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Home Colonialismo

A proposito dei bambini uccisi dai droni israeliani, le esecuzioni sommarie e il terrorismo dei coloni dopo il Trump “peace” deal

by Sabri Ben Rommane
Dicembre 3, 2025
in Colonialismo, Israele, Mondo, Nuova Luce, Palestina, Prima Pagina, Sionismo, Terrorismo, Trump
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In una guerra fatta anche di immagini sgranate e di numeri così grandi da diventare quasi astratti, tre scene molto concrete bucano lo schermo e riportano tutto alla scala delle vite singole. A Gaza, due bambini escono di casa per raccogliere legna e non tornano più: un drone li colpisce mentre camminano in un campo. In Cisgiordania, nel villaggio di Ein al-Duyuk vicino a Gerico, tre italiani e una canadese che fanno da scudi umani non violenti ai contadini palestinesi vengono assaliti da coloni israeliani armati, picchiati e derubati. A Jenin, nel nord della Cisgiordania occupata, due uomini escono lentamente dalle macerie, alzano le magliette per mostrare che non hanno armi, si inginocchiano, e pochi secondi dopo vengono uccisi da colpi ravvicinati dei soldati che li avevano appena fatti arrendere. Tre frammenti, tre geografie diverse, un’unica struttura di potere: una forza occupante genocidaria che tratta un intero popolo come sospetto per definizione, e che sempre più organismi internazionali non esitano a descrivere nei termini del crimine di genocidio.

Il 29 novembre 2025, nella zona di Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, due fratellini palestinesi – Fadi e Goma Abu Assi, dieci e dodici anni – vengono colpiti a morte mentre raccolgono legna da ardere per il padre su sedia a rotelle. L’agenzia Reuters racconta la scena con la sobrietà dei lanci di agenzia: secondo lo zio, un drone israeliano ha aperto il fuoco sui bambini mentre cercavano legna per permettere al padre di accendere il fuoco; i medici confermano che sono morti in seguito all’attacco israeliano.

Quando la notizia fa il giro del mondo, l’esercito israeliano risponde con un comunicato che sembra scritto in un’altra lingua: i due ragazzini non vengono mai nominati, sono “due sospetti” che “svolgevano attività sospette” oltre una linea di sicurezza e che ponevano “una minaccia immediata” alle truppe, motivo per cui sono stati “neutralizzati”. In altre parole, due bambini poveri che raccolgono legna diventano, nella grammatica militare dell’occupazione, un target legittimo. La sproporzione tra la realtà materiale – due corpi minuscoli in un campo, un padre disabile che aspetta a casa – e il linguaggio di sicurezza nazionale è il punto: se puoi definire “minaccia” questo, puoi definire minaccia qualunque cosa. E infatti lo fai.

Qualche giorno dopo, non è più un drone ma dieci uomini incappucciati con fucili d’assalto a muoversi nel buio. Siamo a Ein al-Duyuk, villaggio palestinese vicino a Gerico, in Cisgiordania occupata. Nella notte tra sabato e domenica, tre volontari italiani e una canadese che partecipano a un progetto di “night watch” per dissuadere gli attacchi dei coloni vengono svegliati a calci e pugni. Secondo il resoconto del Guardian, dieci coloni mascherati – due armati con fucili d’ordinanza – irrompono nella casa dove i quattro dormono, li prendono a calci, li colpiscono alla testa, li minacciano con le armi, rubano telefoni e passaporti, devastano l’abitazione e distruggono i pannelli solari sul tetto.

I governi di Italia e Canada protestano duramente, parlano apertamente di “violenza dei coloni” e chiedono indagini. Ma il contesto è noto da anni alle Nazioni Unite: la Cisgiordania è occupata militarmente da Israele dal 1967, gli insediamenti dei coloni ebraici sono illegali secondo il diritto internazionale, e la violenza dei coloni contro i palestinesi – spesso sotto lo sguardo passivo o la protezione dell’esercito – è documentata come sistematica, non marginale. In questo caso, le vittime sono occidentali, bianchi, con passaporto europeo e nordamericano: per qualche ora, il meccanismo si vede meglio proprio perché colpisce chi di solito lo osserva dall’esterno.

La terza scena arriva da Jenin, epicentro da mesi di operazioni militari israeliane nel nord della Cisgiordania. A fine novembre, diverse emittenti arabe e internazionali diffondono un video girato da giornalisti locali e verificato da media come Euronews, PBS e il Guardian. Si vedono due uomini palestinesi, Yusuf Asasa e Montasir Abdullah, uscire lentamente da un edificio bombardato, alzare magliette e braccia per dimostrare di essere disarmati, sdraiarsi a terra come ordinato dai soldati. Poi, uno degli uomini è costretto a rialzarsi e a rientrare nell’edificio o a strisciare; pochi istanti dopo, colpi ravvicinati lo uccidono. L’altro viene colpito a terra.

L’agenzia Reuters riporta le parole del portavoce dell’Alto Commissariato ONU per i diritti umani, che parla di uccisione sommaria, un’esecuzione a freddo in violazione palese del diritto internazionale umanitario. Il governo israeliano ha accusato gli uomini uccisi di militanti armati della resistenza palestinese, annunciando una “indagine interna” dopo che il video dell’secuzione è divenuto virale. Il ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, invece, li ha definiti semplicemente “terroristi che devono morire” su X.

Queste immagini non sono isolate. Lo stesso rapporto del Comitato ONU contro la tortura pubblicato a fine novembre descrive una “politica di fatto di tortura organizzata e diffusa” contro detenuti palestinesi, e cita esplicitamente il video di Jenin come esempio di impunità per esecuzioni extragiudiziali. La logica è coerente: nel regime dell’occupazione, chiunque sia palestinese è un sospetto per definizione; chiunque resista è un “terrorista”; chiunque venga ucciso può essere retroattivamente descritto come minaccia legittima, anche se le immagini mostrano altro.

Se mettiamo in fila questi tre episodi – i bambini “sospetti” di Gaza, i volontari stranieri pestati dai coloni, i due uomini giustiziati dopo essersi arresi – vediamo un filo rosso che va oltre il singolo crimine di guerra. Vediamo una struttura in cui Israele, potenza occupante, esercita un controllo totale e violentissimo contro i palestinesi. Questa non è più solo la lettura di attivisti o accademici critici: negli ultimi mesi, è entrata esplicitamente anche nei documenti di organismi delle Nazioni Unite.

Il 16 settembre 2025, la Commissione d’inchiesta indipendente sul territorio palestinese occupato, istituita dal Consiglio per i diritti umani dell’ONU, pubblica un rapporto che porta un titolo inequivocabile: secondo la Commissione, “Israele ha commesso genocidio nella Striscia di Gaza”. La relativa nota stampa dell’Alto Commissariato per i diritti umani spiega che, sulla base di un esame degli “atti genocidari” e dell’intento genocidario, le forze israeliane hanno compiuto quattro dei cinque atti previsti dall’articolo II della Convenzione sul genocidio: uccisioni di massa, gravi lesioni fisiche e mentali, imposizione di condizioni di vita intese a distruggere il gruppo, misure volte a impedire nascite.

Tags: Cisgiordaniacoloni IsraelianiCommissione d’inchiesta ONUconflitto israelo-palestinesediritto internazionaleGazagenocidioJeninKhan YounisNazioni Uniteoccupazione israelianaTrump dealvolontari internazionali
Sabri Ben Rommane

Sabri Ben Rommane

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