• Redazione
  • Contatti
domenica, Marzo 8, 2026
No Result
View All Result
NEWSLETTER
La Luce
  • Una voce che illumina
  • Sostienici
  • Editori della Luce
  • Voci
  • Mondo
  • Italia
  • Fede
  • Palestina
  • English
  • Una voce che illumina
  • Sostienici
  • Editori della Luce
  • Voci
  • Mondo
  • Italia
  • Fede
  • Palestina
  • English
No Result
View All Result
La Luce
No Result
View All Result
Home Iran

Evitare la trappola settaria: l’unità della Ummah davanti all’aggressione contro l’Iran

by Davide Piccardo
Marzo 8, 2026
in Iran, Islam, Israele, Palestina, Prima Pagina
0
Evitare la trappola settaria: l’unità della Ummah davanti all’aggressione contro l’Iran
0
SHARES
0
VIEWS

Nel momento in cui l’Iran della criminale aggressione di Stati Uniti e Israele, e mentre l’intero Medio Oriente è in fiamme, una parte del mondo musulmano sembra paralizzata da una questione che, se non affrontata con lucidità renderà una parte della Ummah complice di chi vuole la sua distruzione.

In queste settimane si moltiplicano infatti le voci, soprattutto negli ambienti di un certo salafismo, secondo cui i musulmani sunniti non dovrebbero sostenere l’Iran nella sua attuale lotta difensiva, perché l’Iran “avrebbe ucciso i sunniti in Siria” oppure perché avrebbe in qualche modo “permesso l’invasione americana dell’Iraq”.

Sono affermazioni che meritano di essere discusse con serietà e senza ipocrisie. Nessuno può negare che nella tragedia siriana siano stati commessi errori gravissimi e che il sostegno iraniano al regime di Bashar al-Assad abbia contribuito a prolungare una guerra devastante nella quale sono stati perpetrati crimini orrendi contro la popolazione civile. Ma trasformare quell’errore, per quanto drammatico, in una giustificazione per la neutralità, o addirittura per la complicità, di fronte a una aggressione esterna contro uno Stato musulmano significa non solo perdere il senso della proporzione storica, ma soprattutto cadere nella trappola più pericolosa che sia stata costruita negli ultimi decenni contro la Ummah: il settarismo.

Per comprendere la natura di questo problema bisogna ricordare una verità che oggi sembra quasi dimenticata. L’idea secondo cui sunniti e sciiti sarebbero nemici irriducibili non appartiene alla tradizione storica dell’Islam. È piuttosto il prodotto di una costruzione ideologica relativamente recente, alimentata da correnti che hanno fatto del takfir contro gli sciiti una vera e propria bandiera politica e teologica. Questa impostazione ha trovato la sua espressione più deleteria nell’ISIS.

Non è difficile, per chi voglia guardare con un minimo di onestà alla Storia recente, individuare anche le fonti di finanziamento e di sostegno politico che hanno alimentato per anni questa ideologia divisiva. Per decenni enormi flussi di denaro provenienti da alcune petromonarchie del Golfo, spesso in stretta sintonia con gli interessi strategici occidentali, hanno sostenuto una visione dell’Islam che non solo delegittimava la tradizione sciita, ma che arrivava a dichiararla apostata. Ovviamente è altrettanto vero che anche in alcuni ambienti sciiti si sono sviluppate negli ultimi decenni narrazioni e atteggiamenti che hanno alimentato la diffidenza e talvolta l’ostilità verso i sunniti. Esistono correnti e predicatori che hanno risposto al takfir con un settarismo speculare, che guardano ai sunniti con sospetto, o che, in alcuni casi, non esitano a considerarli religiosamente deviati o addirittura miscredenti. Il risultato è stato sotto gli occhi di tutti: guerre settarie, frammentazione politica del mondo musulmano e la trasformazione di intere società in campi di battaglia permanenti.

