C’è un momento, nell’intervista di due ore e mezza che Tucker Carlson ha fatto a Mike Huckabee, in cui il peso di tutto ciò che afferma diventa quasi insostenibile. Huckabee, pastore battista, ambasciatore americano in Israele, uomo che ha dedicato la vita a sostenere teologicamente e politicamente il regime sionista di Tel Aviv, viene stretto in un angolo da domande così elementari, così radicalmente semplici, che chiunque abbia un briciolo di onestà intellettuale dovrebbe poter rispondere senza esitazione.
“Chi ha diritto a questa terra?” chiede Carlson. “E su quale base?”
Huckabee non risponde. Non può rispondere. E in quel silenzio, in quelle divagazioni, in quei tentativi di cambiare soggetto, si rivela l’abisso: non c’è argomento. C’è solo volontà di potenza travestita da teologia.
L’estremismo che accusa gli altri di estremismo
C’è un’ironia talmente grottesca da togliere il fiato nel sentire un uomo come Huckabee – che crede che Dio abbia dato agli ebrei (ma solo ad alcuni ebrei, quelli giusti, quelli riconosciuti come tali) una striscia di terra dal Nilo all’Eufrate ) accusare l’Iran di estremismo religioso. È come sentire un piromane parlare dei pericoli del fuoco.
Huckabee ripete come un mantra: “Israele ha diritto a esistere”. Ma quando Carlson gli chiede cosa significhi realmente “diritto a esistere”, se sia un principio universale applicabile a tutti i popoli o un privilegio speciale riservato a uno solo, l’ambasciatore si avvita in contraddizioni che rivelano la natura psicotica della posizione che rappresenta.
Perché se è vero – come Huckabee afferma – che Dio ha dato quella terra agli ebrei in Genesi 15, allora i confini non sono quelli attuali. Sono dal Nilo all’Eufrate. Tutto il Libano. Tutta la Siria. Metà dell’Iraq. Parti dell’Arabia Saudita. E quando Carlson glielo fa notare, quando gli chiede se sarebbe “ok” se Israele prendesse tutto quel territorio, Huckabee dapprima dice “sarebbe ok”, poi arretra, poi si rifugia in “non è quello che stanno chiedendo”.
Ma il punto non è cosa chiedono oggi. Il punto è il fondamento della rivendicazione. Se il diritto è divino, è assoluto. Se è biblico, è quello. Non puoi usare la Bibbia per giustificare Tel Aviv e ignorarla quando parla di Damasco. O puoi, se sei un estremista che usa la religione come arma, non come guida.
Il grande Israele e le toppe dei soldati
E mentre Huckabee parla, fuori da quell’intervista, c’è una realtà che rende le sue parole ancora più agghiaccianti. I soldati dell’IDF girano con toppe militari che mostrano la “Grande Israele” – quella dal Nilo all’Eufrate – cucite sulle divise. Non è un segreto. Non è una teoria del complotto. È lì, sulla loro spalla, mentre pattugliano territori occupati e sparano a ragazzi di 14 anni.
Ma nei media occidentali continuiamo a parlare di “Israele che si difende” e di “conflitto complesso”. Complesso? Huckabee stesso ammette che, secondo la sua teologia, Dio ha dato quella terra agli ebrei. Punto. Non c’è complessità. C’è solo l’esecuzione di un mandato divino che giustifica qualsiasi cosa -compreso uccidere bambini, compreso sputare addosso ai cristiani che vivono lì da duemila anni, compreso rubare terre e costruire insediamenti finanziati dalle nostre tasse.
Le domande senza risposta
L’intera intervista è un capolavoro di giornalismo proprio perché Carlson fa le domande che chiunque con un minimo di onestà intellettuale dovrebbe fare, e che quasi nessuno fa.
Chi sono esattamente gli ebrei che hanno questo diritto? Quelli per discendenza? Quelli per conversione? Quelli che non credono in Dio ma sono nati da madre ebrea? Quelli che credono in Dio ma si sono convertiti al cristianesimo? La corte suprema israeliana dice che questi ultimi – gli ebrei messianici – non hanno diritto di ritorno. Ma Huckabee dice di conoscere persone che l’hanno fatto. Allora chi decide? Su quale base?
E se il diritto è genetico – se sono i discendenti di Abramo – perché non fare test del DNA a tutti e stabilire una volta per tutte chi ha titolo a vivere lì e chi no? La domanda è talmente logica, talmente inevitabile, che Huckabee non sa cosa rispondere. Perché la risposta – la vera risposta – è che non si tratta di diritto. Si tratta di potere.
La caduta dell’impero
Guardare questa intervista significa assistere a qualcosa di più grande di un semplice confronto tra un giornalista e un ambasciatore. Significa vedere il crollo morale e intellettuale di un impero, quello americano chiaramente.
Gli Stati Uniti – il paese che Huckabee rappresenta – sono in bancarotta. Hanno strade che cadono a pezzi, un debito insostenibile, cittadini che muoiono di fentanyl, perdita di controllo della propria sovranità e volontà popolare nell’asservimento totale ad uno Stato estero – Israele. Gl i USA continuano a spedire miliardi a Tel Aviv, un paese con un tenore di vita più alto, con sanità gratuita (e aborto gratuito, tra l’altro – cosa ne pensa Huckabee, lui così “pro-life”? Tace, ovviamente), con infrastrutture che funzionano.
