Due casi di aggressione contro donne musulmane, presuntamente compiuti da tifosi della squadra israeliana Maccabi Tel Aviv, sono stati archiviati dalla magistratura olandese per “mancanza di prove”, dopo che i video delle telecamere di sorveglianza sono misteriosamente scomparsi. I fatti risalgono allo scorso novembre, durante la partita di Europa League tra Ajax e Maccabi, un evento che aveva già attirato tensioni politiche e scontri tra tifoserie.
Le vittime avevano denunciato insulti e violenze fisiche subite sulla metropolitana di Amsterdam da parte di un gruppo di tifosi israeliani. Una delle donne ha raccontato di essere stata aggredita fisicamente, sputata e strattonata dopo aver gridato “Free Palestine”. L’altra ha riferito minacce di morte rivolte a lei e alla sua amica velata: “Vi uccideremo tutti”, avrebbero urlato alcuni sostenitori del Maccabi.
Tutto questo sarebbe dovuto essere registrato dalle telecamere di sorveglianza, ma – secondo quanto riferito dall’azienda di trasporto pubblico GVB – i dispositivi sono stati sostituiti cinque giorni dopo l’accaduto, causando la cancellazione automatica delle immagini, che per regolamento avrebbero dovuto essere conservate almeno una settimana.
La notizia dell’archiviazione ha sollevato polemiche, soprattutto da parte dell’avvocato delle due donne, Adem Çatbas, che aveva già sollecitato le autorità a mettere in sicurezza le registrazioni. “È quantomeno singolare che in un contesto di tensioni note, proprio quei video siano stati cancellati”, ha dichiarato. Più inquietante ancora, sottolinea Çatbas, è il fatto che altri video – in cui si vedono chiaramente tifosi del Maccabi mentre danneggiano un taxi – siano rimasti intatti. Proprio in quel caso, infatti, un sospettato è stato identificato con l’aiuto delle autorità israeliane e rischia il processo.
Un contesto di provocazioni e impunità
Gli eventi di novembre si sono svolti in un clima infuocato. Circolano ancora online video in cui si vedono gruppi di tifosi del Maccabi gridare slogan come “morte agli arabi” e strappare bandiere palestinesi appese nei pressi dello stadio. Tali provocazioni, secondo molti testimoni, avrebbero innescato le reazioni violente che sono poi sfociate negli scontri. Cinque tifosi israeliani furono ricoverati dopo essere stati aggrediti in strada da sconosciuti su scooter, in quella che il sindaco Femke Halsema ha descritto come una serie di “attacchi lampo”.
Ma mentre le autorità israeliane hanno reagito con durezza, arrivando a considerare il rimpatrio dei propri cittadini dai Paesi Bassi, i casi in cui gli hooligan israeliani risultavano come aggressori sembrano essere stati gestiti con estrema cautela dalle autorità olandesi.
Desta perplessità anche il fatto che, su 122 persone identificate dalla polizia per gli scontri di quella giornata, solo dieci siano tifosi del Maccabi, nonostante le numerose segnalazioni di comportamenti violenti e razzisti da parte loro. Al contrario, la narrazione dominante si è concentrata esclusivamente sulle aggressioni subite dai tifosi israeliani, trascurando il contesto e le provocazioni da cui esse erano scaturite.
Il doppio standard e il silenzio europeo
Questo episodio solleva una questione più ampia di giustizia selettiva e di doppi standard applicati in Europa quando si tratta di casi che coinvolgono cittadini israeliani o questioni legate alla Palestina. Se a parti invertite fossero stati dei giovani arabi ad aggredire delle donne ebree, e poi a vedere il loro processo annullato per “problemi tecnici”, l’indignazione sarebbe stata immediata e globale.
Il movimento pro-Palestina nei Paesi Bassi e in Europa denuncia ormai da anni una sistematica marginalizzazione delle voci arabe e musulmane, oltre a una crescente criminalizzazione della solidarietà verso il popolo palestinese. Gli slogan antipalestinesi urlati da alcuni tifosi del Maccabi, come documentato nei video circolati all’epoca, non hanno avuto alcuna conseguenza giuridica. E ora, con la scomparsa delle prove video, anche le aggressioni fisiche sembrano destinate a finire nel nulla.
Questo episodio diventa quindi emblematico di un clima più generale: chi difende i diritti dei palestinesi viene spesso trattato come un disturbatore dell’ordine pubblico, mentre chi inneggia all’odio contro gli arabi può farlo impunemente, soprattutto se protetto da simboli di potere e dallo scudo dell’impunità internazionale.




