In momenti segnati da eventi traumatici e da una forte carica emotiva, il modo in cui si scelgono le parole contribuisce a definire il perimetro stesso del dibattito pubblico. Nell’articolo di Giulia Sorrentino pubblicato su Il Tempo, si legge una frase che merita attenzione non tanto per ciò che afferma, quanto per il carattere di chiusura che implicitamente introduce nel dibattito pubblico: «Il 7 ottobre è stato un vero e proprio massacro commesso per mano dei terroristi di Hamas. Questa è l’unica versione storicamente accettabile». Una formulazione netta, perentoria, che pretende di fissare una verità definitiva su eventi ancora oggetto di indagine, controversia e confronto, anche all’interno della stessa società israeliana.
Nessuno mette in discussione la gravità di quanto accaduto il 7 ottobre 2023, né il fatto che civili israeliani siano stati uccisi e rapiti. Ma sostenere che esista un’unica versione storicamente accettabile significa trasformare una ricostruzione iniziale, largamente mediatizzata nelle ore immediatamente successive all’attacco, in una verità cristallizzata, impermeabile a verifiche successive. È proprio questo passaggio, dal racconto emergenziale alla verità storica indiscutibile, che appare metodologicamente fragile.
Nei giorni immediatamente successivi all’attacco, le principali agenzie di stampa occidentali hanno rilanciato affermazioni gravissime — decapitazioni di bambini, stupri di massa, famiglie bruciate vive — spesso sulla base di fonti indirette, dichiarazioni di operatori non forensi o resoconti non verificati. Quelle immagini e quelle parole hanno avuto un impatto emotivo enorme e sono state riprese da leader politici di primo piano, contribuendo a fissare nell’opinione pubblica una narrativa fortemente polarizzata.
Col passare delle settimane, tuttavia, molte di quelle affermazioni non hanno trovato conferma in indagini indipendenti. Lo stesso quotidiano israeliano Haaretz ha ammesso che l’esercito non disponeva di prove sulle presunte decapitazioni. Le accuse di stupro collettivo, in larga parte fondate su testimonianze dell’organizzazione ZAKA — successivamente coinvolta in scandali e accuse di inattendibilità — non sono state corroborate da riscontri forensi o da denunce ufficiali. Riconoscere questo non significa negare a priori che vi siano stati crimini e violenze, ma rifiutare che il giudizio storico venga formulato sulla base di narrazioni costruite nell’immediatezza e non ancora suffragate da riscontri indipendenti.
Nel corso dell’attacco sono stati uccisi civili e militari israeliani, e numerosi ostaggi sono stati catturati. Parlare di “massacro di civili” come categoria esclusiva risulta quindi impreciso: non perché non vi siano state vittime civili, ma perché non furono colpite soltanto queste. La realtà, come spesso accade nei conflitti armati, è più complessa di una dicotomia morale immediata.
A rendere il quadro ancora più articolato contribuiscono testimonianze come quella di Yasmin Porat, sopravvissuta israeliana, che ha raccontato una dinamica dei fatti diversa dalla versione ufficiale, descrivendo un intervento dell’esercito israeliano caratterizzato da un uso massiccio della forza, anche in presenza di ostaggi. A ciò si aggiunge il tema, tutt’altro che marginale, della possibile attivazione della cosiddetta Direttiva Annibale — una procedura militare che prevede l’uso del fuoco anche a costo di colpire propri cittadini pur di impedirne la cattura — la cui applicazione quel giorno è stata evocata e discussa anche da esponenti di primo piano dell’establishment israeliano. Se confermata, essa imporrebbe una riflessione dolorosa ma necessaria sulla responsabilità delle vittime.
Un altro passaggio dell’articolo merita un’analoga attenzione critica: «La Palestina, oggi, non è solo il luogo di un genocidio in corso. È il punto in cui si misura la possibilità stessa di contestare l’ordine occidentale». L’espressione viene presentata come “forse ancora più grave”, quasi fosse un eccesso ideologico. Eppure, la qualificazione giuridica della situazione a Gaza come genocidio non è una bizzarria retorica, ma una tesi sostenuta da autorevoli giuristi internazionali e ritenuta sufficientemente plausibile dalla Corte Internazionale di Giustizia, che ha ordinato misure provvisorie riconoscendo il rischio concreto di atti genocidari. Anche in questo caso, non si tratta di pronunciare una sentenza definitiva, ma di riconoscere che il dibattito esiste ed è fondato su atti giuridici formali.
Infine, appare riduttiva la rappresentazione dei Fratelli Musulmani come un blocco omogeneo animato dal progetto di «assoggettare l’Occidente ai dettami della sharia». La storia di questo movimento è tutt’altro che lineare. In molti contesti — dall’Algeria alla Tunisia — esso ha seguito percorsi riformisti e legalisti. Ennahdha, in Tunisia, ha accettato il pluralismo, partecipato a elezioni libere, governato in coalizione e, fatto rarissimo nel mondo arabo, ha volontariamente ceduto il potere nel 2013 per evitare una deriva violenta. Il suo leader, Rached Ghannouchi, è stato per decenni un interlocutore riconosciuto nel dibattito sull’Islam democratico e il pluralismo, perseguitato da regimi autoritari proprio per la sua opposizione tanto al jihadismo quanto alle dittature laiche.
Anche il richiamo alla sharīʿa è spesso utilizzato in modo improprio. Nel diritto islamico, essa comprende ambiti di culto (ʿibādāt) e rapporti civili (muʿāmalāt), ed è oggetto di interpretazione giuridica. Nella maggioranza dei Paesi musulmani, persino in quelli che la indicano come fonte costituzionale, la sharīʿa non regola il diritto penale. Le pene ḥudūd (le sanzioni previste dal diritto islamico classico per un numero limitato di reati, come furto aggravato, adulterio o falsa accusa di adulterio), spesso evocate come spauracchio, sono storicamente rarissime e da tempo oggetto di critiche e richieste di moratoria da parte di numerosi intellettuali musulmani contemporanei, tra i quali lo stesso Davide Piccardo , che ha sottoscritto in passato un appello per la moratoria sulla loro applicazione promosso dall’intellettuale riformista Tariq Ramadan.
Il giornalismo, soprattutto quando si misura con temi così drammatici, ha il dovere della complessità. Non di negare, non di giustificare, ma di distinguere, verificare, contestualizzare. Rinunciare a questo sforzo, rifugiandosi in formule assolute e versioni uniche, rischia di trasformare l’informazione in un esercizio di conferma delle proprie certezze, anziché in uno strumento di comprensione della realtà.



