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Home Israele

«L’opinione pubblica va preparata alla repressione» Il linguaggio dell’accusa nella cronaca, il caso Hannoun e la costruzione preventiva del consenso

by Mose Bei
Dicembre 29, 2025
in Israele, Italia, Nuova Luce, Palestina, Sionismo
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Oggi più che mai dai tempi del fascismo in Italia il terreno per un arresto non lo prepara un tribunale: lo prepara un racconto. E in queste ore, prima ancora delle udienze, l’opinione pubblica viene spinta volutamente a leggere l’operazione “Domino” come una verità già chiusa: “cellula italiana di Hamas”, “ONG di copertura”, “soldi al terrorismo”. È la scorciatoia perfetta: si trasforma un’indagine in una sentenza, e la solidarietà  verso un popolo martoriato in un reato di identità.

Non è un’impressione astratta. Nella galassia sionista italiana emergono istanze come quella del gruppo Telegram “Israele Senza Filtri”, che è stato oggetto di una inchiesta per aver teorizzato atti di terrorismo contro attivisti pro-Palestina in Europea; e oggi, negli stessi ambienti, circolano messaggi che invitano a “fare pressione mediatica” per “preparare il terreno alla repressione”  e a “nuovi arresti anche di soggetti italiani”. Secondo quanto riportato, quel canale è attribuito a Dario Sanchez e Mikael Sfaradi, figure legate a una rete informativa israeliana con sede a Tel Aviv.


È qui che la questione diventa politica, prima che penale. Perché Israele — attore diretto del conflitto — non è “un osservatore” qualunque. In un’indagine che riguarda Gaza e la rete di solidarietà palestinese, trattare la cornice israeliana come metro neutro equivale, in termini di percezione pubblica, a lasciare che chi è parte in causa indichi chi è colpevole. Ecco spiegato come il frame mediatico coincida punto per punto con la narrativa del regime sionista. Il processo inizia già inclinato.

I fatti, la propaganda, la manipolazione mediatica

Dentro questa cornice si colloca l’arresto disposto a Genova: nove persone in custodia cautelare, con l’ipotesi di finanziamento di Hamas e un flusso complessivo quantificato in “oltre sette milioni”, secondo l’impianto investigativo. Il comunicato della Polizia parla di “rete italiana di Hamas” e sostiene che i fondi, raccolti attraverso associazioni benefiche, sarebbero finiti al “movimento terroristico” e non alla popolazione civile.

Il punto, però, è come si costruisce quel salto: da “raccolta fondi” a “finanziamento terroristico”. Nelle carte richiamate dalla stessa Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo compaiono contestazioni che riguardano triangolazioni, invii verso associazioni nei Territori e rapporti con figure dell’amministrazione di Gaza; ma l’aspetto più esplosivo — perché sposta l’asse morale — è l’idea che una parte del sostegno economico verso famiglie (familiari di detenuti o di persone coinvolte in atti violenti, secondo l’ipotesi investigativa) venga letta come contributo “rafforzativo” dell’organizzazione.

È esattamente qui che la narrazione diventa una macchina. Perché, se si stabilisce che qualunque circuito sociale in un territorio assediato e governato da un’autorità di fatto è “Hamas”, allora qualunque euro che attraversa Gaza diventa sospetto per definizione. È una logica circolare: è colpevole perché passa da Gaza; passa da Gaza perché lì si può entrare solo passando da chi governa; quindi è colpevole. In questa logica, non solo le associazioni palestinesi: persino molte filiere umanitarie storiche diventano automaticamente “contaminate”.

Ed è in questo modo che molti pezzi di stampa “investigativa” funzionano come una sceneggiatura più che come un controllo dei poteri. Non serve inventare: basta scegliere dettagli che suggeriscono colpa. “Base operativa”, “collettori”, “zakat”, “contanti”, “moschee”, “portavoce”, “ambasciate”. Il lettore viene guidato a una conclusione senza che si sia ancora discusso ciò che in diritto fa la differenza: il nesso specifico tra i fondi e una finalità militare, operativa, armata, e non semplicemente l’attraversamento di un contesto politicamente “tossico” perché Gaza è Gaza.

Prendiamo i nomi che stanno circolando. L’indagine, nel racconto giornalistico e negli atti richiamati, cita Mohammad Hannoun come figura centrale e pubblica della rete associativa; compaiono poi, tra gli arrestati o indagati menzionati, persone indicate con soprannomi e ruoli di raccolta o collegamento: Mousa Dawoud, Ryad Al Bustanji, Raed Al Salahat, oltre ad altri nominativi presenti nelle carte e nei resoconti. Nello stesso perimetro vengono raccontati, da alcune ricostruzioni di stampa, Mohammad Suleiman Mousa Ahmad (“Abu Omar”) come riferimento per i fondi nell’area romana e Sulaiman Hijazi come snodo verso Milano; e viene tirata dentro anche una giornalista – Angela Lano, direttrice di InfoPal – con perquisizioni e contestazioni di “propaganda” come se informare e prendere posizione fosse già una prova. (Questa tecnica è classica: se la politica non basta, si colpisce la voce.)

