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Manifestazione nazionale del 4 ottobre, un anno dopo tutto è cambiato

by Chiara Sebastiani
Ottobre 8, 2025
in Italia, Nuova Luce, Palestina, Prima Pagina
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Manifestazione nazionale del 4 ottobre, un anno dopo tutto è cambiato
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Il 7 ottobre 2025 è data giusta ed opportuna per una riflessione a partire dalla manifestazione nazionale di solidarietà con la lotta del popolo palestinese del 4 ottobre 2025. Chi è stato di persona a quella manifestazione e a quella dell’anno precedente, il 5 ottobre 2024, non ha potuto fare a meno del confronto. Che poi un anno fa a Roma piovesse a dirotto mentre tre giorni fa la luce ottobrina e il cielo blu terso della capitale scaldavano anche il cuore più dolente è cosa che ognuno può interpretare come vuole – con gli strumenti della meteorologia, della poesia o della fede. Con gli strumenti del pensiero politico altri fatti vanno allineati. 

In primo luogo: un anno fa la manifestazione nazionale di solidarietà con la lotta di liberazione dei palestinesi, convocata a ridosso del primo anniversario del 7 ottobre, è stata vietata, senza se e senza ma, fino all’ultimo momento, in quanto “esaltazione di un eccidio”. Solo in extremis è stato raggiunto un compromesso, con l’autorizzazione di un “presidio statico” a Porta San Paolo. Anche allora, sono stati dispiegati tutti i mezzi per contenere la manifestazione così legalizzata: dal blocco degli accessi alla piazza davanti alla Piramide, all’identificazione di quanti per recarvisi dovevano superare posti di blocco, allo schieramento massiccio e ben visibile delle forze dell’ordine.

Quest’anno la manifestazione non è stata messa in discussione – non è più messa in discussione quella data. Possiamo anche concordare con quanto scrive Avvenire (Franco Vaccari, 7 ottobre 2025): “Ogni data … ha almeno due voci, due silenzi, due dolori. 15 maggio 1948: indipendenza per gli uni, catastrofe per gli altri. 7 ottobre 2023: terrore per gli uni, rivolta per gli altri.” Perché la novità più importante oggi non riguarda il grado di verità riconosciuto a ciascuna voce (meno che mai con l’attributo di “parte giusta della storia”, espressione che per un musulmano non ha senso) ma bensì il fatto che vi siano oggi due voci dopo settant’anni e passa in cui di voce ce n’è stata una sola e la parola nakbah era sconosciuta ai più, a partire dalle generazioni cresciute in occidente con il mito di Israele, i suoi kibbutz e le sue soldatesse.     

In secondo luogo, più ancora dei numeri massicci di partecipazione – cinquecentomila o un milione non importa – la novità sta nella costellazione internazionale in cui la partecipazione è venuta a collocarsi in questo secondo anniversario. La data del 7 ottobre che doveva essere per Netanyahu la data della resa incondizionata di Hamas – sineddoche per designare il popolo palestinese – vede invece una “delegazione Hamas” seduta allo stesso tavolo con la “delegazione Israele”, la “delegazione Stati Uniti” e la “delegazione Paesi arabi”. Di questo dà una rappresentazione visiva straordinariamente plastica a tutta pagina (pagina 16) il Corriere della Sera, ad illustrazione di un articolo inusualmente sobrio di Anna Momigliano e Greta Privitera (non riporto il titolo, assai meno sobrio). Il grafico riporta con gli stessi caratteri i titoli delle quattro delegazioni, nello stesso formato le foto dei negoziatori (confermati o presunti) di ciascuna delegazione. E addirittura, per ogni delegazione, in un tondo il simbolo che la rappresenta. In tre tondi figurano quattro bandiere: una per Israele, una per gli Usa, due fuse in uno per Qatar ed Egitto. Nel quarto tondo figura un simbolo che racchiude la cupola della moschea Al-Aqsa, due spade incrociate e due strisce con i colori della bandiera palestinese: il simbolo di Hamas. Tutti sullo stesso piano: scusate se è poco.

