Il video dura pochi secondi. Un boato, il cielo si fa grigio, un’onda di polvere si alza e travolge la strada. Sotto la clip compare una didascalia che non lascia margini all’interpretazione: «La grande bellezza, da una terza prospettiva». In un altro post la promessa è ancora più esplicita: «Per gli amanti del genere: state sereni! Di palazzi da buttare giù a Gaza ce ne sono ancora tanti». È il tono con cui il canale Telegram “Israele Senza Filtri” accompagna i crolli degli edifici civili a Gaza City. È intrattenimento sadico e genocidario, non informazione: il piacere di guardare una demolizione in tempo reale, il riflesso condizionato dell’applauso digitale, la normalizzazione della rovina.
Quelle immagini, anche secondo le organizzazioni palestinesi, ritraggono il grattacielo Al-Roya: dodici piani di uffici e servizi civili. La reazione internazionale è immediata. Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite, scrive che «Distruggere, bombardare, radere al suolo tutto ciò che è costruito in superficie non è guerra: è la creazione deliberata di condizioni volte a distruggere un gruppo in quanto tale, ovvero un genocidio.». Parole pesanti – vere – che non restano in superficie. Perché il punto non è solo cosa succede a Gaza, ma come lo si racconta: trasformare i crolli in una serie TV, con titoli ammiccanti e sticker di applausi, significa cucire addosso alla violenza un abito di normalità, che normale è solo per il sionista e non di certo per il resto dell’umanità.
Dietro quel montaggio serrato c’è un ecosistema. “Israele Senza Filtri” nasce – secondo quanto risulta dai profili pubblici e dal materiale che abbiamo archiviato nella nostra inchiesta dettagliata (ripresa anche da Al Jazeera) – da un’idea del fotografo italo-israeliano Dario Sanchez, con la co-amministrazione dell’ex giornalista di TGcom24 Mikael Sfaradi. La missione dichiarata è “mostrare le cose come stanno”, senza fronzoli. Il risultato, tuttavia, è l’abolizione non dei fronzoli, ma dei freni inibitori. Nelle chat e nei post salvati in queste settimane e mesi affiora un linguaggio che scivola di continuo dal tifo alla minaccia. Il caso più eloquente è un sondaggio lanciato nel gruppo: «Omicidi extra-giudiziali mirati contro i supporter del terrorismo palestinese in Europa, ad opera dei servizi segreti: sì o no?». La maggioranza vota sì. Seguono commenti che parlano di “ripulisti”, di “cecchini su ogni tetto”, di “guerra nuova, regole nuove”. L’obiettivo, chiarito tra le righe, sono gli attivisti e i semplici critici delle politiche israeliane in Europa: cittadini che esprimono opinioni, trasformati in bersagli.
Qui non siamo più nel terreno dell’opinione, ma in quello della costruzione culturale della violenza. La retorica del canale compie un salto semantico: chi contesta l’operato del governo israeliano viene definito “sostenitore del terrorismo” e quindi nemico legittimo. È la stessa logica che rende esilarante il crollo di un palazzo e plausibile l’idea di un’esecuzione in un condominio europeo: se tutto è “guerra”, tutto è consentito. L’effetto collaterale è cercato, anzi coltivato: l’engagement della crudeltà. Clip corte, titoli ad effetto, applausi e cuoricini. Un acchiappaclick perfetto. Più macerie, più views. Più minacce, più appartenenza. È la gamification del sadismo.
Questo sistema non si limita a spettacolarizzare la distruzione: individua bersagli. Attiviste e attivisti finiscono in bacheca, con dileggio e, talvolta, con messaggi che sconfinano nella minaccia. Anche figure politiche e volti noti vengono proposti alla gogna digitale. Nel frattempo, la pagina intreccia iniziative, promozioni, raccolte fondi legate alle attività dei suoi animatori – un circuito che salda propaganda, business personale e mobilitazione militante. Il confine tra il ruolo giornalistico rivendicato e la macchina identitaria di un movimento è, nel migliore dei casi, sfumato.
C’è un filo che unisce tutto: il lessico. “I divani da cui vomitate le vostre caz*ate non sono zona franca”, si legge in un post nel gruppo. Il messaggio è chiaro: la parola è già un atto ostile, quindi la risposta può essere violenta. È la stessa torsione che rende comprensibile l’accusa di genocidio evocata da la società civile globale oggi: quando si rade al suolo non solo corpi ma condizioni di vita, quando si celebra la distruzione di infrastrutture civili come se fosse un derby, quando si addestra un pubblico a desiderare l’eliminazione fisica dell’avversario politico, la soglia che separa il commento dall’azione si assottiglia fino a scomparire.
Raccontare tutto questo non significa assolvere nessuno. Anzi: significa assumersi la responsabilità di chiamare le cose con il loro nome. “Israele Senza Filtri” non è un semplice canale di notizie; è un laboratorio in cui l’odio viene raffinato, impacchettato e reso virale. È l’altra faccia – civile, occidentale, social-friendly – di una cultura dell’odio di matrice sionista che considera l’annientamento dell’altro non un orrore, ma un contenuto da condividere. E se un gruppo applaude il crollo di una torre e sonda il gradimento per l’omicidio politico in Europa, la domanda non è più “che cosa pensate della guerra”, ma “che cosa siete disposti a fare ai vostri vicini”.
A questo punto entrano in scena le responsabilità. Le piattaforme hanno il dovere minimo di conservare e, se necessario, rimuovere contenuti che istigano alla violenza; le autorità di pubblica sicurezza e la magistratura hanno il compito di valutare se, e in quali punti, siano stati superati i limiti previsti dalla legge – dall’istigazione a delinquere alla minaccia, fino all’eventuale finalità di terrorismo. Le testate con cui collaborano i moderatori citati devono chiarire ruoli e distanze. E ognuno di noi è chiamato a decidere se accettare che l’algoritmo premi la crudeltà come forma di intrattenimento.
In fondo, tutto si riduce a una scelta narrativa. C’è chi titola “La grande bellezza” davanti a una nuvola di polvere e sangue che inghiotte un quartiere, e chi vede in quella nube l’ombra lunga di un crimine. Se il primo sguardo è clickbait, il secondo è un dovere civile. Perché la bellezza – quella vera – non ha nulla a che fare con le macerie. E chiamare genocidio ciò che genocidio è non è retorica: è l’ultimo filtro che ci resta per restare umani.




