Mio figlio Ibrahim Giuliano, ormai tredici anni orsono, decise di lasciare l’Italia per andare in Siria ed unirsi alle formazioni combattenti dei ribelli in guerra col regime di Assad; e laggiù è rimasto; caduto in uno scontro con miliziani dell’esercito assadista, alle prime luci dell’alba, in un giorno del giugno del 2013, senza che in seguito si sia mai potuto sapere dove riposino i suoi resti mortali.
Oltre dodici anni dopo, da Milano Malpensa, mi imbarco su un volo che mi porterà, dopo una sosta di qualche ora ad Amman, fino ad Aleppo.
Non è stato per niente facile ottenere il visto siriano. Dopo il cambio di regime, avvenuto con la benedetta vittoria delle forze ribelli del novembre-dicembre dell’anno scorso, ci sono evidentemente problemi burocratici non lievi, legati all’inevitabile fase di assestamento del sistema che ne è seguita. Ma dopo aver inoltrato la richiesta diversi mesi fa, il visto è arrivato, e a Malpensa, l’occhiuto impiegato della compagnia aerea al check-in, dopo averlo attentamente esaminato, mi consegna la carta di imbarco, ed il più è fatto.
Nei lunghi anni che sono trascorsi dalla tragica conclusione del viaggio di mio figlio Ibrahim ad oggi, ho molto spesso pensato alla Siria, e ad Aleppo, la sua capitale nordista, nel cui territorio mio figlio ha combattuto insieme ai ribelli, e dove ha trascorso gli ultimi mesi della sua breve esistenza terrena.
Di Aleppo e della sua regione, ma direi della Siria tutta, dei suoi panorami, della sua natura, mi ero fatto un’idea piuttosto vaga e anche un po’ distorta.
Pensavo ad una città mediorientale di media grandezza, con tutti i clichés tipici legati al nostro immaginario: un posto buono per turisti in cerca di foto scattate con la fotocamera del telefonino e da postare sui social, con in più magari il brivido delle rovine causate dalla guerra.
Ovviamente sapevo che ad Aleppo e dintorni, fino ad un decennio prima, e poi col blitzkrieg ribelle dell’anno scorso, si era combattuta una feroce lotta tra il regime e le forze ribelli, e mi aspettavo un panorama dove non potevano mancare le macerie, macerie che infatti purtroppo ancora permangono abbondanti; ma certo non mi aspettavo di trovare una metropoli caotica, molto estesa, molto popolosa e vivace, non dissimile da mille altre metropoli sparse nell’universo mondo.
Oggi, ad Aleppo il traffico è sempre molto intenso, l’inquinamento da gas di scarico, anche perché moltissime auto sono modelli vecchi, è al limite del sopportabile, e la gente si muove in strada indaffarata ed assorta nei suoi pensieri, non diversamente da quello che accade a Milano o a Roma.
La città (ma questa è un’impressione che ho ricevuto anche visitando Damasco) – la capitale – è estremamente viva, pulsa di vita, una testimonianza chiarissima della vitalità del popolo siriano.
Le numerose chiese delle diverse confessioni cristiane sono tutte aperte; nessuno si sogna di disturbare o di perseguitare i cristiani; per strada si vedono donne velate col niqab, altre con l’hijab, moltissime vanno in giro col capo scoperto, senza che a qualcuno venga in mente di eccepire.
Eppure qui in Italia c’è ancora chi è convinto che la Siria sia caduta nelle mani di tenebrosi e fanatici jihadisti, e senza alcuna prova al riguardo, diffonde questa falsa idea; per dirla con un’espressione oggi tanto di moda, questa fake news.
Il capo di questi supposti fanatici jihadisti, Ahmad al-Shara, un uomo ancora giovane, con una lunga storia di lotta e di milizia alle spalle, è ora il presidente della Siria, ma a differenza di quanto accadeva quando la famiglia Assad era al potere, non c’è muro o palazzo in tutto il paese dove sia possibile scorgere un suo ritratto.
La faccia bislunga e cupa di Assad invece, in attesa che il nuovo conio sia stampato, compare ancora su tutte le banconote in circolazione. E le banconote in circolazione sono ancora tante, tantissime.
Se si cambia anche solo una cinquantina di euro in uno dei numerosi uffici di cambiavalute presenti in città, si ha bisogno di un sacchetto per contenere i mazzetti di lire siriane che si ricevono in cambio.
Anche da questo punto di vista, la situazione però è in via di rapido miglioramento, e la lira siriana si sta progressivamente rafforzando, soprattutto da quando il governo attualmente in carica ha allacciato buoni rapporti con Stati Uniti, Turchia e Arabia Saudita, e finalmente, anche se non del tutto, le sanzioni sono state levate.
Le rovine lasciate dalla guerra in città sono visibili in alcune zone; soprattutto intorno al complesso architettonico del Castello, un’imponente opera di fortificazione risalente ai tempi delle crociate.
Lasciando invece Aleppo in direzione nord, si entra in una cintura di piccoli centri dai nomi che hanno spesso risuonato nelle cronache della guerra civile iniziata nel 2011 e conclusasi solo l’anno scorso: Kafr Hamra, Mar al-Artic, Haritan, Anadan, e altri ancora, e lì lo sguardo vaga fra mura di edifici crollati, butterati dalle schegge prodotte dalle esplosioni delle micidiali barrel bombs che gli elicotteri di Assad facevano cadere senza misericordia su case ed edifici, mietendo un numero infinito di vittime civili, e si resta in silenzio attraversando quelle strade polverose dove però la vita, questa vita tenace e invitta del popolo siriano, ha ripreso miracolosamente vigore.
Nella campagna, intorno a questi villaggi martoriati con case ed edifici in rovina, la terra ha un colore rossastro, e l’orizzonte si estende a perdita d’occhio sotto un cielo color cobalto.
Girovagando su quelle strade polverose della campagna, dove la morte ha mietuto la vita di centinaia di migliaia di esseri umani, ci si immerge in un silenzio profondo.
E tutti quei cimiteri poi, dove si respira un infinito senso di pace; dove i sepolcri sono semplici lapidi di pietra con il nome, spesso solo quello di battaglia, e a volte, un versetto coranico.
Lì, in quei cimiteri, ora riposano tutti quei ragazzi, tanti come il mio Giuliano giunti da paesi lontani, che nella guerra ad un tiranno crudele hanno perso la vita; solo la vita di questa dunya però – di questa vita terrena – perché la vita vera, quella che dura in eterno, in quei campi, in quei villaggi, nel furore della battaglia, l’hanno trovata, e guadagnata per sempre. Recita il Corano, sono vivi, e non ve ne accorgete (2:154).
Crediti immagine copertina: AFP




