Di Omer Bartov
Il Dott. Bartov è professore di studi sull’Olocausto e sul genocidio alla Brown University. Traduzione di Aisha Tiziana Bravi da originale pubblicato dal New York Times.
Abbiamo tradotto per intero questo articolo pubblicato originariamente dal New York Times, firmato da Omer Bartov, uno dei massimi studiosi dell’Olocausto e dei genocidi, professore alla Brown University.
Nel testo, Bartov – nato e cresciuto in Israele, ex ufficiale dell’IDF e accademico di fama internazionale – arriva a una conclusione drammatica e dolorosa: Israele sta commettendo un genocidio contro i palestinesi di Gaza. Attraverso una rigorosa analisi delle dichiarazioni pubbliche dei leader israeliani, delle operazioni militari condotte dal 7 ottobre 2023 e delle conseguenze documentate sul campo, Bartov sostiene che siano stati superati i limiti della guerra, entrando nel territorio del crimine di genocidio, così come definito dalla Convenzione ONU del 1948.
Questo articolo rappresenta una voce autorevole e interna al mondo accademico ebraico che rompe il silenzio e sollecita una riflessione morale, politica e legale su ciò che sta avvenendo a Gaza.
Segue la traduzione integrale del testo.
Dopo solo un mese dall’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023 credevo che esistessero già prove che l’esercito israeliano avesse commesso crimini di guerra e potenzialmente crimini contro l’umanità nel suo contrattacco a Gaza. Ma, contrariamente a quanto gridavano i più accaniti critici di Israele, le prove non mi sembravano sufficienti per il crimine di genocidio.
Nel maggio 2024, le IDF (Israeli Defence Forces, Forze di Difesa Israeliane) avevano ordinato a circa un milione di palestinesi rifugiati a Rafah – la città più meridionale e l’ultima rimasta relativamente intatta della Striscia di Gaza – di trasferirsi nella zona costiera di Mawasi, dove però non vi era praticamente nessun luogo in cui ripararsi. L’esercito ha quindi provveduto a distruggere gran parte di Rafah, un’operazione portata a termine alla fine di agosto.
A quel punto, non è stato più possibile negare l’evidenza e cioè che il tipo di operazioni messe in atto dalle IDF fosse coerente con le dichiarazioni di intento genocidiario rilasciate dai leader israeliani nei giorni successivi all’attacco di Hamas. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu aveva promesso che il nemico avrebbe pagato un “prezzo enorme” per l’attacco e che le IDF avrebbero trasformato parti di Gaza, dove Hamas operava, “in macerie”, invitando gli abitanti di Gaza ad “andarsene ora perché opereremo con la forza ovunque”.
Netanyahu aveva inoltre esortato i cittadini israeliani a ricordare “ciò che Amalek vi ha fatto”, una citazione che fa riferimento alla richiesta contenuta in un passo biblico che invitava gli Israeliti a “uccidere uomini e donne, neonati e lattanti” del loro antico nemico. Funzionari governativi e militari avevano affermato di stare combattendo contro “animali umani” invocandone in seguito “l’annientamento totale”. Nissim Vaturi, vicepresidente del Parlamento, aveva affermato su X che il compito di Israele doveva essere quello di “cancellare la Striscia di Gaza dalla faccia della terra”. Tutte le azioni di Israele succedute a queste dichiarazioni possono essere interpretate solo come l’attuazione dell’intenzione espressa pubblicamente di rendere la Striscia di Gaza inabitabile per la sua popolazione palestinese. Credo che l’obiettivo fosse – e rimanga ancora oggi – quello di costringere la popolazione ad abbandonare completamente la Striscia o, considerando che non ha un posto dove andare, di indebolire l’enclave attraverso bombardamenti e gravi privazioni di cibo, acqua pulita, servizi igienici e assistenza medica a tal punto da rendere impossibile per i palestinesi di Gaza mantenere o ricostituire la loro stessa esistenza come gruppo etnico.
