamente proibita, a prescindere dallo scopo dello scambio. Lo affermano il Comune Articolo 3 delle Convenzioni di Ginevra e la IV Convenzione, e la consuetudine IHL lo qualifica come crimine di guerra. In altre parole: che lo si dica “ostaggio” o “prigioniero di scambio”, la norma non ammette eccezioni in base al fine. La narrativa della resistenza, per reggere, deve quindi o negare la qualifica giuridica di “ostaggio” o contestare i fatti (chi è stato preso, dove, in che condizioni) facendo appello alla natural della guerra asimmetrica e alla situazione di rischio di annichilimento per mano dell’occupazione sionista. Il secondo mattone in breve è quello della “logica del prezzo”: l’idea che, di fronte a migliaia di detenuti palestinesi nel sistema carcerario israeliano, inclusi minori, la cattura di israeliani sia l’unico mezzo efficace per ottenere scambi, come nel precedente Shalit, quando un soldato fu scambiato con oltre mille prigionieri. È un precedente reale, spesso citato per sostenere che la cattura non solo è razionale ma necessaria nella dialettica asimmetrica.
Bersagli e ultima risorsa
Il terzo mattone è la distinzione dei bersagli. In particolare appare rilevante il carattere militarizzato di parte degli spazi colpiti — basi, avamposti, insediamenti con presenza armata e persino i kibbutz irti di combattenti israeiani armati con fucili d’assalto e altri armamentiari — e, di conseguenza, sulla legittimità di colpire chi verrebbe considerato combattente o partecipe diretto alle ostilità. È un punto cruciale, perché nella guerra irregolare le categorie sfumano, e basta spostare di poco i confini tra “civile”, “colono armato”, “riservista”, “polizia” per cambiare l’intera valutazione morale e legale. Israele ha denunciato fin da subito attacchi a civili in quanto tali, ricordando che distinzione e proporzionalità sono colonne non derogabili. Qui non basta la retorica: le inchieste e le analisi indipendenti dal 7 ottobre 2023 hanno mostrato inventari puntuali, tempi, luoghi, profili delle vittime mostrando che almeno la meta’ di esse era membro attivo delle forze israeliane IDF. A questo si sommano le vittime uccise da Israele stesso in seguido all’attuazione da parte del regime di Tel Aviv della direttiva Annibale, di cui parleremo fra poco.
Quarto mattone: il caos operativo e le “ammissioni controllate”. Alcuni portavoce di Hamas – anche interprellati dal nostro quotidiano come nell’intervista con Bassem Naim – hanno qualificato il 7 ottobre come “ultima risorsa” dopo il fallimento dei canali diplomatici, e in varie interviste hanno affiancato la rivendicazione politica a formule di riconoscimento di “errori” o “deviazioni” dal piano, spesso scaricati su carenze di controllo, risorse limitate o su elementi non disciplinati che si sarebbero infiltrati tra i gruppi d’assalto. Questo quadro difende l’intento — presentato come militare — dalle conseguenze non conformi, imputandole al disordine della battaglia. Ma è anche un’arma a doppio taglio: se ci sono stati errori sistemici, la responsabilità di comando non scompare. In termini documentari, le affermazioni esistono e sono pubbliche; resta controverso se descrivano la realtà dei fatti in quanto spetta ad un attore indipendente convalidare tutte le affermazioni e la loro attuazione sia da parte palestinese che israeliana. In parte siamo giunti a questo con il giudizio del novembre 2024 della CPI che ha chiesto l’arresto di alcuni membri della leadership di Hamas e figure apicali del governo Israeliano come Netnayahu e Gallant.
La direttiva Hannibal e la psicopolitica dell’asimmetria
Quinti mattone: la contro-violenza e la dottrina nemica. Qui parliamo della direttiva “Hannibal” sopra menzionata, una procedura dell’IDF — risalente agli anni Ottanta e in varie forme riformulata e poi revocata — che autorizza l’uso della forza per impedire rapimenti anche a rischio della vita del rapito. Elementi di tale procedura o prassi affini sono stati attivati il 7 ottobre – anche a detta di ammissioni da parte della leadership militare israeliana – e quest spiegherebbero una porzione di morti tra israeliani (civili e non) come fuoco amico o come “effetti collaterali” della risposta per bloccare i trasferimenti oltre il confine. È un argomento altamente sensibile, perché è storicamente documentata (la procedura, le sue revisioni, la controversia pubblica), e le scelte operative specifiche di Israele della giornata del 7 ottobre che sono state oggetto di inchieste giornalistiche e di contestazione politica in Israele hanno confermato i fatti oltre ogni ombra di dubbio legittimo. La versione più forte di questo argomento consiste in prove granulari (ordini, tracciati, fuoco su veicoli in fuga). Le varie inchieste riferiscono ordini durissimi dati in tempo reale (“nessun veicolo deve rientrare a Gaza”) e testimonianze su fuoco massiccio nelle aree di confine con apache e carri armati.
Il sesto mattone è la psicopolitica dell’asimmetria. Un colpo di scena dirompente deriva dal fatto che l’unico modo per “riportare la Palestina sul tavolo” sarebbe stato il 7 ottobre, per spezzare uno status quo percepito come irreversibile e costringere gli attori esterni a ri-mettere in conto un negoziato. È l’argomento della funzione politica dell’azione: il costo umano — tragico ma “inevitabile” — rientra nella brutalità intrinseca delle lotte di liberazione che la storia “poi” giudicherà. Ed è qui che, un anno dopo, molti organismi internazionali hanno parlato di orrori speculari e richiesto accertamento di responsabilità da entrambe le parti, ricordando che la distinzione tra civili e combattenti non è negoziabile per nessuno.
Tirando le fila, una difesa coerente della tesi “resistenza, non terrore” si regge su quattro prove: il fatto che l’azione si inquadri dentro precedenti di liberazione nazionale; ricordare l’intenzione militare selettiva con obiettivo di scambio da parte di Hamas; attribuire le uccisioni di civili a errori, caos o a fuoco avversario; sostenere la necessità politica di uno shock.
La cornice storica potrebbe non bastare se i mezzi violano in modo flagrante norme ius in bello. Tuttavia, i fatti sulle procedure israeliane (occupazione, Direttiva Hannibal e crimini di guerra genocidari) rimangono al contempo confermate.
Se l’obiettivo è “capire tutto”, allora l’onestà intellettuale impone due lavori paralleli: da un lato, leggere senza pregiudizio i testi e le interviste in cui i dirigenti di Hamas definiscono scopi e limiti dell’azione, persino quando parlano di “errori” o “ultima risorsa”; dall’altro, confrontare quelle affermazioni con standard giuridici non negoziabili e con dossier indipendenti su vittime, luoghi, tempi, ordini impartiti. Solo nella frizione tra queste due mappe — la mappa della giustificazione e la mappa della prova — si vede davvero come funziona una difesa che le masse chiamano “resistenza” mentre la componente politica filo-sionista affiliata agli USA e a sua volte alla linea dell’AIPAC, con ragioni spesso prive di contesto storico e politico, chiamano “terrore”.
Nota su fonti chiave citate nel testo: principi IHL su ostaggi (ICRC; Convenzioni di Ginevra); analogie storiche (voci enciclopediche su FLN e Umkhonto we Sizwe); condanne ONU degli attacchi ai civili (OHCHR); ricostruzioni giornalistiche sulla procedura “Hannibal” e sul 7 ottobre (Haaretz).