Della costellazione internazionale fa parte l’azione concomitante – una concomitanza straordinaria, che non poteva essere predisposta a priori – della Global Sumud Flotilla proprio in quei giorni impegnata in quelli che dovevano essere gli ultimi giorni di navigazione verso Gaza. E qui occorre ricordare un certo grado di sufficienza con il quale è stato trattato il precedente tentativo dell’imbarcazione Handala nel luglio di quest’anno (generoso ma futile tentativo era la rappresentazione più amichevole) ma soprattutto bisogna rinfrescare la memoria con la tragica vicenda della Mavi Marmara, imbarcazione battente bandiera turca e parte di una flottiglia di sei navi che aveva l’obiettivo dichiarato di consegnare 10 000 tonnellate di aiuti e denunciare un blocco illegale dal punto di vista del diritto internazionale. Nell’abbordaggio da parte di commando israeliani avvenuto in acque internazionali, a 130 chilometri dalla costa di Gaza, persero la vita dieci attivisti tutti di nazionalità turca. La successiva inchiesta delle Nazioni unite e la condanna della “comunità internazionale” hanno lasciato il tempo che hanno trovato, secondo uno scenario che va avanti da decenni. Inoltre, trattandosi di cittadini turchi, Europa e Stati Uniti hanno presto dimenticato: il razzismo sionista ben conosce e usa il razzismo nostrano. Questa volta le cose sono andate diversamente se il ministro della Difesa Crosetto, in un inedito slancio patriottico, a seguito degli attacchi con droni alla Global Sumud Flotilla, ha interrotto i suoi impegni istituzionali per mandare con urgenza una fregata della nostra marina militare a proteggere in alto mare i cittadini italiani. Breve slancio, certo, se alle fregate, divenute intanto due, è stato ingiunto di ritirarsi a qualcosa come 180 miglia dalle coste di Gaza ma intanto la frittata è fatta anche se pochi ci si sono soffermati: per la prima volta viene predisposto un intervento militare a protezione da  – e non a supporto di – una minaccia palesemente individuata come proveniente da Israele. Una cosa nemmeno immaginabile un anno fa, nel primo anniversario del 7 ottobre.       

In terzo luogo, vi è una novità importante anche nell’ambito della politica domestica ed è la ricomparsa della classe operaia, da tempo invisibile nello spazio politico. Portuali, dockers, camalli hanno contrastato, per la prima volta, il sentimento di impotenza della società civile, la sua frustrazione a fronte di governi che la ignorano, istituzioni europee che la tradiscono e un sistema internazionale ormai ridotto a “parole vuote ed azioni brutali” (Hannah Arendt). Dimostrando che qualcosa si può fare e non soltanto dire (per quanto anche il dire sia importante): “Se perdiamo contatto con la Flotilla non uno spillo, non un bullone, entrano in Israele”. Più in generale, c’è la ricomparsa del sindacato sotto forme inedite come testimonia l’inaspettato successo dei sindacati di base (Usb e Cobas) una volta guardati con sufficienza (se veniva annunciato uno sciopero nel trasporto si guardava chi lo aveva indetto e se c’erano solo le sigle di base e quelle degli autonomi si alzavano le spalle: ok, i mezzi circoleranno) ma oggi rincorsi dalla ex-potente Cgil. C’è insomma una mobilitazione trasversale (“operai e studenti uniti nella lotta”) che ha “portato nella sfera pubblica una costellazione di questioni prima di tutto morali” (Nadia Urbinati su Domani, 7-10-2025) e il cui collante oggi è la Palestina come lo fu in passato il Vietnam la cui guerra è finita cinquant’anni fa.

Queste tre novità – l’implicita ammissione del significato del 7 ottobre con la legittimazione de facto di Hamas, l’embrionale copertura politica (attraverso i parlamentari imbarcati) e financo militare ricevuta in campo internazionale dalla Global Sumud Flottilla, la mobilitazione sindacale in campo politico (ricordiamo che per i sindacati lo sciopero politico è sempre stato una extrema ratio) – danno il senso delle trasformazioni avvenute nell’ultimo anno, anno di macerie e lutti e sofferenze indicibili del popolo palestinese. Esse sono legate da un filo rosso: il ritorno dello spazio pubblico come “spazio fisico della performance democratica” (John Parkinson), vale a dire il ritorno alla politica che al dunque (cioè da ultimo) è sempre questione di corpi nello spazio, non di voci nella rete come da decenni ci vogliono far credere. In questo senso il 7 ottobre ha cambiato il mondo rimettendolo con i piedi per terra: i piedi di uomini e donne in carne ed ossa, la terra patrimonio – per i musulmani  amanah, “deposito di fiducia” – delle genti che la abitano. 

Certo, sappiamo quanto il nuovo sia fragile e solo Dio sa a che punto è la notte. Ma quelle piazze e quei porti e quelle barche e quelle voci fanno sperare che le fiammelle che la punteggiano non verranno lasciate spegnersi ancora una volta.  

Tags: GazaGlobal Sumud FlotillamanifestazionepalestinaRomasciopero
Chiara Sebastiani

Chiara Sebastiani

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