Un tweet, un laboratorio ideologico: dalla paura al programma politico.
Il tweet pubblicato dall’account ufficiale del governo israeliano in arabo rappresenta qualcosa di più di una semplice comunicazione: è una dichiarazione politica. Nel testo si parla del numero di moschee in Europa – salito da meno di cento a oltre ventimila – definendolo “colonizzazione” e descrivendo questi luoghi di culto come “quinte colonne” da rimuovere. Una narrativa deliberatamente costruita per suscitare paura e ostilità verso l’Islam.
Nothing to see here, just the official account of the Israeli government inciting against Muslims in Europe.
Mosques are now colonization tools and Muslims are a fifth column in Europe.
What would the reaction would be if an Arab state wrote this about synagogues and Jews? 1/ https://t.co/SKfq8S4PW8
— Jasmine El-Gamal (@jasmineelgamal) August 27, 2025
Questa retorica, lungi dall’essere estemporanea, trova una precisa eco nell’inchiesta di Report (Rai 3), che ha svelato la presenza a Gerusalemme di un centro ideologico: l’Herzl Institute, diretto da Yoram Hazony, filosofo e teorico del cosiddetto “National Conservatism”. Hazony è anche presidente dell’Herzl Institute e presidente della Edmund Burke Foundation, un istituto con base a Washington con cui organizza conferenze transatlantiche dedicate alla destra conservatrice .
Le parole dell’ideologo
Hazony ha chiarito la visione che guida il movimento:
“Abbiamo riconosciuto in Trump… una prospettiva nazionalista che rappresentava una reazione positiva al liberalismo che stava prendendo il sopravvento sui partiti politici statunitensi.”
“Il movimento enfatizza tre elementi chiave… l’indipendenza nazionale, gli interessi nazionali e anche le tradizioni nazionali e religiose.”
Il suo libro, The Virtue of Nationalism, è diventato un testo fondamentale per la destra identitaria internazionale, letto e consigliato anche da leader come Viktor Orbán e Giorgia Meloni.
Ma questa costruzione ideologica non nasce dal nulla. Nathan Lean, nel suo libro The Islamophobia Industry: How the Right Manufactures Hatred of Muslims, mostra come l’islamofobia contemporanea sia il risultato di una vera e propria industria culturale e politica: una rete di think tank, opinionisti, media e politici che lavorano insieme per fabbricare narrazioni di paura. Queste non rispondono a pericoli reali, ma vengono messe in circolazione per generare consenso verso politiche securitarie, restrizioni delle libertà civili e rafforzamento delle destre autoritarie.
Strategia globale, effetti locali
Le parole di questi think tank trovano un’eco inquietante nelle azioni della stampa e dei partiti europei: campagne contro i musulmani in Italia, titoli sensazionalistici, inchieste basate su pregiudizi e falsità. Non si tratta di una reazione spontanea della società, ma del risultato di un progetto ideologico coordinato.
Come ricorda Lean, l’islamofobia viene confezionata come un prodotto: si selezionano immagini di minareti come simboli di “invasione”, si amplificano episodi di cronaca per generalizzare sull’intera comunità musulmana, si legittimano leggi discriminatorie con la scusa della sicurezza. Il tweet israeliano, le spinte delle destre europee e gli “scoop” anti-Islam si collocano perfettamente dentro questa logica di produzione e distribuzione della paura.
Crociate moderne, orchestrate da stranieri
È cruciale comprendere che questa nuova “crociata” anti-Islam non nasce dalla Chiesa o da leader cristiani, ma da un sistema esterno – da uno Stato straniero, con un’altra religione. Israele, tramite think tank come l’Herzl Institute, esercita un’influenza significativa sulle destre occidentali, costruendo narrative per cui i cristiani europei vengono chiamati a operare per interessi che non sono i propri.
Lean sottolinea che l’islamofobia non è mai solo un pregiudizio individuale, ma un progetto organizzato che mobilita risorse economiche, mediatiche e politiche per trasformare il sospetto in programma politico. Quella che sembra una tensione religiosa è in realtà una strategia geopolitica e culturale.
Una minaccia per la democrazia europea
Qui risiede il pericolo più grande: quando l’agenda democratica viene condizionata da forze esterne, la democrazia si trasforma in strumento di propaganda. Le minoranze vengono stigmatizzate, la critica alle politiche israeliane (come il genocidio e la pulizia etnica in Palestina) viene tacciata di “antisemitismo”, e la libertà di culto diventa terreno di scontro politico internazionale.
Come osserva Lean, l’islamofobia non solo marginalizza milioni di cittadini musulmani, ma diventa anche un’arma per ridurre gli spazi di libertà, minando i principi stessi della convivenza democratica.
Il crescente antislamismo in Europa non è solo un fenomeno derivato da pressioni interne, ma un progetto politico transnazionale, orchestrato anche da Israele e veicolato attraverso think tank, fondazioni e media.
L’islamofobia, come evidenziato da Nathan Lean, è una merce politica: viene prodotta, confezionata e distribuita per legittimare politiche autoritarie, rafforzare destre illiberali e silenziare istanze democratiche come la solidarietà con il popolo palestinese.
È un’industria globale che, travestita da difesa dei valori nazionali, rischia di erodere dall’interno i principi stessi della democrazia europea.




