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Home Colonialismo

L’Onu approva il piano USA per Gaza: forza armata coloniale sul terreno e 282 violazioni israeliane del cessate il fuoco

by Yomna Gad Elrab
Novembre 21, 2025
in Colonialismo, Israele, Mondo, Palestina, Prima Pagina, Sionismo, USA
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L’Onu approva il piano USA per Gaza: forza armata coloniale sul terreno e 282 violazioni israeliane del cessate il fuoco
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Lunedì il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione presentata dagli Stati Uniti per la pace a Gaza. L’organo esecutivo dell’Onu , composto da cinque membri permanenti con diritto di veto (Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Russia e Cina) e dieci membri eletti per mandati biennali, attualmente Algeria, Danimarca, Grecia, Guyana, Corea del Sud, Pakistan, Panama, Sierra Leone, Slovenia e Somalia , ha adottato il testo con 13 voti a favore, nessun voto contrario e due astensioni (Russia e Cina), che hanno scelto di non esercitare il veto.
Determinante, sul piano diplomatico, il sostegno compatto dei Paesi arabi e musulmani, tra cui Egitto, Qatar, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Turchia, Indonesia e Pakistan, che hanno contribuito a creare   consenso e legittimità attorno alla proposta statunitense.

La risoluzione autorizza l’attuazione dei principali elementi del piano USA, tra cui l’istituzione di un “Consiglio per la Pace” come autorità transitoria e la creazione di una Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF) con mandato temporaneo nella Striscia di Gaza. Gli obiettivi dichiarati comprendono la stabilizzazione del contesto securitario, il disarmo di Hamas e delle altre fazioni armate, condizione centrale per Israele, e l’avvio della ricostruzione dell’enclave. Il testo cita un riferimento a un “percorso verso l’autodeterminazione e lo stato palestinese”, ma senza indicare una tempistica né un percorso politico definito, lasciando aperto un nodo che da decenni blocca ogni processo negoziale.

Le posizioni delle parti

Hamas ha espresso forti riserve, definendo la risoluzione “un tentativo di imporre una tutela internazionale su Gaza”. Già prima del voto il movimento aveva respinto qualsiasi presenza militare straniera sul territorio, equiparandola a una protezione dell’occupazione. Dopo l’approvazione, il gruppo ha ribadito che affidare a una forza internazionale il compito di disarmare la resistenza comprometterebbe la neutralità della missione, rendendola una parte attiva del conflitto.

Sul fronte israeliano, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha riaffermato la propria opposizione alla creazione di uno Stato palestinese e, all’indomani del voto, ha chiesto l’espulsione di Hamas dalla regione. Si tratta di una condizione non prevista nel piano statunitense, che riflette la crescente distanza tra il testo approvato e le volontà politiche del governo israeliano.

La ministra degli Esteri palestinese, Varsen Aghabekian Shahin, ha accolto la risoluzione come un “primo passo necessario”, mentre Hamas l’ha respinta denunciando l’imposizione di un protettorato internazionale sulla Striscia.
Il divario tra le posizioni dei vari attori, rifiuto israeliano della prospettiva statuale palestinese, opposizione palestinese a una presenza militare internazionale,   evidenzia la fragilità strutturale del compromesso promosso dagli Stati Uniti.

Un cessate il fuoco sulla carta: 282 violazioni israeliane in un mese

Nonostante il sostegno internazionale alla tregua, la sua implementazione resta profondamente problematica. Il piano in 20 punti presentato da Trump, base del cessate il fuoco entrato in vigore il mese scorso, prevedeva fine delle ostilità, rilascio dei prigionieri palestinesi, accesso umanitario completo e ritiro graduale di Israele dalla Striscia.

Tuttavia, nei 31 giorni successivi all’entrata in vigore, Israele ha attaccato Gaza in 25 occasioni, secondo i dati del Ministero della Salute palestinese: almeno 242 palestinesi uccisi e 622 feriti. I due giorni più letali — 19 e 29 ottobre — hanno totalizzato 154 vittime.

Gli Stati Uniti continuano comunque a considerare la tregua “in vigore”, una percezione che sembra prevalere anche tra alcuni partner europei: la Germania ha annunciato la prossima revoca delle restrizioni all’export di armi verso Israele, sostenendo che la situazione stia “gradualmente stabilizzandosi”.

Geopolitica regionale: gli Stati Uniti rafforzano l’asse con l’Arabia Saudita

Sul versante geoeconomico e diplomatico, il presidente statunitense Donald Trump ha accolto alla Casa Bianca il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, definendolo “un grande alleato” e difendendolo dalle domande sull’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi, attribuito dai servizi di intelligence USA allo stesso bin Salman.
Il principe ha annunciato un aumento degli investimenti sauditi negli Stati Uniti fino a 1.000 miliardi di dollari, mentre Washington ha finalizzato un accordo di sicurezza che designa l’Arabia Saudita come “alleato principale non-NATO”, aprendo la strada alla vendita di caccia F-35 a Riad.
Bin Salman ha confermato la disponibilità saudita ad aderire agli Accordi di Abramo, ma solo in presenza di una soluzione a due Stati: una condizione che mantiene in vita, solo formalmente, la questione palestinese nell’agenda diplomatica saudita.

La frattura tra governi arabi e opinione pubblica

La posizione dei governi arabi nei confronti del piano statunitense e degli Accordi di Abramo riflette un equilibrio tra interessi geoeconomici e necessità di preservare un minimo allineamento simbolico con la causa palestinese.
Mentre le opinioni pubbliche arabe sostengono con forza l’autodeterminazione palestinese, molti governi della regione, spinti da interessi energetici, commerciali e di sicurezza, tendono a privilegiare percorsi negoziali guidati dagli Stati Uniti.

Le profonde contraddizioni tra la risoluzione Onu e la volontà delle parti coinvolte , dalla negazione israeliana dello Stato palestinese al rifiuto di Hamas di qualsiasi presenza militare internazionale, mettono in dubbio la capacità del piano di produrre progressi concreti sul terreno.
La prevalenza degli interessi geoeconomici delle grandi potenze nella regione, insieme al tentativo degli Stati Uniti di riaffermare il proprio ruolo di “architetti della pace” in Medio Oriente secondo logiche spesso percepite come neocoloniali, alimentano ulteriori dubbi sulla sostenibilità del processo.

In assenza di un impegno credibile per affrontare le cause strutturali del conflitto , l’occupazione israeliana, l’assedio ventennale di Gaza, l’assenza di un percorso politico condiviso , l’attuale iniziativa rischia di rimanere un esercizio diplomatico più simbolico che sostanziale, incapace di incidere realmente sulle dinamiche di lungo periodo che continuano a destabilizzare la regione MENA.

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Yomna Gad Elrab

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