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Home Hijab

Deriva autoritaria secolare: perché il Tajikistan ha vietato il hijab mentre il 98% della popolazione è musulmana

by Sabri Ben Rommane
Giugno 22, 2024
in Hijab, Islam, islamofobia, Mondo, Prima Pagina
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Deriva autoritaria secolare: perché il Tajikistan ha vietato il hijab mentre il 98% della popolazione è musulmana
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Nel cuore dell’Asia Centrale, il Tagikistan sta vivendo un periodo di cambiamenti controversi che minacciano le libertà religiose della sua popolazione prevalentemente musulmana. Il recente divieto sull’uso dell’hijab e delle barbe, approvato dal parlamento tagiko, rappresenta un grave attacco ai diritti individuali e alla libertà di espressione religiosa, mascherato da preoccupazioni di sicurezza e preservazione culturale.

Le fabbriche di abbigliamento in Tagikistan stanno producendo abiti tradizionali dai colori vivaci, come l’Atlas, spinti da una crescente domanda non solo per l’arrivo della primavera, ma anche per una forte raccomandazione del governo. L’Atlas, con i suoi colori sgargianti, è diventato simbolo di una campagna di “rinazionalizzazione” dell’abbigliamento promossa dalle autorità. Nasiba Anvarova, proprietaria di una boutique a Dushanbe, sostiene che “l’Atlas non passerà mai di moda” e che ogni sposa tagika dovrebbe avere diversi di questi abiti nel suo guardaroba. Questa campagna ha raggiunto il suo apice durante il festival di Nowruz, con celebrazioni che hanno visto il Presidente Emomali Rahmon e altri funzionari ballare con migliaia di donne in abiti tradizionali.

Sebbene Rahmon, un autocrate secolare, mostri pubblicamente la sua pietà religiosa, le sue azioni rivelano una crescente oppressione secolare. Nel contesto domestico, Rahmon e altri funzionari maschili vestono abiti occidentali, mentre la promozione degli abiti tradizionali tra le donne nasconde un timore crescente dell’estremismo islamico. Questa contraddizione è evidente nelle restrizioni sull’uso dell’hijab e delle barbe, giustificate come misure di sicurezza contro la radicalizzazione.

Il governo tagiko afferma che oltre un migliaio di cittadini si sono uniti a gruppi estremisti come il Daesh in Iraq e Siria, e considera l’abbigliamento islamico come un segno di radicalizzazione. Tuttavia, questa associazione tra abbigliamento religioso e estremismo è priva di fondamento logico e contribuisce solo a stigmatizzare i musulmani praticanti. Edward Lemon, ricercatore presso l’Harriman Institute della Columbia University, spiega che il governo sta usando queste misure come dimostrazione del proprio controllo sulla radicalizzazione, mentre in realtà queste restrizioni colpiscono la libertà religiosa dei cittadini comuni. Inoltre, il divieto di barbe e hijab rappresenta un ritorno alle pratiche sovietiche di paura della religione come sistema morale concorrente allo stato.

Il Contesto

Dalla fine della guerra civile seguita al crollo dell’Unione Sovietica, Rahmon ha consolidato il suo potere attraverso varie misure autoritarie. Nel 2015, il governo ha bandito un partito di opposizione islamica moderata e ha imprigionato i suoi leader, segnando l’inizio di un periodo di forte repressione politica e religiosa. L’ossessione del governo per l’abbigliamento è vista da molti critici come un segnale di una deriva verso l’autoritarismo sotto Rahmon. Le restrizioni sull’abbigliamento islamico sono parte di una più ampia strategia per limitare l’influenza religiosa e consolidare il controllo secolare.

Le raccomandazioni del ministero dell’istruzione di adottare abiti nazionali sono presentate come un modo per “inculcare stile nazionale e patriottismo”, ma in realtà rappresentano un’imposizione unilaterale sui corpi delle donne. Mentre le autorità affermano che nessuno è obbligato a indossare questi abiti, le pressioni sociali e istituzionali raccontano una storia diversa. Nel 2015, il presidente Rahmon criticò l’uso del nero, affermando che le donne tagike non avevano mai indossato questo colore “neanche ai funerali”. Quest’anno, un funzionario del comitato statale per le donne e la famiglia ha invitato le donne a vestirsi e comportarsi come la madre defunta di Rahmon, sottolineando ulteriormente la limitazione della partecipazione femminile nella politica e nella società.

Le restrizioni sull’abbigliamento islamico hanno suscitato critiche sia all’interno che all’esterno del Tagikistan. Le donne hanno espresso la loro frustrazione per l’impraticabilità degli abiti tradizionali in climi freddi e per l’imposizione di un codice di abbigliamento che sembra mirato a controllare il loro comportamento e limitare le loro libertà. Queste misure rappresentano non solo una violazione dei diritti umani, ma anche un tentativo di riscrivere l’identità culturale del paese secondo un modello autoritario. Il governo utilizza il secolarismo come strumento di oppressione, mascherando la sua agenda politica sotto il velo della sicurezza nazionale e della preservazione culturale.

Un patrimonio islamico dimenticato

Il Tagikistan non è sempre stato così oppressivo nei confronti dell’Islam. Questo paese è stato la patria di grandi figure islamiche come Imam Bukhari e Imam Tirmidhi, studiosi che hanno avuto un impatto significativo sulla storia islamica e il cui lascito è ancora vivo. La terra che una volta ha dato vita a giganti della teologia islamica ora reprime le manifestazioni visibili della fede che questi uomini hanno tanto contribuito a sviluppare e diffondere.

E’ evidente dunque come il divieto dell’hijab e delle barbe in Tagikistan rappresenti un esempio di oppressione secolare simile ai casi storici già osservati nei regimi comunisti e nelle dittature secolari come quelle di Mustafa Ataturk in Turchia. Ancora una volta, le autorità stanno utilizzando il pretesto della sicurezza e della preservazione culturale per giustificare la repressione delle libertà religiose riportando alla luce vecchie ferite e traumi.

Crediti immagine copertina: The Jaipur Dialogues

Tags: HijabIslamofobiasecolarismotajikistan
Sabri Ben Rommane

Sabri Ben Rommane

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