Eppure questa visione non ha mai rappresentato la posizione della grande tradizione intellettuale dell’Islam. I grandi centri del sapere islamico sunnita, a partire da Al-Azhar, hanno sempre riconosciuto la legittimità delle diverse scuole dell’Islam. Pensatori come Hasan al-Banna, fondatore dei Fratelli Musulmani, o Yusuf al Qaradawi, hanno difeso esplicitamente l’idea dell’unità tra sunniti e sciiti, mentre numerosi studiosi contemporanei, pur criticando duramente alcune scelte geopolitiche dell’Iran, non hanno mai messo in discussione l’appartenenza degli sciiti alla Ummah. Allo stesso modo è avvenuto nel campo sciita con le numerose prese di posizione al riguardo sia di Khomeini prima che di Khamenei dopo o di altri esponenti di altissimo livello come l’Aytollah Ali Al Sistani.

Del resto basta uno sguardo alla storia islamica per capire quanto sia artificiale la narrazione dello scontro permanente tra sunniti e sciiti. Durante il califfato fatimide, che era sciita, le istituzioni religiose sunnite continuarono a esistere e a prosperare. Durante l’Impero Ottomano, che era sunnita, milioni di sciiti vivevano nelle province dell’impero. Per secoli il mondo islamico ha conosciuto forme complesse di pluralismo giuridico e teologico, nelle quali diverse scuole convivevano all’interno di uno stesso spazio politico.

Il settarismo, dunque, non è una fatalità storica dell’Islam. È piuttosto una costruzione politica contingente.

Per comprendere la posizione dell’Iran nel mondo contemporaneo bisogna inoltre ricordare un altro elemento che troppo spesso viene rimosso: la storia della Repubblica Islamica non comincia con la Siria, ma con la rivoluzione del 1979. E quella rivoluzione, il giorno dopo aver rovesciato lo Shah,  uno dei pilastri del sistema di potere occidentale nella regione, fu immediatamente sottoposta a un attacco militare devastante. Nel 1980 l’Iraq di Saddam Hussein invase l’Iran con il sostegno politico, finanziario e militare di gran parte delle potenze occidentali e di numerosi Stati arabi della regione. Quella guerra, durata otto anni, costò circa un milione di morti e rappresentò uno dei conflitti più sanguinosi del secondo dopoguerra. L’Iran non fu l’aggressore; fu un Paese che combatté per sopravvivere e ne uscì traumatizzato.

A partire da quel momento la Repubblica Islamica ha seguito un percorso che, con tutte le sue contraddizioni, ha mantenuto un elemento di continuità fondamentale: la rivendicazione della sovranità politica. In un Medio Oriente nel quale molti Stati, soprattutto nel Golfo, hanno costruito la propria sicurezza sulla protezione militare occidentale e su una integrazione profonda nei sistemi strategici degli Stati Uniti, l’Iran ha scelto una strada diversa, pagando un prezzo altissimo in termini di sanzioni economiche, isolamento internazionale e minacce di guerra.

Questo non significa che l’Iran agisca per puro idealismo. Come ogni Stato, agisce anche per interesse strategico. Ma è impossibile ignorare un dato storico fondamentale: per decenni Teheran è stato uno dei pochi attori regionali disposti a sostenere concretamente le lotte di resistenza islamica, in contesti nei quali molti governi arabi preferivano girarsi dall’altra parte se non essere direttamente complici dell’oppressione. Durante la guerra in Bosnia negli anni Novanta, quando l’Europa osservava passivamente il massacro dei musulmani bosniaci, l’Iran fu tra i pochi Paesi a fornire sostegno militare. Ma soprattutto, negli ultimi trent’anni, l’Iran ha sostenuto con continuità la resistenza palestinese, offrendo supporto politico economico e militare proprio mentre una parte significativa del mondo arabo imboccava la strada della normalizzazione con Israele.

È vero, come si diceva, che il sostegno al regime di Assad rappresenta una macchia grave nella storia recente della politica regionale iraniana. È stato un errore drammatico, che ha contribuito a una tragedia umanitaria immensa e che molti musulmani, giustamente, non possono dimenticare. Ma la politica internazionale non si giudica attraverso un singolo episodio isolato dal resto della storia. Se così fosse, non esisterebbe al mondo nessuno Stato che possa rivendicare una storia priva di errori o di colpe.

