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Bambini arrestati, minori sbattuti in prima pagina: l’israelizzazione della società italiana

by Donatella Salina
Ottobre 27, 2026
in Islam, islamofobia, Israele, Italia, Palestina, Politica, Sionismo, Voci
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Bambini arrestati, minori sbattuti in prima pagina: l’israelizzazione della società italiana
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Ci troviamo di fronte a un Governo che rifiuta ogni mediazione e confronto con la popolazione ogni volta che studenti, lavoratori o altre categorie scendono in piazza.

«A portare in piazza la bandiera italiana – scrive Fanpage – sono sempre ragazzi di seconda o terza generazione. Nelle loro mani è il simbolo di chi è stato escluso dal patto sociale e rivendica la sua esistenza. È la rivendicazione di essere a pieno titolo parte della società e non ospiti».

Di fronte a tutto ciò, la destra risponde che non sono italiani.

Questo aspetto repressivo assume un volto particolarmente odioso nella campagna mediatica che si è riversata sui social e sulla stampa mainstream, soprattutto di destra, tesa a colpire i cosiddetti “maranza”: fasce di popolazione giovanile delle periferie, alcuni dei quali hanno commesso dei furti a Milano a margine di una manifestazione studentesca un paio di settimane fa.

L’intento è quello di criminalizzare l’intero movimento studentesco, confondendo una piccola parte con migliaia e migliaia di manifestanti pacifici, regolarmente manganellati a freddo dalla polizia.

Tra i giovani fermati dalla polizia, che avevano approfittato del corteo per andare a rubare capi firmati nelle strade centrali di Milano, c’è un bambino di undici anni, Youssef, cresciuto alla Barona, un quartiere difficile di Milano, figlio di genitori marocchini e appartenente a una famiglia indigente, che sicuramente ha grosse difficoltà a mettere insieme il pranzo con la cena.

La sua foto campeggia dappertutto, accompagnata da commenti irripetibili e disumani.

Nei video, alcuni dei quali diffusi su pagine social di estrema destra e rapidamente diventati virali, insieme a decine di altri giovanissimi spunta fuori dal negozio di abbigliamento Luigi Fusaro di via Dante carico di cinture appena arraffate, che gli pendono dal collo.

Chissà se gliele abbia date qualcun altro o le abbia prese lui. In ogni caso rischia una segnalazione ai servizi sociali e al Tribunale per i minorenni, pur non essendo imputabile.

I residenti del quartiere lo descrivono come un bulletto, ma non certo come un boss.

Intanto, sui muri fatiscenti della Barona possiamo leggere scritte come: «Ho un’infanzia diversa dalla tua!». Oppure: «Non guardiamo in faccia il futuro perché qua non ce n’è uno!». E ancora l’imperativo: «Fott… sto Stato infame».

Insieme a lui – riferisce Open – è stato identificato dai carabinieri a Desio, in provincia di Monza, un sedicenne marocchino, diventato virale sui social per aver rubato il cappellino di un ufficiale dell’Arma.

Essendo sopra la soglia di punibilità, nei suoi confronti vengono contestati i reati di devastazione, saccheggio, furto e vilipendio alle Forze armate.

Mentre imputati ospiti di Montecitorio, come Fassino, autore di diversi furti di profumi costosi, se la sono cavata con una multa di 500 euro, a questo ragazzo viene contestato mezzo Codice penale per un cappellino.

Per non parlare di chi ha fatto fallire aziende e mandato famiglie sul lastrico, protetto dall’immunità parlamentare.

«Una scheggia impazzita». Così La Repubblica definisce Youssef: non una persona, ma una cosa, un oggetto pericoloso da cui stare alla larga.

Ed è proprio questa definizione che mi preoccupa, perché criminalizza una generazione e una comunità che non è altro che lo specchio deformato di una società in cui le cose hanno più valore delle persone, che va verso una forma di neo-feudalesimo in cui vali soltanto se possiedi determinati oggetti.

Stamattina mi è tornata in mente la critica al libro Cuore di Umberto Eco, che scrisse L’elogio di Franti. Franti era il ragazzo “cattivo” del libro, quello che picchiava e tirava sassi.

Per Eco, il ghigno e la risata di Franti non sono tratti diabolici, ma lo strumento critico di un “novatore occulto” che mette in discussione le regole imposte e l’ordine sociale costituito: un sistema sociale che crea i derelitti e poi li criminalizza.

