Sabato sera, a Milano, la Procura ha disposto il fermo di Youssef Siher, ricercatore trentenne, italiano di seconda generazione, nato nel Bresciano. È considerato l’ideatore della pagina Instagram e del canale Telegram “Movimento 17 ottobre”. Le accuse sono pesantissime: istigazione a delinquere, violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche e, soprattutto, terrorismo. Anche sua moglie è indagata per gli stessi reati.
I disordini e i saccheggi che hanno colpito il centro di Milano il 17 e il 18 ottobre sono fatti gravi. Nessuno di noi intende giustificarli. Proprio per questo bisogna guardare con lucidità a quello che, stando a ciò che è stato reso pubblico, viene contestato a Youssef. Ne viene fuori un impianto accusatorio che non regge.
Primo: il terrorismo senza organizzazione. Secondo la stessa ricostruzione degli inquirenti riportata dall’ANSA, dietro il “Movimento 17 ottobre” non ci sono Stati, reti o organizzazioni. Ci sono soltanto Youssef e sua moglie, amministratori di una pagina social. Si contesta un’associazione con finalità di terrorismo a una coppia di coniugi che gestisce un profilo Instagram. È difficile immaginare uno stravolgimento più evidente delle categorie del diritto penale.
Secondo: nessun legame con gli scontri. Le agenzie riferiscono che allo stato non risultano collegamenti diretti tra Youssef e gli autori dei disordini. L’accusa si regge quindi su ciò che ha scritto, non su ciò che altri hanno fatto.
Terzo: che cosa ha scritto. Ha invitato alla «mobilitazione permanente ogni sabato, fino alla caduta di questo governo ladro». Ha citato un opuscolo circolato in Egitto nel 2011, durante la Primavera araba, e ha evocato le proteste francesi. È linguaggio politico radicale, che si può non condividere e criticare. Ma se chiedere la caduta di un governo in piazza diventa terrorismo, allora è terrorismo una parte rilevante della storia democratica di questo Paese. E diventa sospetto chiunque abbia letto o citato i testi delle rivolte arabe, cioè di quelle stesse rivolte che l’Occidente salutava come una primavera.
Quarto: un reato nato dopo i fatti. Tra le accuse c’è la “violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche”, introdotta dal decreto sicurezza appena entrato in vigore. Non lo dico io. Lo ha osservato un penalista del Foro di Milano, l’avvocato Paolo Di Fresco: contestare un reato nato dopo i fatti è un errore. L’articolo 25 della Costituzione stabilisce che nessuno può essere punito per una legge entrata in vigore dopo il fatto commesso.
Quinto: la condanna mediatica. Il video dell’arresto è stato diffuso e rilanciato ovunque. Ministri della Repubblica hanno etichettato Youssef prima ancora che un giudice valutasse il fermo. Sui giornali si parla di “indagini per accertare o escludere” legami con finanziatori di Hamas o con hacker russi, cioè di ipotesi senza prove. Intanto il suo nome viene associato a tutto questo. L’articolo 27 della Costituzione dice che l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Per Youssef sembra non valere nemmeno fino alla convalida.
Non siamo soli a vederlo. L’Unione delle Camere Penali ha avvertito che la risposta repressiva ai cortei non è la strada giusta e che serve proporzionalità. È un richiamo che riguarda tutti, non solo i musulmani o i militanti per la Palestina.
Cosa dobbiamo fare noi credenti e credo lo debbano fare tutti gli onesti amanti della giustizia e della democrazia
Non ci si non può limitare a guardare. Per questo propongo alcune cose concrete.
1. Garantire la difesa legale. Youssef deve avere un collegio difensivo all’altezza della gravità delle accuse. Propongo di costituire subito un fondo per le spese legali, gestito in modo trasparente, con rendicontazione pubblica e pagamenti diretti ai legali.
2. Seguire il processo. Chiediamo che la Procura spieghi pubblicamente su quali elementi fonda l’accusa di terrorismo. Seguiamo ogni udienza e informiamo con precisione, senza alimentare voci.
3. Interpellare le istituzioni. Scriviamo ai parlamentari perché presentino interrogazioni sull’uso della legislazione antiterrorismo contro l’espressione politica e sull’applicazione retroattiva delle nuove norme. Coinvolgiamo il Garante dei detenuti, le Camere penali e le associazioni per i diritti civili.
4. Costruire alleanze. Questo caso non riguarda soltanto i musulmani. Riguarda la libertà di manifestare e di parola di tutti. Cerchiamo il dialogo con sindacati, giuristi, giornalisti e realtà della società civile che hanno a cuore lo Stato di diritto.
5. Mobilitarci in modo pacifico. Assemblee pubbliche, presidi autorizzati, raccolte firme, comunicati. Ogni iniziativa deve essere rigorosamente non violenta e rispettosa della legge. Chi rompe una vetrina in nome di Youssef lo danneggia e regala argomenti a chi lo vuole in carcere.
Non è neppure necessario condividere le idee o i toni di Youssef Siher. Chiedo che sia giudicato per ciò che ha fatto, secondo leggi in vigore al momento dei fatti, da un giudice e non da un ministro o da un telegiornale. Se lasciamo che una pagina social diventi “terrorismo” senza alzare la voce, domani toccherà a chiunque scriva qualcosa di scomodo.


