Il comunicato diffuso l’11 gennaio 2026 da MuRo27 – Musulmani per Roma 2027 contesta alcuni passaggi dell’intervista rilasciata dal prefetto di Roma Lamberto Giannini al Il Tempo, nella quale il prefetto lega il tema delle “moschee irregolari” alla prevenzione di radicalizzazione ed estremismo.
Nell’intervista, Giannini sostiene che l’illegalità di alcuni spazi adibiti a preghiera imponga un intervento più deciso, anche per ragioni di sicurezza e controlli: «Se trovo una moschea – e ce ne sono – in un garage, mi devo porre il problema del rispetto delle regole urbanistiche, di quelle igienico-sanitarie e della sicurezza. Devo sapere che cosa succede in quei luoghi. Perché è lì che si annida l’estremismo».
La replica: “Non si apre una moschea con una SCIA”
MuRo27 è un gruppo nato a Roma che vuole portare temi sociali e di cittadinanza nel dibattito in vista delle elezioni amministrative del 2027.
Negli ultimi mesi MuRo27 si è fatta notare anche su temi non direttamente legati alla religione: a dicembre ha denunciato pubblicamente le condizioni dei richiedenti asilo davanti alla Questura di Roma, parlando di attese notturne “senza servizi igienici” e chiedendo interventi immediati e strutturali.
MuRo27, nel recente comunicato intitolato “Nota sulle dichiarazioni del prefetto Giannini”, parla di “criticità” e chiede chiarimenti, sostenendo che la resa complessiva dell’intervista possa apparire come una “criminalizzazione delle cosiddette moschee irregolari”.
Il punto principale del comunicato riguarda l’aspetto urbanistico-amministrativo e la differenze rispetto ai casi a cui si applica la Segnalazione Certificata di Inizio Attività (SCIA, per l’appunto): secondo il gruppo, “non si può realizzare una moschea con una SCIA” (come se fosse la ristrutturazione di un appartamento) perché la pianificazione e l’individuazione delle aree idonee spetterebbero al Comune. Da qui la tesi: l’eventuale irregolarità non sarebbe una “scelta” delle comunità, ma la conseguenza di un sistema che non offre spazi adeguati e riconosciuti.
Nel comunicato, MuRo27 contesta anche l’equazione tra luoghi informali e pericolo: se quei posti fossero davvero “covi di estremisti” Roma vivrebbe “uno scenario di guerra civile”, cosa che il gruppo respinge.
Grande Moschea e segnalazioni dei cittadini
Nel documento c’è poi un passaggio critico sul riferimento alla Grande Moschea di Roma e sul ruolo delle segnalazioni dei cittadini per individuare locali di culto: MuRo27 si dice sorpresa dall’“importanza” data a segnalazioni che, secondo la nota, riguarderebbero luoghi sempre noti alle forze dell’ordine e spesso autocensiti dagli stessi gestori tramite mappe online.
Infine, l’associazione chiede che si richiamino le responsabilità istituzionali – in primis l’amministrazione comunale – e contesta l’idea di rimandi a “norme del 2017” attribuite all’allora ministro Minniti, che definisce “prive di valore legale” e discriminatorie verso l’Islam rispetto ad altre confessioni.
La vicenda mette in evidenza un terreno scivoloso: da una parte la linea della Prefettura che insiste su controlli, regole e prevenzione; dall’altra la richiesta di MuRo27 di distinguere tra mancanza di spazi riconosciuti e sospetto generalizzato, evitando che l’irregolarità urbanistica diventi sinonimo di pericolosità.
L’associazione, nel frattempo, chiede che il confronto avvenga su basi tecniche e istituzionali: pianificazione degli spazi, standard di sicurezza e diritti di culto, senza “scorciatoie” comunicative che alimentano stigma, discriminazione e allarmismo.
Il comunicato integrale



