L’arresto amministrativo e la detenzione nel CPR di Caltanissetta dell’imam Mohamed Shahin segnano un punto di non ritorno nel rapporto tra Stato italiano, comunità musulmana e libertà di espressione. Non siamo davanti a un provvedimento tecnico, né a una questione di sicurezza: siamo di fronte a un atto politico, un precedente inquietante e pericoloso.
Un imam rispettato trattato come un criminale
Shahin vive in Italia da vent’anni, è incensurato è un punto di riferimento della comunità islamica torinese è impegnato nel sociale, nel dialogo interreligioso, nella mediazione culturale.
Parliamo di un uomo stimato non solo dai fedeli, ma anche da tanti torinesi che lo hanno conosciuto come figura di equilibrio, serietà e moderazione.
Eppure è stato raggiunto da una revoca del permesso di soggiorno e trasferito d’urgenza in un CPR come se fosse un pericoloso delinquente. Il tutto mentre in Italia ha moglie e figli, una famiglia radicata e una vita pienamente integrata.
La sua colpa? Aver pronunciato un discorso scomodo sulla resistenza palestinese.
In qualunque Paese che si definisca democratico, questo rientra nella libertà di parola. In Italia, a quanto pare, può diventare motivo di espulsione.
Un provvedimento illegittimo e moralmente inaccettabile
La situazione è resa ancora più grave dal fatto che Shahin abbia presentato una nuova domanda di asilo, che per legge sospende qualsiasi provvedimento di espulsione. Nonostante ciò, è stato ugualmente fermato e spedito in un CPR.
L’Egitto, lo Stato verso cui rischia di essere rimpatriato, non è un Paese sicuro. Lo sanno tutti.
Parliamo del regime di Al-Sisi, dove dissidenti politici vengono sistematicamente torturati, incarcerati o eliminati. È lo stesso apparato che ha fatto scomparire e ucciso Giulio Regeni.
Espellere Shahin significa metterlo nelle mani di chi potrebbe torturarlo o ucciderlo, significa violare le norme internazionali sul diritto d’asilo, significa assumersi una responsabilità morale gravissima.
Il regolamento di conti contro chi ha denunciato il genocidio
Non è un caso che tutto questo avvenga nel momento in cui l’attenzione mediatica su Gaza cala, complice la narrativa ingannevole della “pace imminente”.
Proprio ora partono le ritorsioni contro chi, in questi due anni, ha denunciato il genocidio in corso.
C’è un clima evidente: la pressione delle lobby sioniste, l’obbedienza cieca di esponenti del governo e una crescente islamofobia istituzionale che trasforma moschee e musulmani in bersagli politici.
Sembra quasi l’esecuzione di un regolamento di conti: “colpite chi ha parlato troppo”.
In questo clima, un imam rispettato viene trattato come un criminale, mentre chi ha sostenuto apertamente o giustificato le atrocità commesse a Gaza gode della più totale impunità.
Un rischio per tutti
Il caso Shahin non riguarda solo un uomo o una comunità, riguarda la tenuta democratica del Paese.
Se oggi si colpisce un imam incensurato, integrato e rispettato, domani si potrà colpire chiunque osi esprimere un’opinione non allineata.
La libertà di espressione, il diritto d’asilo, le garanzie costituzionali: tutto viene eroso, pezzo dopo pezzo.
È il momento di mobilitarsi
Davanti a una deriva così grave, non possiamo restare in silenzio.
Occorre mobilitarsi per fermare l’espulsione di Mohamed Shahin, per salvare la sua vita, perché in Egitto è realmente in pericolo e per difendere lo Stato di diritto. Bisogna mobilitarsi per impedire che questa sia la prima di una lunga serie di rappresaglie contro chi ha denunciato il genocidio.
La storia ci sta osservando.
E questa volta, nessuno potrà dire: non sapevo.