La conclusione ineluttabile alla quale sono arrivato è quindi che Israele sta commettendo un genocidio contro il popolo palestinese. Essendo cresciuto in una famiglia sionista, avendo vissuto la prima metà della mia vita in Israele, prestato servizio nel IDF come soldato e ufficiale e trascorso gran parte della mia carriera a fare ricerche e a scrivere sui crimini di guerra e sull’Olocausto, giungere a questa conclusione è stato doloroso per me, si tratta di una conclusione alla quale ho cercato di resistere finché ho potuto. Ma insegno nei corsi sul genocidio da un quarto di secolo. So riconoscerne uno quando lo vedo.
Questa non è solo una mia conclusione. Sempre più esperti in studi sul genocidio e sul diritto internazionale hanno concluso che le azioni di Israele a Gaza possono essere definite solo come un genocidio. Lo stesso hanno fatto Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per la Cisgiordania e Gaza, e Amnesty International. Il Sudafrica ha intentato una causa per genocidio contro Israele presso la Corte Internazionale di Giustizia.
Il continuo rifiuto di questa designazione da parte di stati, organizzazioni internazionali ed esperti legali e accademici causerà danni ingenti non solo alla popolazione di Gaza e di Israele, ma anche a tutto il sistema del diritto internazionale istituito dopo gli orrori dell’Olocausto, concepito per impedire che tali atrocità si ripetessero. Rappresenta una minaccia alle fondamenta stesse dell’ordine morale da cui tutti dipendiamo.
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Il crimine di genocidio è stato definito nel 1948 dalle Nazioni Unite come “l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, in quanto tale”. Nel determinare cosa costituisca genocidio, pertanto, dobbiamo sia stabilire l’intento sia dimostrare che venga attuato. Nel caso di Israele, tale intento è stato pubblicamente espresso da numerosi funzionari e leader. Ma l’intento può anche essere dedotto da un insieme di operazioni messe in atto sul campo, e questo schema è diventato chiaro nel maggio 2024 – e da allora è diventato sempre più palese – con la distruzione sistematica della Striscia di Gaza da parte del IDF.
La maggior parte degli studiosi del genocidio è cauta nell’applicare questa definizione agli eventi contemporanei, proprio a causa della tendenza, sin dal momento in cui fu coniata dall’avvocato ebreo polacco Raphael Lemkin nel 1944, ad attribuirla a qualsiasi caso di massacro o azione disumana. Alcuni sostengono, infatti, che la categorizzazione dovrebbe essere completamente abbandonata, perché spesso serve più a esprimere indignazione che a identificare un crimine specifico.
Tuttavia, come ha riconosciuto Lemkin, e come hanno successivamente concordato le Nazioni Unite, è fondamentale saper distinguere il tentativo di distruggere un particolare gruppo di persone da altri crimini commessi secondo il diritto internazionale, come i crimini di guerra e contro l’umanità. Questo perché, mentre altri crimini comportano l’uccisione indiscriminata o deliberata di civili come individui, il genocidio denota l’uccisione di persone in quanto membri di un gruppo, finalizzata a distruggere irreparabilmente il gruppo stesso, impedendogli di ricostituirsi come entità politica, sociale o culturale. E, come ha segnalato la comunità internazionale adottando la convenzione, spetta a tutti gli stati firmatari impedire che un simile tentativo possa essere messo in atto, fare tutto il possibile per fermarlo mentre si verifica e successivamente punire coloro che sono coinvolti in questo gravissimo crimine, anche se si è verificato all’interno dei confini di uno stato sovrano.
La designazione ha importanti implicazioni politiche, legali e morali. Nazioni, politici e militari sospettati, incriminati o riconosciuti colpevoli di genocidio sono considerati estranei all’umanità e potrebbero compromettere o perdere il loro diritto a rimanere membri della comunità internazionale. Una sentenza della Corte Internazionale di Giustizia che un determinato Stato sia coinvolto in un genocidio, soprattutto se applicata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, può portare a sanzioni severe.
