Se si guarda al “piano in 20 punti” per Gaza, l’utilità immediata è chiara e, moralmente, non negoziabile: fermare — anche solo a scatti, per fasi — il massacro dei civili palestinesi. Lo scambio che ha riportato a casa gli ostaggi israeliani vivi e liberato gli ostaggi palestinesi non è una panacea; è un respiratore applicato a una società dissanguata. Nel gergo dei negoziati è “fase uno”; nella lingua delle famiglie di Gaza significa che per qualche giorno i droni sono più lontani, gli aiuti scorrono un po’ di più, le ambulanze hanno meno bersagli, il sangue – forse – non scorre. È il valore minimo ma concreto del piano: una pausa che non è pace ma è vita sospesa, in cui salvare chi si può salvare.
Il baricentro coloniale del disegno
Appena ci si sposta dal presente al disegno strategico, l’architettura rivela il suo baricentro: è un dispositivo pensato più per rassicurare Israele e i suoi sponsor che per emancipare i palestinesi. La promessa di niente “annessione” e niente “occupazione” a tempo indeterminato convive con un lessico di “deradicalizzazione”, “forze di stabilizzazione” e verifiche di sicurezza che, storicamente, hanno trasformato il dominio militare in amministrazione permanente. In Cisgiordania lo abbiamo visto: ritiri tattici come preludio a un controllo capillare di checkpoint, permessi, viabilità segregata e insediamenti in espansione seguiti da terrorismo ebraico e morte. La versione di Gaza del 2025 rischia di diventare una West Bank 2.0: arretramenti condizionati, monitori esterni, polizie “riformate”, sviluppo promesso ma governato da comitati scelti altrove. L’asimmetria di potere che regge questo impianto è la stessa che ha prodotto lo status quo precedente, e il coinvolgimento di figure come Tony Blair — legata all’intervento criminale in Iraq e alle sue responsabilità politiche e umane — suona come un segnale: ricostruzione amministrata da garanti occidentali più che da istituzioni civiche palestinesi.
C’è un fatto politico che, in un’analisi onesta, va riconosciuto: a questo tornante si è arrivati anche perché Hamas ha tenuto in mano una leva armata. Senza quella leva, è difficile immaginare questo tavolo, questo scambio, questa corsa diplomatica. Dirlo non è un’ode alla violenza; è registrare la logica spietata dei negoziati di potenza dal Kenya coloniale all’Algeria: l’oppresso entra davvero nella conversazione quando può infliggere costi. Ed è anche il motivo per cui l’esito più probabile non è la “resa” di Hamas, ma un’ibridazione disordinata: parziale silenzio delle armi, catacombe di potere conservate, un’economia degli aiuti che prolunga la precarietà. Sullo sfondo, la politica israeliana: il premier parla alla sua base e non proclama una fine della guerra, accettando semmai fasi e ritiri tattici senza mutare l’obiettivo strategico di impedire che Gaza diventi un precedente di autodeterminazione.
Sul fronte giuridico, l’ombra dell’Aia resta. La tregua e gli scambi migliorano la situazione di fatto, ma non cancellano la questione di diritto: i fini dichiarati — sicurezza, ritorno degli ostaggi, “deradicalizzazione” — non sanano automaticamente i mezzi usati. L’uso del piano come scudo reputazionale può funzionare sul piano mediatico, ma i binari politico e giudiziario proseguiranno in parallelo.
Il dopo-domani: aiuti, tendopoli, governance contesa
Spenta l’euforia delle dirette, lo scenario più sobrio è un nuovo status quo impastato di aiuti, tendopoli e governance contesa. I convogli cresceranno, ma — come altrove — diventeranno anche strumento di controllo: chi gestisce i valichi gestisce il ritmo della vita. Autorità “tecniche” sostenute dall’esterno proveranno a riaccendere reti elettriche, ospedali e panifici, mentre nelle viscere della Striscia sopravvivranno reti armate che non consegneranno davvero le armi, riorganizzandosi per evitare un nuovo casus belli. Da qui la spirale: più condizionalità su fondi e appalti, più frustrazione sociale, più spazio per rendite militari.
La retorica dei riconoscimenti internazionali a uno Stato di Palestina “riformato” resterà sospesa alle stesse condizioni: disarmo effettivo, controllo di frontiere e sicurezza “verificabile”. Se, come è probabile, queste condizioni non matureranno presto, resteremo nella terra di nessuno che conosciamo: Gaza come deposito umano amministrato, Cisgiordania come matrice di controllo, e guerra e pace ridotte a modulazioni dello stesso regime. Si può essere in favore della giustizia per i palestinesi martoriati senza romanticizzare nulla: la pausa salva vite e va sfruttata fino in fondo; ma il progetto resta sbilanciato. Chiede ai palestinesi di disarmare, depurarsi e affidarsi alla benevolenza di chi controlla valichi e sanzioni; concede a Israele di trasformare il dominio in amministrazione “responsabile” con il timbro di Washington e l’aureola di volti già bruciati nella regione.