Ieri i calabresi, oggi i marocchini.

Vero. Ma è anche importante che questi “Franti” siano recuperati a una vita decente e ricevano un’educazione adeguata.

Intanto, secondo il Quotidiano Nazionale, su 35 minori fermati ben 31 «non hanno alcun precedente penale». Venticinque sono nati in Italia e 17 hanno un cognome italiano. La maggioranza vive a Milano o nell’hinterland e solo due risultano residenti fuori dalla Lombardia.

Per cinque minori la Procura ha chiesto il carcere, per 19 la permanenza in casa e per altri 10 il collocamento in comunità.

Quindi si tratta, in maggioranza, di italiani, non di marocchini. Eppure l’odio social a base di «remigrateli», «buttateli in galera e perdete la chiave» e simili si scatena soprattutto contro gli stranieri.

Nel caso di Youssef parliamo inoltre di un bambino di undici anni, non di una persona la cui identità sia già definitivamente compromessa, come accade a molti tra coloro che poi vengono messi in prigione e ne escono peggio di prima.

I comportamenti che gli vengono attribuiti possono derivare da rabbia e odio verso chi ti ghettizza e poi ti sbatte in faccia, sui social, i propri simboli di ricchezza illusoria, facendoti credere che se non li possiedi non vali niente.

Ma quando un bambino arriva a cercare visibilità e riconoscimento partecipando a episodi di violenza, necessita di amore e credo che il problema meriti qualcosa di più dell’indignazione collettiva: serve educazione, anche religiosa; servono opportunità per uscire dai ghetti e dalla miseria.

Non conosciamo la sua storia, le relazioni familiari, i valori o disvalori appresi e le esperienze che lo hanno formato.

Eppure, in poche ore, gli abbiamo già costruito addosso un personaggio, diffondendo immagini e soprannomi che rischiano di accompagnarlo per anni.

Lo abbiamo condannato collettivamente senza processo.

Mi domando se ci rendiamo conto di quanto questo possa pesare sulla costruzione della sua identità e, con lui, su quella di ragazzi nella stessa situazione.

A undici anni è necessario incontrare dei limiti, certamente, ma anche adulti capaci di accompagnare un cambiamento: insegnanti, guide religiose, luoghi protetti che non siano la strada.

Perché il rischio più grande è che un bambino finisca per riconoscersi proprio nell’immagine negativa che tutti continuano a restituirgli, attraverso una subcultura che esalta la violenza nei rapporti con le persone e che già esiste in parte della musica rap.

E che diventi, davvero, un manovale del furto o dello spaccio.

Certo, ha sbagliato. Ma è un bambino, uno di quelli che ancora dovrebbero giocare con trenini e macchinine e che invece, ancora prima dell’adolescenza, si ritrovano a discutere di ISEE e 730, gli argomenti di cui parlano i genitori che si arrabattano per dare una risposta alle necessità di casa, affitto, bollette e cibo, perché dopo non avanza quasi niente per vivere davvero e non soltanto per sopravvivere.

Soprattutto, essendo minorenne, dovrebbe essere tutelato, non sbattuto in prima pagina.

Esiste innanzitutto un grosso problema di tutela legale dei minori sulla stampa e su internet.

Quel bambino non doveva essere esposto sulle pagine dei giornali.

La Carta di Treviso è il protocollo deontologico italiano firmato nel 1990 e successivamente aggiornato, che regola i rapporti tra informazione e minorenni al fine di tutelarli quando sono coinvolti in fatti di cronaca come autori, vittime o testimoni.

Il principio è quello di proteggere l’identità del minore, evitando che venga esposto pubblicamente quando ciò possa danneggiarlo.

Esiste inoltre una disciplina sulla protezione dei dati personali che pone limiti stringenti alla diffusione di immagini e generalità dei minori.

Ma quando si arriva alla profilazione etnica e alla criminalizzazione di interi settori sociali, sembra che queste cautele improvvisamente scompaiano.

Tanto, per qualcuno, loro non sono esseri umani.

Dopo Gaza, ai potenti tutto sembra permesso.

E noi, come comunità, non siamo ancora abbastanza forti per poterci prendere carico di queste persone.

Certamente una migliore educazione civica, morale e religiosa sarebbe importante per evitare questi fenomeni.

Ma i tagli al welfare hanno colpito per primi proprio quei servizi indispensabili a chi vive nella marginalità.

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Donatella Salina

Donatella Salina

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