La questione che si pone oggi è un’altra.

Oggi l’Iran si trova al centro di una pressione militare e strategica che non riguarda soltanto il suo sistema politico interno, ma la sua stessa esistenza come Stato sovrano. Da decenni Israele e gli Stati Uniti dichiarano apertamente che l’Iran rappresenta un ostacolo al loro progetto di ordine coloniale e che la sua capacità di autonomia deve essere ridotta o neutralizzata. In questo contesto, la domanda che i musulmani dovrebbero porsi non è se approvano ogni decisione della politica iraniana, ma se sono disposti ad assistere passivamente alla distruzione di uno dei pochi Stati della regione che, con tutti i suoi limiti, ha cercato di mantenersi sovrano, un paese che, a differenza di quasi tutti i paesi a maggioranza musulmana, non fa parte del sistema di usurocratico internazionale.

Se l’Iran dovesse essere piegato o frammentato, le conseguenze non riguarderebbero soltanto gli iraniani. Riguarderebbero l’intero equilibrio geopolitico del Medio Oriente e segnerebbero un ulteriore passo verso la realizzazione del grande Israele, con gravissimo pregiudizio sia per la lotta di liberazione del popolo palestinese che per la possibilità di emancipazione dei popolo arabo-musulmani della regione.

È per questo che oggi la questione centrale non è settaria, ma politica e storica. I musulmani possono continuare a dividersi lungo linee confessionali, ripetendo gli errori che negli ultimi vent’anni hanno già devastato Iraq, Siria e Yemen, oppure possono finalmente riconoscere che ogni volta che sunniti e sciiti si combattono tra loro, altri, i sionisti e gli occidentalisti, ne traggono vantaggio.

La maturità politica di una comunità si misura anche nella capacità di distinguere tra errori reali e manipolazioni strategiche. Riconoscere gli errori dell’Iran non significa ignorare il contesto storico nel quale oggi si svolge lo scontro. E soprattutto non significa dimenticare che la divisione della Ummah è sempre stata, nella storia moderna, uno degli strumenti più efficaci utilizzati per indebolire i popoli musulmani.

Tags: IranIslamisraelepalestinaSciitiSunniti
Davide Piccardo

Davide Piccardo

Direttore editoriale

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Recommended

7 Ottobre 2023: il giorno che ha cambiato il discorso sul conflitto Palestinese-Israeliano

2 anni ago

Narrazione imposta: come il sionismo manipola le parole e definisce le “realtà”

2 anni ago
Barlume di giustizia per i giovani musulmani Europei: “Un articolo del New Yorker rivela finalmente perché la nostra ONG FEMYSO è stata infangata senza pietà”

Barlume di giustizia per i giovani musulmani Europei: “Un articolo del New Yorker rivela finalmente perché la nostra ONG FEMYSO è stata infangata senza pietà”

3 anni ago

Popular News

  • Evitare la trappola settaria: l’unità della Ummah davanti all’aggressione contro l’Iran

    Evitare la trappola settaria: l’unità della Ummah davanti all’aggressione contro l’Iran

    0 shares
    Share 0 Tweet 0
  • La Coalizione Epstein: le élite dell’ombra e l’alleanza USA-Israele

    0 shares
    Share 0 Tweet 0
  • Mossad tenta operazione falsa bandiera nel Golfo Persico: sventato l’attentato e arrestati due israeliani

    0 shares
    Share 0 Tweet 0
  • La Cassazione boccia il governo: illegittimo l’accanimento contro l’imam Mohamed Shahin

    0 shares
    Share 0 Tweet 0
  • Non una nuova guerra, ma sempre la stessa, la coalizione Epstein al servizio del Grande Israele

    0 shares
    Share 0 Tweet 0

Connect with us

La Luce

© 2026 La Luce News. Tutti i diritti riservati.

Navigo il sito

  • Redazione
  • Contatti

Seguici

No Result
View All Result
  • Una voce che illumina
  • Editori della Luce
  • Sostienici
  • Voci
  • Mondo
  • Italia
  • Fede
  • Palestina
  • English

© 2026 La Luce News. Tutti i diritti riservati.

×