La nuova pubblicazione di milioni di documenti legati alle indagini statunitensi su Jeffrey Epstein sta riaprendo una domanda scomoda: perché, tra i molti filoni, alcuni grandi media sembrano preferire piste “geopoliticamente comode” (per esempio l’ipotesi russa), mentre altre connessioni – in particolare quelle che chiamano in causa ambienti israeliani – vengono trattate con più prudenza o con minore insistenza?
I file aggiungono infatti dettagli che rendono chiari i legami di Epstein con figure e organizzazioni connesse a Israele, e mostrano anche come questa dimensione venga spesso marginalizzata nel discorso pubblico.
Relazioni politiche e contatti con ambienti d’intelligence
I documenti hanno rivelato più dettagli sulle interazioni di Epstein con membri dell’élite globale, inclusi scambi e rapporti con l’ex premier israeliano Ehud Barak. In particolare, un memo dell’FBI (Los Angeles, ottobre 2020) riporta che fonti hanno confermato che Epstein fosse un agente del Mossad addestrato come spia.
Vi è da aggiungere un ulteriore dettaglio documentale: la corrispondenza email mostra contatti estesi tra Epstein e Yoni Koren, un assistente senior di Ehud Barak e membro dell’intelligence israeliana, oltre che a soggiorni regolari nella residenza di Epstein a New York da parte di Koren e con alcune email che indicano che Epstein abbia contribuito a pagare le sue cure oncologiche nel 2012.
In una email del 2018, mentre cercava di organizzare un incontro, Epstein ironizza dicendo “dovresti chiarire che non lavoro per il Mossad :)”. Una “battuta” che in quel contesto alimenta domande sul perché Epstein sentisse il bisogno di ironizzare proprio su quello.
Un capitolo centrale dei file riguarda Ghislaine Maxwell, figura tutt’altro che marginale nella rete Epstein. La documentazione e le testimonianze raccolte negli anni la descrivono come l’anello operativo del sistema: non una semplice compagna sentimentale di Epstein, ma una presenza strutturale nell’organizzazione degli incontri, nella gestione delle residenze e soprattutto nel contatto con le vittime. È Maxwell a comparire ripetutamente come intermediaria, facilitatrice e reclutatrice, il volto “presentabile” che permetteva a Epstein di muoversi con maggiore agibilità.
Intorno a Maxwell, inoltre, riemerge con insistenza il tema dell’intelligence. Figlia di Robert Maxwell, editore britannico a lungo associato a operazioni e ambienti legati al Mossad, Ghislaine viene indicata in più ricostruzioni come parte di un contesto in cui raccolta di informazioni, accesso a élite politiche e vulnerabilità personali si sovrappongono. Qui, i file mostrano come Epstein e Maxwell agissero all’interno di una rete che intrecciava sesso, potere, ricatto e relazioni geopolitiche sensibili.
Un ulteriore elemento che emerge dai file è il linguaggio ideologico attribuito a Epstein e al suo entourage. In alcune comunicazioni e testimonianze si fa riferimento a una visione apertamente razzista e suprematista, in cui gli ebrei vengono descritti come “razza superiore” e i non ebrei – i goyim – come inferiori. Non si tratta di un dettaglio folcloristico, ma di un indicatore del clima culturale in cui operava il gruppo: una visione elitaria e disumanizzante che si riflette nella totale assenza di limiti morali verso le vittime, ridotte a strumenti sacrificabili dentro una gerarchia di potere.
Il nodo delle organizzazioni: FIDF e JNF
Un altro capitolo, più politico-finanziario, riguarda i fondi verso organizzazioni collegate a Israele. I documenti registrano il finanziamento a gruppi israeliani, compresi Friends of the Israeli Defence Forces (FIDF) e Jewish National Fund (JNF). Specifica anche cifre e data: tramite la COUQ Foundation, Epstein avrebbe donato “$25,000 alla FIDF e $15,000 alla JNF nel 2006”.
La stessa fonte descrive FIDF come organizzazione che finanzia programmi per soldati israeliani e nota che sul sito inviterebbe i donatori ad “adottare” unità militari, citando il 97° battaglione Netzah Yehuda, accusato di gravi abusi (uccisioni di civili disarmati, torture, maltrattamenti).
Quanto al JNF, le accuse contro l’organizzazione sono sia storiche che contemporanee: privilegio dei cittadini ebrei nell’accesso alla terra e restrizioni ai palestinesi sotto la guisa di ambientalismo; progetti di forestazione sopra villaggi spopolati; e supporto alle colonie in Cisgiordania, con richieste in alcuni paesi di revoca dello status caritatevole.
Non serve dunque dimostrare un “complotto” per vedere un problema politico. È sufficiente osservare che un uomo con un profilo criminale e relazioni di potere come Epstein risulta aver finanziato entità che si intrecciano con dinamiche di militarizzazione, colonizzazione e discriminazione. Anche restando ai file, la domanda non è “cosa c’era nella sua testa”, ma quali reti frequentava e sosteneva.
Dalle due fonti emerge un quadro inquietante e politicamente rilevante. Esistono documenti che riportano contatti, relazioni e finanziamenti verso realtà israeliane. Esistono anche memo – come quello sopra menzionato dell’ FBI – che riportano la connessione col Mossad. Esiste una copertura “asimmetrica” dei media, che preferisce piste alternative ignorando gli stupri, il traffico di minorenni, la tortura ed il fatto che i colpevoli siano stati censurati (ad ora) da molti dei Files.
Quello che invece non si può sostenere responsabilmente, usando solo questi materiali, è una colpa dimostrata di un solo Stato per i crimini di Epstein. Se da un lato Israele ha con ogni probabilità avuto un ruolo fondamentale, la rete politica, economica, e culturale che ha usufruito dei “servizi” di Epstein e li hanno protetti e supportati hanno uguale responsabilità, una responsabilità che man mano che i Files verranno processati da investigatori e tribunali potrebbe portare ad forti ripercussioni politiche a livello globale.
Crediti immagine copertina: Washington Post




