In un contesto segnato da un assedio totale imposto da Israele e da crescenti pressioni internazionali, le forze armate israeliane hanno dato il via a una nuova incursione terrestre nella Striscia di Gaza, denominata Operazione “Carri di Gedeone”. L’offensiva coincide con i negoziati indiretti tra Israele e Hamas, mediati in Qatar.
L’intervento militare è partito mentre proseguivano i colloqui a Doha,. Israele ha dichiarato che l’operazione mira a esercitare “pressione” su Hamas, mentre l’aviazione ha intensificato i raid in diverse aree della Striscia.
Nelle prime ore dell’operazione sono state segnalate decine di vittime tra cui civili e giornalisti. Bombardamenti hanno colpito anche campi di sfollati, in particolare nella zona costiera di al-Mawasi, causando numerosi morti e feriti. Le autorità sanitarie locali parlano di oltre cento feriti in un singolo attacco.
Nei giorni precedenti, Israele ha colpito centinaia di obiettivi definiti “infrastrutture di Hamas”, ma ONG e osservatori internazionali mettono in discussione la proporzione e la selettività degli attacchi, vista l’elevata mortalità tra i civili.
Obiettivi ufficiali e critiche
Il governo israeliano afferma che l’operazione è volta a rafforzare la presenza militare e favorire la liberazione dei prigionieri israeliani. Tuttavia, Netanyahu è sotto pressione anche all’interno di Israele, accusato da parte dell’opinione pubblica e di alcuni familiari dei prigionieri di non dare priorità alla loro salvezza e di respingere proposte di tregua.
In ambienti parlamentari israeliani si discute anche del possibile uso della pressione militare per forzare l’emigrazione dei palestinesi da Gaza, ipotesi che ha suscitato preoccupazione e condanne da parte di giuristi e associazioni per i diritti umani.
Ospedali come il Presidio Indonesiano e l’Al-Awda non sono più operativi a causa dei bombardamenti. Il personale medico continua a lanciare appelli per proteggere le strutture sanitarie rimaste mentre le ONG denunciano una strategia sistematica contro i centri medici.
Aiuti umanitari bloccati, ma spiragli dagli Emirati
L’accesso agli aiuti umanitari è rimasto completamente interrotto dal 2 marzo a causa del blocco imposto da Israele. Le Nazioni Unite avvertono che oltre due milioni di persone stanno affrontando una carestia imminente per mancanza di cibo, carburante e medicinali.
Solo in queste ore, il Times of Israel riporta che Israele ha accettato di permettere l’ingresso di una minima quantità di aiuti umanitari provenienti dagli Emirati Arabi Uniti. I dettagli operativi non sono ancora chiari, ma si tratterebbe del primo spiraglio da settimane di totale chiusura.
Hamas intanto ha definito l’operazione un “massacro deliberato”. Il gruppo di resistenza armata ribadisce le sue richieste: cessate il fuoco, ritiro israeliano, scambio di prigionieri e il pieno ripristino degli aiuti umanitari.
In seguito al blocco degli aiuti umanitari da parte del regime di Tel Aviv, la comunità internazionale ha espresso forti critiche per la nuova escalation. Il segretario generale dell’ONU António Guterres ha chiesto la fine immediata delle ostilità mentre Germania e Francia hanno manifestato “profonda preoccupazione”. Sette paesi europei – tra cui Spagna e Irlanda – hanno chiesto una svolta nella politica israeliana su Gaza.


