Ci sono frasi che segnano uno spartiacque.
Quella di Eyal Mizrahi, presidente della Federazione Amici di Israele, ospite a È sempre Cartabianca, è una di queste: «Definisci bambino». Un lampo glaciale, pronunciato mentre Enzo Iacchetti ricordava i ventimila minori palestinesi uccisi a Gaza. Una domanda che non cerca risposta ma legittimazione: se il bambino non si definisce, allora non esiste. E se non esiste, non muore.
È così che si normalizza l’orrore. È così che la logica lobbistica e propagandistica — che si ritrova in realtà come Amici di Israele e organizzazioni come ELNET e AIPAC, che sotto l’ombrello del “no profit” operano come braccio politico di Tel Aviv in Europa — prova a insinuarsi nel dibattito italiano. Non come confronto, ma come cancellazione della realtà.
Il peso delle parole
Chiedere di “definire” un bambino significa già dividerli in categorie: neonati, adolescenti, forse “combattenti in potenza”. È una premessa tossica che giustifica la morte di civili innocenti. Non è un incidente linguistico, è un atto di disumanizzazione. Una freddezza che ricorda le pagine più oscure del secolo scorso, quando per sterminare prima bisognava negare la persona.
I numeri che nessuno può cancellare
I dati, seppur oscillanti, raccontano più di ogni polemica. Già The Lancet, oltre un anno fa, stimava che le vittime dirette e indirette a Gaza potessero superare le 100.000 unità, in una proiezione conservativa. Oggi, solo i morti diretti censiti hanno superato i 60-70 mila, di cui almeno 20 mila bambini. Non è irrealistico pensare che i numero reali si possano aggirare sulle centinaia di migliaia – un olocausto. Le Nazioni Unite intanto hanno parlato apertamente di genocidio nella Striscia di Gaza, con un report dettagliato della Commissione d’inchiesta. Non sono numeri “di Hamas”, non sono retorica. Sono il frutto di indagini indipendenti, di dati raccolti sul campo, di analisi scientifiche.
Il tempo del “contraddittorio” è finito
Iacchetti, con rabbia forse scomposta ma autentica, ha toccato un punto vero: non c’è più spazio per i finti contraddittori. Nessuno oggi inviterebbe un nostalgico del nazismo per bilanciare un dibattito sulla Shoah. Allo stesso modo, chiamare in tv chi nega, giustifica o minimizza un genocidio non è pluralismo: è complicità.
E sì, anche la parola può essere violenza. È violenza dire che i palestinesi sono gli Amalek biblici da sterminare. È violenza gridare “morte agli arabi”. È violenza affermare che una vita israeliana vale più di una vita palestinese.
Chi diffonde queste idee non è un ospite da talk show: è un attore attivo nel genocidio, un facilitatore politico, un parassita che influenza le nostre democrazie con il linguaggio della disumanizzazione.
L’umanità perduta
Alla fine resta una verità elementare: un bambino non si definisce, si protegge. Se dobbiamo ancora spiegarlo in diretta tv, significa che l’umanità ha perso molto più di una battaglia politica: ha smarrito se stessa. E ogni volta che muore un bambino a Gaza – o in qualsiasi parte del mondo – non vince nessuno. Perdiamo tutti. Perde l’umanità.