Politici e generali incriminati o riconosciuti colpevoli di genocidio o di altre violazioni del diritto internazionale umanitario dalla Corte Penale Internazionale possono essere arrestati anche al di fuori del loro Paese. E una società che tollera ed è complice di un genocidio, qualunque sia la posizione dei suoi singoli cittadini, porterà questo marchio nfame di Caino per molto tempo dopo che le fiamme dell’odio e della violenza saranno spente.
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Israele ha negato tutte le accuse di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. Le IDF affermano di indagare sulle denunce di crimini, sebbene raramente ne abbiano reso pubblici i risultati, e quando vengono riconosciute violazioni delle regole o del protocollo, solitamente le persone coinvolte ricevono soltanto inutili ammonimenti. I leader militari e politici israeliani descrivono ripetutamente le IDF e le loro azioni come legittimi, affermando che i militari lanciano avvertimenti alla popolazione civile affinché evacui i siti che stanno per essere attaccati mentre incolpano Hamas di usare i civili come scudi umani.
In effetti, la distruzione sistematica a Gaza non solo di abitazioni, ma anche di altre infrastrutture – edifici governativi, ospedali, università, scuole, moschee, siti del patrimonio culturale, impianti di depurazione, aree agricole e parchi – riflette una politica volta a rendere altamente improbabile la ripresa della vita palestinese nel territorio.
Secondo una recente inchiesta di Haaretz, si stima che 174.000 edifici siano stati distrutti o danneggiati, pari al 70% di tutte le strutture della Striscia. Finora, secondo le autorità sanitarie di Gaza, sono state uccise più di 58.000 persone, tra cui oltre 17.000 bambini che rappresentano quasi un terzo del totale delle vittime. Più di 870 di questi bambini avevano meno di un anno.
Oltre 2.000 famiglie sono state annientate, hanno dichiarato le autorità sanitarie. Inoltre, 5.600 famiglie contano ora un solo sopravvissuto. Si ritiene che almeno 10.000 persone siano ancora sepolte sotto le macerie delle loro case e più di 138.000 sono state ferite e mutilate.
Gaza ha ora il triste primato del più alto numero di bambini amputati pro capite al mondo. Un’intera generazione di bambini sottoposti a continui attacchi militari, alla perdita dei genitori e a malnutrizione per lunghi periodi subirà gravi ripercussioni fisiche e mentali per il resto della propria vita. Un numero imprecisato di persone affette da malattie croniche, probabilmente molte migliaia, ha avuto scarso accesso alle cure ospedaliere.
L’orrore di ciò che sta accadendo a Gaza è ancora descritto dalla maggior parte degli osservatori soltanto come una guerra, ma si tratta di un termine improprio. Nell’ultimo anno, le IDF non hanno combattuto contro un gruppo militare organizzato in quanto la versione di Hamas che ha pianificato e portato a termine gli attacchi del 7 ottobre è stata distrutta. Tuttavia, Hamas è ancora presente, seppur indebolito, e continua a combattere contro le forze israeliane mantenendo il controllo sulla popolazione nelle aree non controllate dall’esercito di occupazione.
Oggi le IDF sono impegnate principalmente in un’operazione di demolizione e pulizia etnica. Ed è in questo modo che l’ex capo di stato maggiore e ministro della Difesa di Netanyahu, il radicale Moshe Yaalon, ha descritto a novembre alla Democrat TV israeliana e in articoli e interviste successivi il tentativo di sgomberare la striscia di Gaza settentrionale dalla sua popolazione.
Il 19 gennaio, sotto la pressione di Donald Trump, che era a un giorno dall’inizio della propria presidenza, è entrato in vigore un cessate il fuoco, facilitando lo scambio di ostaggi a Gaza con prigionieri palestinesi detenuti in Israele. Ma da quando vi è stata l’interruzione del cessate il fuoco da parte di Israele il 18 marzo, le IDF stanno attuando un piano ampiamente pubblicizzato per concentrare tutta la popolazione di Gaza su un quarto del territorio, suddiviso in tre zone: Gaza City, i campi profughi centrali e la costa di Mawasi, all’estremità sud-occidentale della Striscia.
