Una storia riesumata
Ci sono storie, come questa riesumata e raccontata da Giovanni Bianconi, giornalista del Corriere della Sera, — «Una come noi (L’omicidio di Germana Stefanini e l’abisso della lotta armata)», Edizioni Treccani — che avevamo dimenticato, sedimentate insieme a mille altre in un passato ormai remoto.
Il contesto: lo zenit brigatista
Nel marzo del 1978, il rapimento di Aldo Moro, l’uomo politico italiano più importante, l’artefice di una nuova strategia politica che avrebbe dovuto sfociare in un sostanziale sdoganamento del maggiore partito di opposizione, quello comunista, per attrarlo col compromesso storico nella gestione del potere politico in Italia, segnò lo zenit della parabola brigatista. Quel terribile evento fu l’impresa più spettacolare delle Brigate Rosse, impresa che coronava un lavoro politico-militare durato anni, che aveva creato intorno al partito armato nel mondo studentesco e in quello del lavoro un’area di consenso tutt’altro che trascurabile.
Con l’imboscata di via Fani, le Brigate Rosse avevano realizzato l’impensabile, dispiegando in quella carneficina, come avrebbe detto Oreste Scalzone, uno dei leader dell’Autonomia operaia, tutta la loro “geometrica potenza”.
Il declino tra pentimenti e dissociazioni
Eppure, pochi anni dopo il rapimento Moro, con l’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso, il terrorismo in Italia, dopo l’uccisione dell’operaio iscritto al partito comunista Guido Rossa, e la successiva frana provocata dal pentimento di Patrizio Peci, uno dei capi della colonna torinese delle Brigate Rosse, alla quale era seguita una pletora di altri pentimenti, sembrava inesorabilmente andare verso il suo inevitabile epilogo.
I pentiti e i dissociati nel partito armato si moltiplicarono in modo esponenziale. Quel terrorismo che solo qualche anno prima sembrava invincibile, aveva ormai, in quegli anni Ottanta ancora agli inizi, il fiato corto, molto corto.
Come scrive Giovanni Bianconi in questo suo lavoro, il terrorismo rosso, le BR e tutta la galassia della lotta armata che vi orbitava intorno, era ormai sconfitto, ma non debellato. Non debellato perché agguati e omicidi sarebbero continuati ancora per anni, fino ai primi anni del nuovo millennio, col contagocce magari, ma colpendo quasi sempre senza una logica precisa; un agire, quello del terrorismo di matrice brigatista, che con lo scorrere degli anni, più che a una strategia guerrigliera di lotta allo Stato italiano, tendeva ad assomigliare sempre di più all’opera matta e crudelmente scriteriata di un serial killer psicotico.
28 gennaio 1983: il sequestro e l’omicidio
Il 28 gennaio del 1983 un commando composto da tre individui, che si presentarono come appartenenti a un autoproclamato Nucleo per la Costruzione del Potere Proletario Armato, sequestrarono, cogliendola mentre stava tranquillamente rincasando, sul pianerottolo di casa sua, una donna di cinquantasei anni, tale Germana Stefanini, vigilatrice presso il carcere romano di Rebibbia.
La processarono rimettendo in scena un copione che il partito armato aveva seguito in quegli anni ogniqualvolta un rappresentante dello Stato, un dirigente industriale, o un qualsiasi altro presunto suo nemico finiva nelle sue grinfie: appesero alla parete di casa sua, dove fu portata prigioniera, uno striscione riempito da slogan e parole d’ordine, e lì, in quel suo modesto appartamento romano, la malcapitata venne fotografata, l’aria smarrita e terribilmente impaurita, e al termine di quella macabra farsa fu uccisa con un colpo di pistola alla nuca, e il suo cadavere fu fatto ritrovare nel cofano di una Fiat 131.
Una vittima “una come noi”
Germana Stefanini era una donna semplice, con i suoi cinquantasei anni una donna ormai quasi anziana, che alla vita aveva chiesto poco, e che dalla vita non molto aveva ricevuto. A Rebibbia, ci racconta Bianconi, era entrata un po’ di anni prima grazie alla raccomandazione di una sua parente suora. Germana Stefanini non si era fatta vigilatrice, o secondina come si diceva all’epoca, per una vocazione malevola e un po’ sadica che ne avrebbe fatto una crudele aguzzina, come sostennero in quel processo farsa i suoi sequestratori e loro sì, aguzzini, ma entrò a Rebibbia solo per rimediare un reddito certo, un modo che credette tranquillo per sbarcare il lunario senza essere costretta, come dirà nel processo farsa a cui fu sottoposta, a mettere le mani a bagno, lei donna non più giovane, e con la sola quinta elementare come titolo di studio, sofferente di artrosi.
Il processo farsa e la lingua dell’ideologia
La registrazione vocale del processo, riportata da Bianconi nel suo libro, che quegli sciagurati intentarono a Germana, sarà poi ritrovata dagli inquirenti tempo dopo nell’appartamento romano utilizzato come covo dal gruppo. A leggere quelle parole, le parole degli aguzzini, e la parte del leone la svolge la “compagna Marta”, una ragazza di vent’anni senza un velo di umanità e di pietà, si resta impietriti; diventa inevitabile interrogarsi sull’abisso di cui è capace l’essere umano quando il veleno dell’ideologia penetra nell’anima, e diventa sentimento, pensiero, follia e si fa, ahimè, azione.
Traspare nella prosa involuta, straniante e cervellotica, una lucida follia, che colpisce il lettore di oggi, ma quella prosa e quella follia negli anni fra i Settanta e gli Ottanta del secolo scorso furono moneta assai diffusa nei documenti e nei proclami prodotti da quell’area alla sinistra del Partito Comunista Italiano da cui sarebbero poi nate le Brigate Rosse, Prima Linea e altri gruppi guerriglieri.
Il volantino di rivendicazione dell’uccisione di Germana Stefanini di quel linguaggio è un fulgido esempio. Vi si possono leggere frasi come le seguenti: «Ancora una volta la guerriglia ha infranto i sogni e le illusioni della borghesia imperialista che, attivando a pieno ritmo i suoi canali di manipolazione e coercizione della coscienza di classe, cerca di propagandare ecc.»; e ancora: «La guerriglia metropolitana, dialettizzandosi con i bisogni politici immediati della classe, ha ancora una volta mostrato la sua potenzialità di disarticolazione dei progetti nemici per la costruzione di nuovi rapporti sociali… tutto ciò vive nella campagna permanente di accerchiamento, annullamento e distruzione del carcere imperialista.»
Tutta questa prosopopea per aver ammazzato con un colpo di rivoltella alla nuca una donna indifesa di cinquantasei anni. Davvero fantastico.
Memoria e monito
Giovanni Bianconi ha avuto il merito di ricordare col suo libro, in modo asciutto ed evitando la trappola della retorica, la storia assurda e terribile dell’unica donna vittima del terrorismo rosso degli anni di piombo; una storia che i tanti anni da allora trascorsi avevano fatto dimenticare; un episodio in fondo minore di una vicenda che a lungo insanguinò l’Italia.
E, terminata la lettura di questo bel saggio, che è un tuffo in un’epoca in cui chi scrive viveva i suoi anni giovani, i pensieri si rincorrono, e la mente va a quel detto latino che recita così: Quos Iuppiter vult perdere dementat prius (Giove toglie prima il senno a coloro che vuol mandare in rovina). Noi non crediamo in Giove, ma nell’unico Dio, la sostanza però non cambia.





