La decisione della Corte d’Appello di Torino che ha smontato il trattenimento e l’espulsione dell’imam Shahin non è solo una sentenza. È una sconfessione totale della linea politica del Viminale, dell’impostazione securitaria del ministro Matteo Piantedosi e, più in generale, di un governo che ha scelto di trasformare l’Islam in un problema di ordine pubblico.
I giudici hanno fatto ciò che in uno Stato di diritto dovrebbe essere ovvio: hanno valutato i fatti, escluso la pericolosità concreta, respinto la costruzione ideologica di una minaccia inesistente. E così facendo hanno fatto saltare un intero impianto politico costruito su allarmi, suggestioni e campagne mediatiche.
La giustizia smentisce la propaganda
Il caso Shahin era stato presentato come emblematico: l’imam “pericoloso”, il predicatore “ambiguo”, l’uomo da espellere per difendere la sicurezza nazionale. Una narrazione martellante, sostenuta da dichiarazioni governative e rilanciata dai giornali house organ della maggioranza, che hanno svolto il ruolo di cassa di risonanza più che di informazione.
La giustizia, però, ha fatto il suo mestiere. E il verdetto è stato chiaro: nessuna pericolosità attuale, nessun legame con il terrorismo, nessun fondamento giuridico per privare una persona della libertà. Tutto il resto era propaganda.
La campagna anti-islamica come linea politica
Questa vicenda non nasce nel vuoto. Si inserisce in una campagna anti-islamica sistematica portata avanti da settori della maggioranza che sostiene il governo Meloni, dal Viminale e da un ecosistema mediatico che ha scelto di trattare l’Islam come un corpo estraneo, quando non come un nemico interno.
Moschee, imam, associazioni islamiche vengono raccontati come zone grigie, come potenziali minacce, come problemi da sorvegliare. Una narrazione funzionale non alla sicurezza, ma a un’agenda ideologica che guarda con favore alle posizioni più oltranziste in politica estera e che strizza l’occhio a interessi e sensibilità apertamente allineate al fronte sionista, anche quando questo significa criminalizzare ogni voce critica verso Israele e l’occupazione della Palestina.
In questo quadro, l’imam Shahin non era un individuo da valutare, ma un simbolo da colpire.
La reazione di Nordio: quando il potere non accetta il limite
Ed è qui che entra in scena il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Invece di prendere atto della decisione dei giudici, Nordio ha scelto la strada più pericolosa: mettere sotto accusa la magistratura, aprire istruttorie, evocare controlli e ispezioni.
Un riflesso inquietante, che rivela una concezione della giustizia non come potere autonomo, ma come apparato che dovrebbe allinearsi all’indirizzo politico del governo. È una visione che ricorda più i regimi che temono i giudici indipendenti che una democrazia costituzionale.
Quando un ministro reagisce a una sentenza non con il diritto, ma con l’intimidazione istituzionale, il problema non è la magistratura: è il potere esecutivo che non accetta di essere limitato.
Una sconfitta politica senza appello
Il caso Shahin segna dunque una sconfitta politica netta per Piantedosi, per il governo Meloni e per quella parte di sistema mediatico che su mandato sionista alimenta una campagna di demonizzazione dell’Islam utile solo a costruire consenso e a coprire scelte geopolitiche oscene.
La giustizia ha fatto ciò che la politica non ha voluto fare: distinguere, valutare, rispettare i diritti. Ed è forse proprio questo che dà fastidio a chi vorrebbe un Paese in cui il sospetto sostituisce la prova e l’appartenenza religiosa diventa un capo d’imputazione.
Ma finché esisteranno giudici che applicano la legge invece di piegarsi al potere, questa linea politica — securitaria, islamofoba e ideologicamente allineata — è destinata a infrangersi contro la realtà dello Stato di diritto.




