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Home Coronavirus

Coronavirus e tecnologia: il buono, il brutto, il cattivo

by Sabri Ben Rommane
Maggio 30, 2020
in Coronavirus, Dibattito, Economia, Voci
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Coronavirus e tecnologia: il buono, il brutto, il cattivo
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Il buono   

Vivere la pandemia senza internet e le tecnologie sarebbe stato molto più complicato. Molte professioni non avrebbero potuto continuare la propria attività senza il supporto delle tecnologie e le regole di distanziamento sociale applicate per mesi sarebbero state difficilmente realizzabili senza portare a forti tensioni sociali. Questo è stato evitato grazie ai social media che hanno permesso agli individui di soddisfare il bisogno di socializzazione.

Se da un lato la tecnologia ha facilitato parte delle sfide poste dalla pandemia, è stato proprio il mondo interconnesso e globalizzato a cui le tecnologie hanno portato che hanno facilitato la diffusione del virus. In uno scenario in cui un simile virus si fosse diffuso in un villaggio rurale in cui gli spostamenti all’esterno sono naturalmente ridotti, se non nulli, il virus non avrebbe avuto modo di diffondersi e sarebbe stato fermato facilmente senza ripercussioni globali.

Fra i vantaggi a cui ha portato la tecnologia sotto la spinta del coronavirus vi è stato il forte aumento di corsi e produzione intellettuale online e la possibilità offerta da grosse industrie nel settore tech di far lavorare i propri dipendenti da casa. E’ stato anche concesso ai dipendenti di lavorare da casa ma in un altro Stato, regolando la retribuzione a seconda dello Stato da cui si lavora, come riportato dal New York Times.

Il brutto

Se da un lato questa mossa può essere vista come legata al benessere dei dipendenti, l’adattamento del salario porta con sé grosse ripercussioni. Se le imprese che non richiedono necessariamente la presenza di personale in ufficio dovessero decidere di optare per il lavoro a distanza come soluzione definitiva ed a lungo termine, e se i governi dovessero decidere di permettere l’adattamento dei salari, non è difficile immaginare le forti problematiche che deriverebbero legate all’outsourcing del lavoro.

Le imprese sarebbero più invogliate ad impiegare personale con alte qualifiche proveniente da paesi con standard di vita più bassi (e costi più bassi). Tutti ci guadagnerebbero, tranne i lavoratori locali. Le imprese risparmierebbero molte risorse evitando i grossi costi legati al mantenimento delle risorse umane, mentre i dipendenti di questi paesi esteri avrebbero una paga molto soddisfacente rispetto gli standard locali.

Un’altra problematica sarebbe poi legata all’impossibilità di competere. Oggi, nel caso in cui le aziende optino per l’outsourcing, le difficoltà legate alla competizione riguardano maggiormente la differenza fra le tasse ed i costi rispetto alle imprese che rimangono locali. Le imprese locali possono in extremis decidere di spostarsi all’estero, o internazionalizzare la propria attività vendendo ad un bacino di clienti globale e dunque più ampio, recuperando i costi dovuti alle tasse in più potenziando le capacità.

Il cattivo

Nel caso dei dipendenti, una soluzione simile a quelle delle imprese è molto più complicata da realizzare. L’individuo dovrebbe decidere di trasferirsi all’estero per poter costare meno, essere dunque impiegato e vivere in modo relativamente dignitoso. La conseguenza sarebbe che orde di personale altamente qualificato si trasferirebbero in altri paesi mentre gli Stati con un costo di vita più alto si ritroverebbero ad affrontare situazioni strutturalmente disastrose con nessun modo di arginare il problema.

E’ impossibile arginare l’evoluzione tecnologica e l’interconnessione sempre più forte fra Stati a cui la stessa tecnologia sta portando. Soluzioni più liberali non possono che essere ricercate in un cambiamento fondamentale di come gli stessi Stati sono organizzati e concepiti. In questo senso è facile immaginare come il FMI potrebbe ad esempio essere utilizzato per portare gli Stati ad utilizzare una cripto-valuta globale che possa arginare il problema.

Delle soluzioni meno liberali potrebbero invece portare ad un’impermeabilizzazione dei confini fisici e non, tale da limitare la mobilità delle aziende, quest’ultima un’opzione che solo attraverso l’ONU ed il consenso delle superpotenze potrebbe trovare modo di realizzarsi.

Trovare una soluzione a questo problema è estremamente difficile, e richiederà il serio impegno dei migliori esperti politici, analisti, legislatori ed economisti. Il futuro al momento non sembra dei più rosei visto che la problematica non sembra essere abbastanza in alto nelle agende politiche dei vari Stati. E’ da loro infatti che quest’impeto deve partire, perché il mondo delle imprese non ha alcun interesse ad affrontare la questione, anzi.

Tags: globalizzazioneLockdownoutsourcingsocialtech
Sabri Ben Rommane

Sabri Ben Rommane

Sabri Ben Rommane è vicedirettore de La Luce News, attivista per i diritti dei musulmani e autore. Nei suoi libri affronta temi di filosofia, fede, ragione e critica del presente. Tra le sue opere più rilevanti figurano Deus ex logica. Le più forti argomentazioni filosofiche sull’esistenza di Dio; Il teologo autodidatta, romanzo grafico ispirato al classico medievale di Ibn Nafis; e Dalla rabbia e l’orgoglio all’umiliazione e la sconfitta: come gli Afghanistan Papers di Craig Whitlock rivelano la portata del terrorismo neo-colonialista occidentale. La sua scrittura unisce ricerca intellettuale, sensibilità spirituale e impegno civile.

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