Guardiamoli, uno per uno, per ciò che non dimostrano da soli. Essere “portavoce” di una moschea, organizzare incontri, avere contatti con ambasciate, gestire raccolte religiose o donazioni comunitarie, muovere contanti quando i conti vengono chiusi o bloccati: sono elementi di una  fotografia volutamente infangata con la retorica rispetto a una solidarietà sotto pressione, costretta a reinventarsi quando i canali legali vengono interrotti – basti ricordare che le sanzioni USA hanno bloccato i conti dell’ABSPP, ma anche di Francesca Albanese e di dipendenti della Corte Penale Internazionale. Insomma, non proprio un esempio di oggettività e legalità. Il punto non è idealizzare: il punto è non trasformare automaticamente la fatica di far arrivare aiuti in una “prova” di terrorismo.

Lo stesso vale per le “terze persone” usate come garanti, per esempio il nome di Modestino Preziosi, indicato da alcuni resoconti come soggetto estraneo all’inchiesta ma usato come riferimento IBAN in iniziative pubbliche quando i canali ufficiali erano compromessi. In un quadro di assedio mediatico-finanziario come sopra citato, questa è esattamente la dinamica che ci si aspetta: se chiudi la porta principale, la gente prova finestre e cortili per cercare di fermare un genocidio. Che questo sia prudente o discutibile è una domanda; che sia automaticamente “terrorismo” è un salto che va dimostrato, non suggerito.

Inondare lo scenario mediatico per non lasciare spazio ad alternative

Ed è proprio la dimensione del “suggerito” che dovrebbe allarmare più della cronaca. Perché la propaganda moderna non dice “sono colpevoli”: mostra una sequenza di indizi selezionati finché il lettore si sente autorizzato a crederlo. È lo stesso metodo con cui — lo ricordiamo — nel 2021 Israele etichettò sei ONG palestinesi come “terroriste” (poco dopo anche lUNRWA verrà definito come organizzazione terroristica dalla politica israeliana): un gesto politico che allora diversi governi europei guardarono con scetticismo e critica. Oggi, invece, quell’approccio rientra dalla finestra come senso comune. E non si ferma: colpisce perfino chi fa lavoro internazionale e giuridico, come mostra la pressione contro organi e figure ONU e la polarizzazione attorno alla Corte Penale Internazionale.

Per questo la domanda non è “difendete Hamas?” ( che è una trappola comunicativa) ma: difendete il diritto a un processo, e il diritto a distinguere tra solidarietà e militanza armata? Difendete l’idea che la resistenza anche armata — in qualunque conflitto — non venga cancellata dalla storia e sostituita da un’etichetta penale, senza che sia provato l’elemento decisivo? In Italia, centinaia di migliaia di persone hanno manifestato non per “celebrare la violenza”, ma per affermare un principio: l’autodeterminazione e la resistenza all’occupazione, nei limiti del diritto internazionale e della tutela dei civili, non possono essere espulse dal linguaggio legittimo solo perché scomode. Anche questo è il motivo per cui il casi Ana Yaeesh non è stato ripreso dai soliti sospetti fra i media: in quanto il caso è tutto basato sulla legittimità o meno della resistenza armata palestinese – cosa già assodata dal diritto internazionale e la Convenzione di Ginevra e si cui i giudici si pronunceranno a Gennaio 2026.

Ritornando al caso dei 9 arresti, ecco perché l’attacco mediatico “a imbuto” è il vero cuore del problema e lo scopo è chiaramente quello di monopolizzare la narrazione per forzare la mano della magistratura senza lasciare spazio a chi non lancia sentenze prima ancora di aver visto le prove – o peggio, sapendo che non esistono o sono state fabbricate ad arte da Israele. Una parte della stampa recita l’atto d’accusa come se fosse un verbale definitivo; un’altra parte aggiunge fango laterale, insinuando che attivismo, informazione e carità siano maschere. E intanto gli stessi ambienti militanti sionisti pro-Israele parlano apertamente di “pressione mediatica” per allargare la “repressione” e preparare le masse a testimoniare gli arresti di Italiani: una frase che, detta da chiunque altro, verrebbe chiamata con il suo nome.

Se lo Stato di diritto vale, vale anche qui: presunzione di innocenza, prove, contraddittorio, proporzione. Se invece la regola diventa “prima la cornice geopolitica, poi le prove”, allora non stiamo difendendo la sicurezza. Stiamo difendendo un ordine politico, in cui ai palestinesi è concesso essere solo vittime da compiangere — mai soggetti politici, mai comunità da sostenere, mai persone che possano organizzarsi senza essere sospettate. Ai palestinesi l’unico canale della solidarietà che resta è quella di ricevere bare e feretri, solo da Israele magari, vendute a caro prezzo, e solo per persone palestinesi che non hanno legami familiari con la resistenza palestinese: dunque, nessuno. 

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