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Home Europa

Islamofobia in Europa: da chi è finanziata?

by Yomna Gad Elrab
Dicembre 12, 2025
in Europa, Islam, islamofobia, Mondo, Nuova Luce, Prima Pagina
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 Il termine islamofobia compare per la prima volta nel 1997 nel rapporto del Runnymede Trust, che definisce il fenomeno come una visione “chiusa” dell’Islam: una religione percepita come monolitica, incompatibile con l’Occidente, arretrata e intrinsecamente violenta. Una forma di pregiudizio che, come il razzismo anti-ebraico nel Novecento, riduce milioni di persone a un’unica identità minacciosa e indifferenziata.

Oggi l’islamofobia non è soltanto ostilità individuale o ignoranza religiosa. È, sempre più spesso, un fenomeno politico e strutturale: un insieme di discorsi, misure amministrative, narrazioni mediatiche e campagne coordinate che marginalizzano le comunità musulmane e alimentano percezioni securitarie sull’Islam.

Il termine islamofobia appare ancora raramente impiegato nel dibattito mediatico, ed è generalmente utilizzato per denunciare un’ipotetica attitudine al “politicamente corretto” che non permetterebbe più di esprimere critiche contro le degenerazioni della religione islamica. [1]

Mentre in molti Paesi europei il discorso anti-islamico si fonda sulla laicità come valore identitario, in Italia esso si radica nella tradizione cattolica come “collante nazionale”. La rappresentazione dell’Italia come comunità omogeneamente cristiana alimenta la narrazione secondo cui l’Islam non appartiene culturalmente all’Europa, e quindi i musulmani sarebbero “non italiani per definizione”.

Questo terreno alimenta forme di islamofobia istituzionale: dalle ordinanze discriminatorie dei primi anni Duemila fino a casi più recenti come l’“apartheid della mensa” di Lodi (2019), che impose requisiti documentali impossibili da soddisfare per decine di famiglie straniere.

I dati del Pew Research Centre rivelano che la popolazione italiana sia quella in cui si riscontra la maggior avversione verso le persone di fede musulmana in Europa (69% rispetto a una media europea del 43%) (Calculli 2020). Inoltre, sempre secondo le ricerche del Pew Research Centre e dell’Eurobarometro, il 61% della popolazione italiana “ritiene che i musulmani vogliano mantenere le proprie abitudini e stili di vita distinti dalla maggioranza, il 46% che molti o la maggior parte dei musulmani sostenga Daesh e solo un 49% si sentirebbe a suo agio a lavorare con un collega musulmano”[2] (Ciocca 2019a, 22). Nell’ultimo decennio, ricercatori e giornalisti hanno documentato la crescente influenza di attori statuali mediorientali, in particolare gli Emirati Arabi Uniti (EAU), nel plasmare la narrativa sull’Islam e sulle associazioni islamiche in Europa. [3]

L’obiettivo sarebbe quello di delegittimare le correnti politiche islamiche percepite come nemiche, soprattutto la Fratellanza Musulmana, e presentarsi simultaneamente in Occidente come baluardi contro l’estremismo.

Secondo le inchieste di Mediapart e del consorzio European Investigative Collaborations (Abu Dhabi Secrets), tra 2017 e 2020 gli EAU hanno finanziato una società di intelligence privata svizzera (ALP Services), con oltre 5,5 milioni di euro, per produrre dossier contro più di 1.000 attivisti, studiosi e istituzioni islamiche in Europa.

L’obiettivo è anche quello di collegare i bersagli a terrorismo, radicalismo o estremismo, anche senza evidenze reali, allo scopo di minare la loro reputazione e influenzare governi, media, banche e opinione pubblica.

 Il caso italiano: la vicenda Hazim Nada

Uno dei bersagli principali è stato Hazim Nada, imprenditore italo-americano, fondatore della multinazionale energetica Lord Energy. Le campagne di disinformazione coordinate da ALP Services hanno portato nel 2019 al collasso della sua azienda, spingendo Nada ad avviare una causa da 2,77 miliardi di dollari.

Il caso evidenzia come la costruzione di un immaginario anti-islamico possa avere conseguenze economiche enormi, ben oltre il discorso politico.

Fra le campagne documentate:

  • il tentativo di screditare l’ONG umanitaria Islamic Relief Worldwide, con impatti sui finanziamenti governativi e quindi sulla capacità di assistenza a milioni di beneficiari;
  • pressioni politiche sulla Francia per rappresentare negativamente il Qatar;
  • rapporti privilegiati con movimenti europei di estrema destra: Mediapart ha rivelato nel 2019 che gli EAU hanno facilitato un prestito da 8 milioni di euro al partito di Marine Le Pen.

L’influenza emiratina è stata registrata anche a Bruxelles, dove il Corporate Europe Observatory ha documentato campagne di lobbying del valore di miliardi di euro mirate a: promuovere la narrativa dell’“Islam politico come minaccia”, e riabilitare l’immagine degli EAU come attori di stabilità coprendo le violazioni dei diritti umani di cui sono responsabili.

L’islamofobia in Italia non è un fenomeno spontaneo. È parte di un complesso sistema di narrazioni, interessi politici, dispositivi mediatici e campagne di influenza che operano a livello sia nazionale sia transnazionale.

In un’epoca segnata da crisi globali, polarizzazioni identitarie e competizioni geopolitiche, l’islamofobia diventa così uno strumento: utile per costruire consenso, indebolire rivali e rafforzare narrazioni securitarie. Riconoscerne le radici  e seguirne i finanziamenti è il primo passo per contrastarne gli effetti.

[1] Panighel, Marta. “L’islamofobia di genere in Italia. Le donne musulmane tra auto ed etero-rappresentazioni.” (2023).

[2] https://data.europa.eu/data/datasets/s2077_83_4_437_eng?locale=it

[3] Salem, Ola, and Hassan Hassan. “Arab Regimes Are the World’s Most Powerful Islamophobes.” Foreign Policy 29 (2019).

Crediti immagine copertina: Der Spiegel

Tags: abu dhabiAlp ServicesEmiratiEmirati Arabi UnitiHazim NadaIslamic ReliefIslamofobialorenzo vidino
Yomna Gad Elrab

Yomna Gad Elrab

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