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Home Colonialismo

La canzone palestinese sopra il ronzio dei droni che sta spopolando sul web

by Wijdane Zniti
Settembre 3, 2025
in Colonialismo, Islam, Israele, Mondo, Palestina, Sionismo
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La canzone palestinese sopra il ronzio dei droni che sta spopolando sul web
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Nel cielo di Gaza il suono dei droni è la colonna sonora della quotidianità. Una costante metallica, spietata, che accompagna ogni momento, di giorno e di notte. A questa presenza opprimente non si può sfuggire. Israele utilizza anche il suono come uno strumento di “guerra”. Uno strumento di controllo, di intimidazione, di lento annientamento psicologico. Una forma di violenza invisibile che precede e accompagna quella tangibile, fatta di bombe e proiettili.

È in questo contesto, dentro uno sterminio che non conosce tregua, che nasce un gesto di resistenza inattesa divenuto virale sui social.

VEDI IL VIDEO DELLA CANZONE QUI

Ahmed Abu Amsha, insegnante al Conservatorio Nazionale di Musica Edward Said, ha scelto di non permettere che il cielo, infestato dai droni spia israeliani, definisca l’identità di un’intera generazione. Ha creato con i suoi studenti un gruppo musicale: Gaza Birds Singing. L’idea è tanto semplice quanto potente. Se i bambini non riescono a dormire per il rumore dei droni, allora canteranno. Se l’incessante ronzio trasforma ogni spazio in una prigione mentale, allora si risponderà con la voce, la melodia e con la dignità.

Nel cuore del genocidio, tra fame, sfollamenti forzati e assedi violenti, la musica diventa strumento di sopravvivenza. Come affermazione dell’essere. Non si canta “nonostante” il genocidio: si canta dentro il genocidio. Si canta contro la violenza israeliana che non conosce confini.

I video condivisi da Ahmed, raccontano una realtà che sfugge alle narrazioni numeriche dei bollettini di morte. È memoria vivente, incisa con strumenti di fortuna, registrata tra tende e aule distrutte, arrangiata tra le pause di un bombardamento all’altro. Come un rifiuto di essere cancellati.

“Abbiamo avuto questa idea da ciò che viviamo, da ciò che soffriamo qui”, ha detto Abu Amsha. “Quando abbiamo attività con i droni qui, i ragazzi mi chiedono: signore, siamo stanchi di questo rumore fastidioso, e io rispondo loro: dobbiamo cantare”.

Il Conservatorio, prima della distruzione totale, era un luogo di formazione e speranza. Aveva mandato giovani musicisti in tournée, li aveva educati al mestiere e all’arte. Ora è un edificio raso al suolo. I suoi studenti, alcuni giovanissimi, sono tra le tantissime vittime del terrorismo israeliano. Tra loro c’era anche Lubna Alyaan, violinista di 14 anni, uccisa nei bombardamenti. Ma i suoi insegnanti non hanno smesso. Hanno raccolto i resti, cercato strumenti tra le macerie, ricavato tamburi da vecchie lattine. Tengono lezioni nei campi profughi, sotto le tende.

“Dobbiamo trasformarlo in qualcosa di buono, e quindi cantiamo”, ha detto Abu Amsha, aggiungendo che il gruppo registra spesso video di se stesso mentre canta per poi pubblicarli sulla piattaforma social Instagram. “L’idea di queste è quella di trasformare il suono della guerra in musica e renderlo qualcosa di bello”.

Chi racconta questa realtà, in diretta da Gaza City, parla di “guerra psicologica” pianificata e sistematica. Di droni pensati non solo per colpire, ma per spezzare la resistenza interiore. È una dimensione meno visibile dell’occupazione, ma non meno letale. Il trauma non ha pause, l’angoscia e l’ansia è un sottofondo costante e inesorabile.

al-Khalili ha affermato che i droni avevano sorvolato Gaza per anni prima del 7 ottobre 2023.

“non si tratta solo di sorveglianza. È guerra psicologica: un rumore pensato per innervosire, per abbattere le persone”.

I droni “Zanana”, soprannominati così dai palestinesi per il ronzio che producono, sorvolano Gaza dall’inizio degli anni Duemila, imposti come strumento di controllo coloniale dall’alto. Introdotti con la giustificazione della sorveglianza, si sono rapidamente rivelati in armi di assalto, colpendo persone e infrastrutture già nel 2004, con insistenza poi dopo il cosiddetto disimpegno unilaterale di Israele nel 2006.

Il suono che emettono, persistente, invasivo, è parte integrante della macchina di oppressione israeliana. Produce terrore, frammenta la quotidianità e invade lo spazio mentale. Il cielo a Gaza diventa il luogo da cui piove la minaccia. Il ronzio dei droni è un messaggio. Una forma di violenza ambientale che disciplina i corpi, logora la mente e riduce lo spazio vitale a un territorio di costante “sorveglianza”.

Eppure, in questa realtà deformata dalla violenza israeliana, la musica viene strappata alla morte, giorno dopo giorno. Le canzoni parlano di identità, memoria, dignità. Non servono a dimenticare, ma a ricordare chi si è, anche quando tutto intorno cerca di annientarti.

In un luogo dove l’umanità viene annullata, ogni gesto di bellezza diventa politico.
Mentre l’occupazione avanza e il mondo osserva inerme, i suoni di Gaza non sono più solo quelli dei droni. Sono anche le voci dei suoi bambini. Bambini che cantano perché hanno imparato a vivere nonostante la paura. C’è qualcosa di più profondo che va oltre l’arte. C’è la volontà di non sparire e di non essere solo numeri.

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Wijdane Zniti

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