Utilizzando un gran numero di bulldozer e di enormi bombe aeree fornite dagli Stati Uniti, l’esercito sembra stia cercando di demolire ogni struttura rimanente e di stabilire il controllo sugli altri tre quarti del territorio.
Tutto ciò è facilitato anche da un piano che fornisce – saltuariamente – rifornimenti di aiuti limitati in alcuni punti di distribuzione sorvegliati dall’esercito israeliano, attirando la popolazione verso sud. Molti abitanti di Gaza vengono uccisi nel disperato tentativo di procurarsi cibo e la crisi della fame si è via via aggravata. Il 7 luglio, il Ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato che le Forze di Difesa Israeliane avrebbero costruito una “città umanitaria” sulle rovine di Rafah per ospitare inizialmente 600.000 palestinesi della zona di Mawasi, che sarebbero stati riforniti da organismi internazionali e non autorizzati ad andarsene.
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Alcuni potrebbero descrivere questa controffensiva come pulizia etnica non come genocidio, ma tra i due crimini esiste un collegamento. Quando un gruppo etnico non ha un posto dove andare e viene costantemente spostato da una cosiddetta zona sicura all’altra, bombardato senza sosta e ridotto alla fame, la pulizia etnica può trasformarsi in genocidio.
Questo è stato il caso di diversi genocidi ben noti avvenuti nel corso del XX secolo, come quello degli Herero e dei Nama nell’Africa sudoccidentale tedesca, oggi Namibia, iniziato nel 1904; degli Armeni nella Prima Guerra Mondiale; e, in effetti, persino dell’Olocausto, che iniziò con il tentativo tedesco di espellere gli ebrei e si concluse con il loro assassinio.
Fino ad oggi, solo pochi studiosi dell’Olocausto – e nessuna istituzione dedicata alla ricerca e alla commemorazione di questo evento – hanno lanciato l’allarme sul fatto che Israele potrebbe essere accusato di aver commesso crimini di guerra, crimini contro l’umanità, pulizia etnica o genocidio. Questo silenzio si fa beffe del famoso slogan “Mai più”, trasformandone il significato da un’affermazione di resistenza alla disumanità, ovunque venga perpetrata, a una scusa, a un’apologia, anzi, persino a una carta bianca per distruggere gli altri invocando la propria condizione passata di vittime.
Questo è un altro dei tanti costi incalcolabili dell’attuale catastrofe. Mentre Israele sta letteralmente cercando di cancellare l’esistenza palestinese a Gaza e sta esercitando una violenza crescente contro i palestinesi in Cisgiordania, il credito morale e storico di cui lo Stato ebraico ha finora beneficiato si sta esaurendo. Israele, creato sulla scia dell’Olocausto come risposta al genocidio nazista degli ebrei, ha sempre insistito sul fatto che qualsiasi minaccia alla sua sicurezza debba essere vista come un potenziale evento che avrebbe prodotto un altro Auschwitz. Questo fornisce a Israele il diritto di definire coloro che percepisce come suoi nemici nazisti – un termine usato ripetutamente dai media israeliani per descrivere Hamas e, per estensione, tutti gli abitanti di Gaza, sulla base dell’affermazione diffusa secondo la quale nessuno di loro è “estraneo”, nemmeno i bambini, che crescendo diventerebbero militanti.
Non si tratta di un fenomeno nuovo poichè già ai tempi dell’invasione israeliana del Libano nel 1982, il Primo Ministro Menachem Begin paragonò Yasser Arafat, allora trincerato a Beirut, ad Adolf Hitler nel suo bunker di Berlino. Questa volta, l’analogia viene utilizzata in relazione a una politica volta a sradicare e rimuovere l’intera popolazione di Gaza.
Le scene quotidiane di orrore a Gaza, da cui l’opinione pubblica israeliana è protetta dall’autocensura dei suoi stessi media, smascherano le menzogne della propaganda israeliana secondo cui questa sia una guerra di difesa contro un nemico di stampo nazista. Si rabbrividisce quando i portavoce israeliani pronunciano spudoratamente il vuoto slogan delle IDF definendole come “l’esercito più morale al mondo”.
