La Procura di Milano sta indagando su una vicenda che sembra uscita da un incubo: la possibilità che, durante l’assedio di Sarajevo, alcuni italiani abbiano pagato per raggiungere le colline intorno alla città e sparare sui civili come in una macabra caccia al bersaglio. L’inchiesta nasce da una denuncia dello scrittore Ezio Gavazzeni, presentata insieme agli avvocati Nicola Brigida e all’ex giudice Guido Salvini. Nel dossier sono raccolte testimonianze che descrivono piccoli gruppi di appassionati di armi che, nei primi anni Novanta, si ritrovavano a Trieste il venerdì e poi raggiungevano la Bosnia tramite voli della compagnia Aviogenex, trovandosi infine sulle posizioni controllate dalle milizie serbo-bosniache fedeli a Radovan Karadžić.
Secondo queste ricostruzioni, i partecipanti avrebbero pagato cifre molto alte – fino all’equivalente di centomila euro – per poter sparare sulla popolazione intrappolata in città. Un testimone parla addirittura di un “listino” che stabiliva quanto valessero i diversi bersagli, con i bambini considerati quelli “più costosi”. Accuse terribili, che però oggi i magistrati devono verificare una per una.
Una parte importante dell’esposto si basa sul racconto di Edin Subašić, ex agente dell’intelligence militare bosniaca. Lui sostiene che nel 1994 avvertì il servizio segreto militare italiano, il Sismi, dell’esistenza di questi viaggi; e che, dopo alcuni mesi, gli fu comunicato che le partenze da Trieste erano state bloccate. È una versione che andrà controllata, così come i riferimenti a tre italiani provenienti da Torino, Milano e Trieste, di cui uno descritto come proprietario di una clinica di chirurgia plastica.
Mentre Belgrado nega qualsiasi coinvolgimento, da Sarajevo arrivano conferme indirette: diversi testimoni raccontano che nei weekend la città diventava ancora più pericolosa e che già all’epoca circolavano voci su “stranieri” portati sulle colline per sparare sui civili. Džemil Hodžić, che da ragazzo ha vissuto tutto l’assedio e ha perso il fratello ucciso da un cecchino, dice di non essere affatto sorpreso dalle rivelazioni italiane: era qualcosa che molti temevano, ma di cui nessuno aveva le prove.
Oggi la Procura di Milano sta acquisendo documenti dalla Bosnia e dal Tribunale dell’Aia per capire cosa sia davvero successo. Per ora ci sono solo accuse ma il solo fatto che un’inchiesta formale sia stata aperta basta a riportare alla luce una delle zone più buie della guerra nei Balcani, e a chiedere finalmente se qualcuno abbia pagato per uccidere, nell’Europa degli anni Novanta, cittadini innocenti intrappolati in una città assediata.
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