Nel panorama morale delle nazioni occidentali, l’artefatto più pericoloso non è l’esplicita violazione dei diritti, bensì l’ipocrisia di chi proclama valori universali salvo applicarli a corrente alternata. Le parole del ministro Andrea Abodi al Meeting di Rimini – secondo cui «lo sport deve unire», dunque Israele non dovrebbe essere esclusa dalle competizioni, mentre la Russia è giustificatamente espulsa per la sua aggressione – incarnano emblematicamente questa contraddizione. Il governo italiano si schiera dunque risolutamente a favore di uno Stato accusato da più parti di genocidio, nel medesimo momento in cui numerose società, stati e associazioni internazionali chiedono di isolare Israele per le sue politiche in Gaza.
Il contrasto è clamoroso: mentre l’Associazione Allenatori Italiani – unitamente a parlamentari, organizzazioni sportive e partiti progressisti – invocano sanzioni, sospensioni e una presa di posizione netta contro lo Stato d’Israele, il governo italiano si trincera dietro la sacralità dello sport, mascherando con potenti parole la resa agli interessi geopolitici. Anche a livello europeo, organismi come UEFA e altri enti internazionali sollevano la questione, valutando la legittimità della partecipazione israeliana, mentre i mass media e l’opinione pubblica aumentano la pressione affinché lo sport non sia usato per coprire atrocità.
Cosa ci dice tutto questo da una prospettiva conservatrice? Ci indica che abbiamo smarrito la centralità del principio. Il conservatore autentico non si piega alla convenienza del momento; non trasforma il diritto in strumento delle alleanze più potenti. Difendere la sovranità di un popolo aggredito è giusto, ma è un tradimento d’ideali opporsi alla sua applicazione coerente di fronte a un’oppressione sistemica, come quella denunciata da decine di Stati, ONG e fonti internazionali, che qualificano le azioni israeliane come genocidio, crimine contro l’umanità, o peggio.
La decadenza morale non scatta quando si sbaglia, ma quando si preferisce brandire i valori piuttosto che applicarli. Il governo difende Israele mentre l’Esecutivo della UEFA ammette che la domanda sull’esclusione è “legittima”. Mentre più di 200 ex ambasciatori europei sollecitano sanzioni ufficiali, l’Italia mette lo sport sopra la moralità. Consumiamo così il rito dell’incoerenza, decretando che quelle stesse regole non valgono se chi le infrange è nostro alleato.
Questa bassezza morale impone una riflessione profonda: uno Stato che non applica indistintamente i principi della giustizia e della dignità civile, finisce per tradire l’ethos che pretende di difendere. La pietà compassionevole per i “perdenti morali” è nei secoli passati: oggi, chi si erge a baluardo di libertà, ma la difende per alcuni e non per altri, è complice di un crollo ideale.
In questo orizzonte, lo sport (che dovrebbe rappresentare il simbolo della fraternità tra popoli) diventa una foglia di fico per coprire gli abissi tra parola e azione. Dove lo sport è invocato come strumento d’unione solo per certi Stati, non è più etica, ma narrazione funzionale. E l’Occidente – in particolare il nostro governo – non conquista nobiltà con queste scelte: se ne consegna ai compromessi, incentivando la proliferazione del relativismo, finanche nelle parole più solenni.
Le dichiarazioni di Gattuso
A rendere ancora più lampante questa ipocrisia, sono arrivate le parole del nuovo commissario tecnico della Nazionale, Gennaro Gattuso. Interpellato sulla partita contro Israele, ha dichiarato: «Sono un uomo di pace, mi auguro che la pace ci sia in tutto il mondo, fa male al cuore vedere civili e bambini morire; dopo però facciamo un altro mestiere… Israele è nel nostro girone, ci dobbiamo giocare».
Una posizione che, dietro il velo dell’emozione, non fa che ribadire il principio della normalizzazione: giocare come se nulla fosse, “perché si deve”. È la stessa resa morale che innalza la bandiera della neutralità sportiva per nascondere la complicità. Così, mentre si riconosce che «bambini e civili muoiono», si legittima allo stesso tempo l’aggressore con la dignità di un avversario sportivo. È il doppio standard elevato a regola: la pace a parole, il genocidio accettato nei fatti.
Se la civiltà si fonda sulla coerenza tra principio e pratica, allora l’Italia è già nel baratro. O ce ne rendiamo conto, o continueremo a sorridere alle convenienze, mentre tutto ciò che eravamo svanisce sotto i nostri piedi.