E perché? Perché Huckabee e i suoi amici credono che la Bibbia lo richieda? Perché Netanyahu – che ha definito Carlson “nazista” – è stato alla Casa Bianca sette volte in un anno, mentre l’americano medio non riesce a farsi ricevere dal proprio rappresentante di distretto?
Carlson chiede: il 70-80% degli americani non vuole una guerra con l’Iran. Netanyahu la vuole. Eppure siamo sull’orlo di una guerra con l’Iran. Chi rappresenta veramente la volontà del popolo americano? Chi ha più influenza, Netanyahu o 250 milioni di cittadini?
La risposta è sotto gli occhi di tutti. E Huckabee – che dovrebbe rappresentare gli americani, non Israele – passa due ore e mezza a difendere Israele, ad attaccare l’esercito americano (“l’IDF è più umano dei marines”), a giustificare l’uccisione di bambini palestinesi.
I cristiani dimenticati
Forse la parte più straziante dell’intervista è quando Carlson parla dei cristiani palestinesi. Persone le cui famiglie seguono Gesù da duemila anni, da quando questa terra era romana e poi bizantina e poi araba e poi crociata e poi ottomana e poi britannica e poi israeliana. Persone che hanno visto passare imperi e religioni, rimanendo lì, sulla loro terra, a testimoniare una fede antichissima. Persone che – ironicamente – discendono da quegli stessi Cananei che la Bibbia tanto usata da Huckabee menziona come risiedenti in quella terra prima degli ebrei.
Oggi non possono più andare a pregare al Santo Sepolcro – a pochi chilometri da casa loro – senza permessi militari. Vengono sputati addosso per le strade di Gerusalemme mentre indossano abiti clericali. Le loro chiese vengono bombardate. I loro ospedali vengono colpiti. E Huckabee – pastore cristiano, ministro battista – non trova una parola di condanna. Anzi, giustifica: “Ci sono stati attentatori suicidi”. Ma quando Carlson chiede quando sia mai stato un cristiano a farsi esplodere, Huckabee tace.
Questa è la misura del tradimento. Un uomo che predica il Vangelo tradisce i suoi fratelli in Cristo perché sono dalla parte sbagliata del muro. Perché sono palestinesi. Perché la loro esistenza – la loro presenza antica su quella terra – smentisce la narrazione che vuole quella terra “vuota” o “solo ebraica”.
Oltre il bullismo crociato
Quello che emerge dall’intervista è un quadro spaventoso: non stiamo argomentando con persone ragionevoli. Non stiamo dibattendo con chi ha posizioni diverse ma rispettabili. Stiamo affrontando bulli che hanno abbandonato ogni pretesa di razionalità, che impongono le loro volontà con la forza, che usano la religione come mazza.
Huckabee non sa rispondere alle domande più elementari. Non sa definire “ebreo”. Non sa definire i confini di Israele. Non sa spiegare perché il diritto divino si applichi solo a un pezzo di terra e non a tutto quello che Dio ha promesso. Ma sa – con certezza assoluta – che i bambini palestinesi di 14 anni meritano di morire se imbracciano un fucile. Sa che i cristiani che vivono lì da millenni devono sottostare a leggi militari. Sa che gli americani devono pagare e combattere e morire per questo.
Questa non è politica. È psicopatia.
Una risposta necessaria
Di fronte a tutto questo, la domanda diventa: cosa facciamo noi? Noi che guardiamo questo scempio, che paghiamo le tasse che finanziano queste guerre, che vediamo i nostri paesi trasformarsi mentre le nostre élite si prostrano davanti a potenze straniere?
La risposta – l’unica risposta degna di questo nome – è un cambio radicale di direzione nelle nostre società. Dobbiamo eleggere persone che si oppongano a questa psicopatia. Persone che mettano al primo posto i cittadini, non gli interessi stranieri. Persone che credano – davvero – che tutte le vite hanno lo stesso valore, non solo a parole ma nei fatti.
Il cristianesimo di Huckabee non è cristianesimo. È idolatria. È la sostituzione di Dio con un feticcio nazionale, con una bandiera, con un pezzo di terra. È la negazione di tutto ciò che il Vangelo rappresenta.
E l’America di Huckabee – quella che finisce guerre su richiesta di leader stranieri, che spende miliardi per difendere confini altrui mentre i propri crollano – non è più un impero. È una colonia. Una colonia che non ha ancora capito di esserlo.
La domanda è: quanto tempo ancora potrà durare questa finzione? Quanto tempo ancora prima che gli americani – e gli europei, e tutti noi che guardiamo – ci svegliamo e diciamo basta?
L’intervista di Carlson a Huckabee è un documento straordinario proprio perché mostra, con chiarezza cristallina, che dall’altra parte non c’è argomento. C’è solo potere. E il potere, quando perde ogni legittimità morale, diventa presto impotenza.
Noi possiamo scegliere diversamente. Possiamo scegliere la verità. Possiamo scegliere la giustizia. Possiamo scegliere – finalmente – di mettere al primo posto la vita, tutta la vita, non solo quella di chi ha i documenti giusti o prega nel modo giusto.
Questa è la sfida del nostro tempo. E dobbiamo vincerla.