Alcune nazioni europee, come Francia, Gran Bretagna e Germania, così come il Canada, hanno debolmente protestato contro le azioni israeliane, soprattutto da quando Israele ha violato il cessate il fuoco a marzo. Tuttavia, non hanno né sospeso le spedizioni di armi né intrapreso iniziative concrete e significative, economiche o politiche, che potrebbero scoraggiare il governo di Netanyahu.
Per un certo periodo, il governo degli Stati Uniti sembrava aver perso interesse per Gaza, con il presidente Trump che inizialmente aveva annunciato a febbraio che gli Stati Uniti avrebbero preso il controllo di Gaza, promettendo di trasformarla nella “Riviera del Medio Oriente”, per poi lasciare che Israele continuasse a distruggere la Striscia e rivolgendo invece l’attenzione all’Iran. Al momento, si può solo sperare che Trump faccia di nuovo pressione su un riluttante Netanyahu affinché raggiunga almeno un nuovo cessate il fuoco e ponga fine alle uccisioni incessanti.
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Come sarà influenzato il futuro di Israele dall’inevitabile demolizione della sua incontestabile moralità, nata dalle ceneri dell’Olocausto?
La leadership politica israeliana e i suoi cittadini dovranno decidere. Sembra esserci poca pressione interna per l’urgente cambio di paradigma: il riconoscimento che non esiste una soluzione a questo conflitto se non un accordo israelo-palestinese per la condivisione del territorio, qualunque sia il parametro concordato dalle due parti, che si tratti di due stati, di un solo stato o di una confederazione. Anche una forte pressione esterna da parte degli alleati del Paese appare improbabile. Sono profondamente preoccupato che Israele persista nel suo percorso disastroso, trasformandosi, forse in modo irreversibile, in un vero e proprio stato autoritario di apartheid. Stati simili, come la storia ci ha insegnato, non durano.
Un’altra domanda sorge spontanea: quali conseguenze avrà il capovolgimento morale di Israele sulla cultura della commemorazione dell’Olocausto e sulle politiche della memoria, dell’istruzione e della ricerca, quando così tanti dei suoi leader intellettuali e amministrativi si sono finora rifiutati di assumersi la responsabilità di denunciare la disumanità e il genocidio ovunque si verifichino?
Coloro che sono impegnati nella cultura mondiale della commemorazione e del ricordo costruita attorno all’Olocausto dovranno affrontare una resa dei conti morale. La più ampia comunità di studiosi del genocidio – coloro che si occupano dello studio del genocidio comparato o di uno qualsiasi dei tanti altri genocidi che hanno rovinato la storia umana – si sta ora avvicinando sempre di più a un consenso sulla descrizione degli eventi di Gaza come ad un genocidio.
A novembre, a poco più di un anno dall’inizio della guerra, lo studioso israeliano del genocidio Shmuel Lederman si è unito al crescente coro di opinioni secondo cui Israele era coinvolto in azioni genocide. L’avvocato internazionale canadese William Schabas è giunto alla stessa conclusione lo scorso anno e ha recentemente descritto la campagna militare israeliana a Gaza come “sicuramente” un genocidio.
Altri esperti di genocidio, come Melanie O’Brien, presidente dell’International Association of Genocide Scholars, e lo specialista britannico Martin Shaw (che ha anche affermato che l’attacco di Hamas è stato genocida), sono giunti alla stessa conclusione, mentre lo studioso australiano A. Dirk Moses della City University di New York ha descritto questi eventi sulla rivista olandese NRC come un “mix di logica genocida e militare”. Nello stesso articolo, Uğur Ümit Üngör, professore presso il NIOD Institute for War, Holocaust and Genocide Studies di Amsterdam, ha affermato che probabilmente ci sono studiosi che ancora non credono si tratti di genocidio, ma “io non li conosco”.
