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Cent’anni di PCI: le riforme sociali e il mito delle regioni rosse

by Hamza Roberto Piccardo
Gennaio 21, 2021
in Italia, Partito Comunista, Politica, Voci
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Cent’anni di PCI: le riforme sociali e il mito delle regioni rosse
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Dal teatro San Marco a Livorno  al XX Congresso di Rimini, 1921-1991, 70 anni è durato il PCI, da Amedeo Bordiga, cacciato come trozkista nel 1930, fino ad Achille Occhetto che ne gestì lo scioglimento nel 1991, dando seguito a suo modo alla politica di Enrico Berliguer (segretario dal 1972 al 1984) che aveva promosso la svolta eurocomunista e il “compromesso storico”.

Settant’anni nei quali il Paese, che era appena uscito da una durissima guerra mondiale, attraversò il ventennio fascista, il secondo devastante conflitto mondiale con il suo carico di guerra civile, la fase costituente, la ricostruzione e, spinto dal vento di Ventotene, la nuova concezione dell’Europa come entità solidale e interconnessa.

Ombre tante e anche qualche luce, a parer mio che ho vissuto metà di quegli anni anche in modo militante. Mai avuto la tessera del Partito ma certamente era nelle stanze tanto sobrie da essere tetre della Federazione locale che si apprendeva l’arte del ciclostile e del volantinaggio. Invero poi, con l’ingratitudine dei figli, fu il Manifesto e non l’Unità che andavamo a vendere casa per casa nei quartieri popolari ed erano firmati con quel nome i volantini che distribuivamo davanti alle fabbriche e alle scuole. 

Questa è una storia personale ma ho voluto ricordarmela per parlare anche del bene che quel partito ha fatto a più di una generazione d’italiani.

Ci ha insegnato lo spirito di gruppo e di sacrificio, ineludibile per poter sperare d’incidere nel politico. 

La stagione delle riforme tra il 1970 e 1981 non sarebbe stata senza la presenza e il concorso di quella forza politica. Lo Satuto dei Lavoratori, la legge sul divorzio, la tutela delle lavoratrici madri (permessi per maternità, divieto di licenziamento in gravidanza), la riforma penitenziaria, la Legge Merli, la prima che cercava di contenere leinquinamento delle acque, il Servizio Sanitario Nazionale, la Legge Basaglia che chiuse quei lager di sofferenza e abusi che erano i manicomi, il riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza, la riforma del codice penale che cancellò le attenuanti per il “delitto d’onore” e l’equo canone ed qualcos’altro che ora non ricordo.

Le regioni dette “rosse”, segnatamente Emilia Romagna, Toscana, Umbria e i sindaci eletti sotto la bandiera della falce e martello, per un periodo si distinsero per una certa efficienza amministrativa e la rigida morale del Partito vigilava, anche ferocemente, sugli uomini che presentava nelle sue liste e mandava a gestire la cosa pubblica. 

Negli anni successivi molte di queste riforme furono sterilizzate nei contenuti per la mancanza di un soggetto capace di difenderle, idem per l’etica politica che le animava, purtroppo.

Nessuna nostalgia del vecchio PCI, ma onore a centinaia di  migliaia di suoi militanti che sinceramente credettero che in quella forma organizzata avrebbero potuto migliorare la loro condizione e quella del Paese… e in parte lo fecero.

Tags: 1921ComunismoLivornoPartito ComunistaPCI
Hamza Roberto Piccardo

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