San Salvario a Torino non è un quartiere come altri: è memoria storica vivente nel cuore della prima capitale d’Italia; un luogo in cui le minoranze religiose, senza chiudersi in ghetti identitari, sono di casa – in un mosaico mediterraneo incastonato ai piedi delle Alpi fin da prima che l’Italia fosse Stato. Già area agricola prospiciente il Castello reale del Valentino, poi area urbanizzata durante l’industrializzazione cittadina, oggi quartiere della movida e della complessa convivenza fra chi vi abita e chi è in transito – anche dalla vicina Stazione di Porta Nuova – San Salvario è il quartiere dell’omonimo convento cattolico, in cui l’appellativo del Cristo ﷺ è declinato in dialetto piemontese, ma anche della storica Chiesa valdese di Torino, della monumentale sinagoga ebraica e della frequentata sala di preghiera islamica: è quel posto dove ci sono un prete, un pastore, un rabbino e un imam, senza che sia una barzelletta – ma dove costoro operano invece fianco a fianco, insieme a numerosi cittadini, volontari e attivisti impegnati nel vicendevole servizio civile per una comunità locale multi-religiosa, integrata e unita da radici plurali.
É forse questo l’elemento centrale della vicenda di Mohamed Shahin, imam della Moschea di San Salvario, recentemente colpito da un decreto di espulsione: un elemento che prescinde da questioni di principio, da posizioni di parte o di partito, da dichiarazioni infelici – pure rettificate e chiarite a stretto giro; è l’elemento che riguarda la condotta civile esemplare di un uomo che per oltre dieci anni ha costituito non solo un solido punto di riferimento per la sua comunità religiosa, ma anche e soprattutto un interlocutore affidabile per le istituzioni italiane, un credente coinvolto nel dialogo inter-religioso, un educatore impegnato nella promozione dell’osservanza delle leggi del nostro Paese, un presidio di legalità ed una garanzia di moderazione a fronte di fenomeni di devianza o di estremismo. É quell’elemento di vita vissuta, di esperienza quotidiana, di sicurezza percepita sul territorio e di fiducia personale costruita giorno dopo giorno, che fa sì che oggi a levare la voce, per primi e con maggior forza, affinché il provvedimento di espulsione comminato nei confronti di Shahin possa essere riconsiderato e rivisto non sono i soli fedeli musulmani, bensì esponenti delle comunità cristiane, delle istituzioni locali, dei comitati di quartiere: comuni cittadini che conoscono e riconoscono Shahin come un filo importante del ricco, variopinto tessuto sociale di San Salvario e di Torino; come un affidabile elemento di stabilità per il quartiere e per la città: collante civile ed interesse prioritario tanto per “la destra” quanto per “la sinistra”.
Il drammatico paradosso è dunque che l’espulsione di Shahin “per ragioni di #sicurezza” legate a dichiarazioni problematiche – pure rettificate – andrebbe a discapito proprio di quella sicurezza che si vorrebbe tutelare, in un quartiere ed in periferie dove figure come la sua operano da anni, in stretta collaborazione con istituzioni e forze dell’ordine, come riferimenti educativi essenziali anche per arginare criminalità e disagio giovanile; e che si finirebbe per espellere per “antisemitismo” un Arabo semita che ha costituito invece una garanzia di sicurezza anche e proprio per i suoi vicini Ebrei abitanti nel quartiere: poiché se l’importante sinagoga di Torino non è mai stata fatta oggetto di aggressioni o episodi antisemiti, nemmeno nelle manifestazioni più imponenti e nei periodi più bui del conflitto in Terra Santa, ciò è forse dovuto infatti anche al fatto di avere come “vicini di casa” comunità islamiche responsabili, moderate e moderatrici – dove la Costituzione si legge (anche) in Arabo e il sermone si tiene (anche) in Italiano (e in diretta Facebook), ed in cui ad una lezione su Gerusalemme partecipano anche i Francescani – e non certo covi di predicatori d’odio, facinorosi o estremisti violenti.
Come indicato da Rete del Dialogo, ANPI Nicola Grosa – Torino, ARCI Torino e molte altre realtà cittadine, l’allontanamento di Mohammed Shahin rende oggi Torino purtroppo più povera e meno sicura; l’auspicio è che tale provvedimento possa quindi essere rivisto: nell’interesse non solo di Shahin e della sua comunità, ma soprattutto della nostra città e dell’effettiva tutela dei suoi cittadini.