La maggior parte degli studiosi dell’Olocausto che conosco non condivide, o almeno non esprime pubblicamente, questa opinione, con alcune eccezioni degne di nota, come l’israeliano Raz Segal, direttore del programma di studi sull’Olocausto e il genocidio alla Stockton University nel New Jersey, e gli storici Amos Goldberg e Daniel Blatman dell’Università Ebraica di Gerusalemme. Al contrario, la maggior parte degli accademici che si sono occupati della storia del genocidio nazista degli ebrei è rimasta sorprendentemente in silenzio, mentre alcuni hanno negato apertamente i crimini di Israele a Gaza, o hanno accusato i colleghi più critici di gettare discredito, di affermazioni provocatorie, di folli esagerazioni e di antisemitismo.
A dicembre, lo studioso dell’Olocausto Norman J.W. Goda ha affermato che “accuse di genocidio come questa sono state a lungo usate come una foglia di fico per contestazioni più ampie alla legittimità di Israele”, esprimendo la sua preoccupazione che “abbiano contribuito a sminuire la gravità stessa della parola genocidio”. Questa “calunnia di genocidio”, come l’ha definita il Dr. Goda in un saggio, “si avvale di una serie di metafore antisemite”, tra cui “l’associazione dell’accusa di genocidio con l’uccisione deliberata di bambini, le cui immagini sono onnipresenti su ONG, social media e altre piattaforme che accusano Israele di genocidio”.
In altre parole, mostrare immagini di bambini palestinesi fatti a pezzi da bombe di fabbricazione statunitense lanciate da piloti israeliani è, secondo questa visione, un atto antisemita.
Più recentemente, il Dott. Goda e un rispettato storico d’Europa, Jeffrey Herf, hanno scritto sul Washington Post che “l’accusa di genocidio rivolta a Israele attinge a profondi abissi di paura e odio” che si trovano in “interpretazioni radicali sia del Cristianesimo che dell’Islam”. Essa “ha spostato l’obbrobrio dagli ebrei come gruppo religioso/etnico allo Stato di Israele, che descrive come intrinsecamente malvagio”.
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Quali sono le implicazioni e le conseguenze di questa spaccatura tra studiosi del genocidio e storici dell’Olocausto? Non si tratta di una semplice disputa accademica. La cultura della memoria creata negli ultimi decenni attorno all’Olocausto va al di là del genocidio degli ebrei, avendo svolto un ruolo cruciale nella politica, nell’istruzione e nell’identità.
I musei dedicati all’Olocausto sono serviti da modelli per la rappresentazione di altri genocidi in tutto il mondo. L’insistenza sul fatto che le lezioni dell’Olocausto richiedano la promozione della tolleranza, della diversità, dell’antirazzismo e del sostegno a migranti e rifugiati, per non parlare dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario, affonda le sue radici nella comprensione delle implicazioni universali di questo crimine nel cuore della civiltà occidentale al culmine della modernità.
Screditare gli studiosi del genocidio che definiscono antisemita il genocidio israeliano a Gaza minaccia di erodere le fondamenta degli studi sul genocidio: la continua necessità di definire, prevenire, punire e ricostruire la storia del genocidio. Affermare che queste operazioni a Gaza siano motivate invece da interessi e sentimenti maligni – che siano guidate dallo stesso odio e pregiudizio che furono alla radice dell’Olocausto – non è solo moralmente scandaloso, ma apre anche le porte a una politica di negazionismo e impunità.
Allo stesso modo, quando coloro che hanno dedicato la propria carriera all’insegnamento e alla commemorazione dell’Olocausto insistono nell’ignorare o negare le azioni genocide di Israele a Gaza, minacciano di minare tutto ciò che la ricerca e la commemorazione dell’Olocausto hanno rappresentato negli ultimi decenni. Vale a dire, la dignità di ogni essere umano, il rispetto dello stato di diritto e l’urgente necessità di non permettere mai che la disumanità prenda il sopravvento sui cuori delle persone e guidi le azioni delle nazioni in nome della sicurezza, dell’interesse nazionale e della pura vendetta.



