Il NO ha vinto, e ha vinto bene. Con il 53,74% dei voti contro il 46,26% dei Sì, la riforma costituzionale sulla giustizia voluta dal governo Meloni è stata affondata dagli italiani. L’affluenza ha sfiorato il 59%, un record assoluto nel recente panorama referendario italiano, un dato senza precedenti per una consultazione svoltasi su due giorni. Ora però è il momento di fare i conti — quelli veri — su cosa ha determinato questo risultato. E su chi ne porta la responsabilità politica.
Una riforma non si giudica a pezzi
Partiamo dal merito, brevemente, perché il merito in questa vicenda è stato volutamente oscurato da entrambe le parti. La riforma conteneva elementi che nel dibattito astratto avrebbero potuto trovare consenso — la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri è un tema su cui io ad esempio concordo. Ma una riforma non si legge da sola, come se fosse un’isola. Si legge all’interno dell’ecosistema politico in cui nasce, si inserisce e produce effetti.
E l’ecosistema di questo governo è quello di un progetto che mira sistematicamente ad accentrare i poteri, a svuotare i contrappesi democratici, ad assoggettare ogni istituzione alla volontà dell’esecutivo. Il premierato, il presidenzialismo senza le tutele che questo sistema ha in altri paesi, la riforma che prevedeva lo sdoppiamento del CSM in due organi distinti e la selezione dei suoi membri tramite sorteggio — tutto questo va letto come un disegno organico.
Il voto degli italiani: sfiducia totale nel personale di governo
Ma il cuore del NO non è tecnico-giuridico. Il fronte del No è riuscito con successo a trasformare le consultazioni sulla separazione delle carriere in un voto politico contro il governo. E a ragione. Perché come può un cittadino — qualunque cittadino — votare SÌ a una riforma proposta da chi ha dimostrato di non meritare fiducia in nessun ambito?
I giovani soprattutto hanno parlato chiaro. La Generazione Gaza — quella che ha riempito le piazze di tutta Italia per oltre un anno e mezzo — è entrata nelle urne. Già subito dopo l’esito elettorale.
Gli italiani non si fidano di chi è stato politicamente complice del Genocidio di Gaza, di chi spende i loro soldi in armi per l’Ucraina lasciando marcire la sanità pubblica, la scuola, i servizi essenziali. Non si fidano di chi, per servilismo atlantico, rischia di coinvolgerci in una spirale di escalation con l’Iran. Non si fidano di Salvini, Tajani, Crosetto, Valditara, Piantedosi. Non si fidano di Santanchè, Donzelli, Gasparri, Sardone, Cisint. Il voto referendario è stato anche — e soprattutto — questo: un giudizio su quattro anni di un governo che ha deluso, diviso, e umiliato una parte consistente del Paese e che ha tradito anche le aspettative dell’elettorato di destra.
Il boomerang dell’islamofobia
Ma c’è una storia specifica dentro questa storia generale, e riguarda la comunità islamica italiana. Ed è una storia di cui occorre parlare con chiarezza, con i numeri alla mano.
In questi mesi, consci del fatto che gli argomenti politici spendibili con il loro elettorato fossero praticamente inesistenti, gli esponenti della maggioranza e certi media organici al governo — Il Giornale, Libero, con i loro direttori Cerno e Capezzone in testa — hanno scelto una strategia: l’islamofobia come combustibile elettorale. Prendere di mira le moschee, le organizzazioni islamiche, gli esponenti della comunità. Una campagna di killeraggio mediatico, di diffamazione sistematica, di macchina del fango indirizzata in particolare contro Brahim Baya e contro me, contro mio padre Hamza Roberto Piccardo, contro chiunque avesse il coraggio di alzare la voce. Questa strategia non ha pagato, anzi ha sortito esattamente l’effetto opposto.
I numeri che contano
Parliamo di numeri. I musulmani in italia sono 3,2 milioni e di questi i cittadini italiani sono circa 1.300.000, secondo le stime più consolidate, solo nel quinquennio 2021-2025 sono state registrate 114.953 nuove cittadinanze a cittadini provenienti da paesi musulmani, se guardiamo poi in prospettiva alla percentuale di musulmani tra i nuovi nati soprattutto nelle regioni del Nord avremo un quadro molto eloquente.
Ora guardiamo il margine di vittoria del NO. Il 53,25% si è schierato contro la riforma: circa 15 milioni di elettori, quasi 2 milioni in più dei Sì. Quei quasi due milioni di voti di scarto corrispondono quasi alla stima della comunità islamica avente diritto di voto — una coincidenza che coincidenza non è, specialmente se si tiene conto del fatto che la mobilitazione è stata massiccia, organizzata e motivata.
In molti abbiamo fatto appello al voto per il NO e la risposta c’è stata. Massiccia. Capillare. Attraverso le moschee, le reti associative, i canali di comunicazione comunitari, il passaparola tra famiglie. La comunità islamica sta costruendo una rete organizzativa capillare — tra moschee, associazioni e leadership informali — che la trasforma in un bacino elettorale sempre più determinante.
La Caporetto di chi ha scelto l’odio come strategia
C’è una responsabilità politica precisa in questa sconfitta che riguarda direttamente chi ha scelto di fare dell’islamofobia uno strumento di campagna. Chi ha attaccato le moschee, chi ha criminalizzato le organizzazioni islamiche, chi ha costruito settimane di copertura mediatica sulla “minaccia islamica” non per informare i propri lettori ma per mobilitare un elettorato spaventato — quella gente ha ottenuto l’esatto contrario di quello che cercava.
Ha svegliato un gigante. Ha preso una comunità che per anni ha tenuto un profilo basso, ha evitato di entrare nelle dinamiche della politica partitica italiana, ha preferito concentrarsi sulla propria vita, sulla propria fede, sui propri figli e sul proprio lavoro — e l’ha convinta, con le proprie mani, che stare a guardare non era più un’opzione.
Questa è la loro Caporetto. E se la sono costruita mattone dopo mattone, articolo dopo articolo, trasmissione dopo trasmissione.
Un nuovo soggetto politico
I musulmani italiani hanno votato. Hanno votato in modo consapevole, libero e determinato. Hanno votato da cittadini italiani — perché tali sono, a tutti gli effetti. Hanno votato con una motivazione in più rispetto agli altri: la stanchezza di essere usati come spauracchio, di vedere i propri luoghi di preghiera descritti come minacce, i propri bambini crescere in un paese che li tratta come nemici potenziali. Ora gli artefici di questa disfatta si dimostrano recidivi, al posto di riflettere sui propri errori cercano di cavalcare questo dato per seminare altro odio e altra paura, urlando all’islamizzazione e usando toni che se rivolti a qualsiasi altra comunità implicherebbero l’immediata condanna di tutto il sistema istituzionale.
In ogni caso la comunità islamica italiana esiste, cresce, vota e conta. Non è uno spauracchio. Non è un problema. È una realtà di questo paese, con la stessa dignità di qualunque altro pezzo della società italiana. E d’ora in avanti lo farà sentire.
Chi ha scelto l’odio come strumento sappia che l’odio non paga.


