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Inchiesta su finanziamenti ad Hamas, il Tribunale libera tre arrestati: l’impianto della procura non regge

by Redazione
Gennaio 19, 2026
in Israele, Palestina, Prima Pagina
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La decisione del Tribunale del Riesame di Genova di disporre la scarcerazione di tre dei sette attivisti arrestati il  27 dicembre rappresenta un passaggio tutt’altro che marginale nell’inchiesta che ipotizza l’esistenza di una presunta “cellula italiana di Hamas”.

A essere rimessi in libertà sono Raed Salahāt, Khalil Abu Deiah e Adel Abu Rawā’, mentre per Mohammad Hannoun, Raed Dawoud, Yasser Al-Assali e Riyad Al-Bustanji il Tribunale ha confermato la custodia cautelare in carcere, ma con riserva, una formula giuridica che segnala come la valutazione non sia affatto definitiva.

Un dato giuridico che pesa

Nel dibattito pubblico che ha accompagnato l’operazione giudiziaria, la decisione del Riesame viene spesso presentata come un semplice “bilanciamento” tra posizioni diverse. In realtà, dal punto di vista del diritto processuale penale, la scarcerazione di quasi metà degli indagati costituisce un segnale chiaro di insufficienza del quadro indiziario almeno per una parte rilevante dell’impianto accusatorio.

Il Tribunale del Riesame non giudica il merito del processo, ma valuta se sussistano: gravi indizi di colpevolezza, esigenze cautelari concrete e attuali, proporzionalità della misura restrittiva.

Quando una misura così afflittiva come il carcere viene revocata, significa che uno o più di questi requisiti non sono stati ritenuti adeguatamente dimostrati.

L’accusa e il nodo delle prove

L’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia si fonda sull’ipotesi che alcune associazioni benefiche attive in Italia abbiano finanziato Hamas sotto la copertura di attività umanitarie. In questo contesto, Mohammad Hannoun, attivista palestinese, viene indicato come figura centrale dell’organizzazione.

Nel corso dell’udienza davanti al Riesame – durata oltre dieci ore – i legali della difesa e lo stesso Hannoun hanno contestato in modo articolato: l’assenza di prove dirette di finanziamento illecito, la riconducibilità delle attività svolte a beneficenza reale e documentata, la natura e l’origine delle fonti di prova, in larga parte basate su materiali provenienti da apparati di intelligence israeliani.

Dal punto di vista giuridico, questo aspetto è cruciale. Il processo penale italiano richiede che le prove siano verificabili, contestabili e sottoposte al contraddittorio. Documenti di intelligence straniera, per loro natura coperti da segreto e prodotti in contesti politici e di sicurezza, pongono interrogativi seri sulla loro tenuta probatoria in un’aula di giustizia.

In attesa delle motivazioni 

Le motivazioni della decisione saranno depositate entro trenta giorni. Solo allora emergerà con chiarezza quali parti dell’impianto accusatorio sono state ritenute deboli e su quali aspetti il Tribunale ha espresso maggiori perplessità. Da quanto trapela da fonti vicine al processo sembra che i giudici abbiano considerato difficilmente utilizzabile il dossier elaborato dai servizi israeliani. 

Un processo dall’esito per nulla scontato 

Una volta depositate le motivazioni, i legali degli indagati ancora detenuti – tra cui Hannoun, attualmente recluso nel carcere di Terni – presenteranno ricorso ma al di là degli esiti processuali, un dato è già evidente: l’inchiesta non poggia su un impianto granitico. Le scarcerazioni disposte dal Riesame indicano che la narrazione di una rete strutturata e unitaria regge con difficoltà alla prima verifica giurisdizionale.

In uno Stato di diritto, la lotta al terrorismo non può prescindere dal rispetto delle garanzie fondamentali e dal rigore probatorio. Il processo che si apre dovrà dimostrare se le accuse reggeranno al vaglio del dibattimento o se le decisioni di oggi rappresentano il primo passo verso uno smontaggio progressivo dell’impianto accusatorio.

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