La guerra a Gaza ha reso visibili dinamiche di potere che per anni sono rimaste nel retrobottega della politica occidentale. In Italia, il governo ha oscillato tra richiami umanitari e pieno allineamento con la linea del regime di Tel Aviv. Mentre Giorgia Meloni ha bollato come “inutile” e dannosa la mobilitazione pro–flottiglia umanitaria e ha chiesto agli attivisti di fermarsi, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha mantenuto la cornice di “sostegno al diritto di Israele a difendersi”, nonostante il rischio concreto posto nei confronti dei nostri concittadini da un regime accusato di genocidio e i cui leader sono ricercati dalla Corte Internazionale.
Questa ambiguità coincide con scelte materiali: Roma ha annunciato restrizioni, ma le esportazioni militari verso Israele sono comunque proseguite in base a contratti pregressi, come ammesso dal ministro della Difesa Guido Crosetto. Nel frattempo l’UE, dopo mesi di formule evasive, è arrivata a chiedere un cessate il fuoco, senza però tradurlo in reali condizionalità politico–commerciali.
Lobby, reti d’influenza e “costo politico” del dissenso
Nel sistema statunitense l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) è l’attore più visibile: nel ciclo 2024 ha mosso decine di milioni tra lobbying diretto e spesa esterna, con campagne aggressive nelle primarie contro candidati critici verso la linea israeliana. La sua “punizione elettorale” crea un costo politico immediato per chi invoca condizionalità su aiuti e armi. La risposta è stata la nascita di campagne come “Reject AIPAC”, segno che il tema non è più confinato ai margini del dibattito.
In Europa il panorama è più frammentato ma non meno strutturato. ELNET (affiliata ad AIPAC) si definisce la principale organizzazione pro–Israele del continente, con sedi nelle capitali chiave e una fondazione sorella negli USA dedicata al fundraising. Nel perimetro di Bruxelles opera anche EIPA, rete esplicitamente orientata a “rafforzare le relazioni UE–Israele” presso le istituzioni comunitarie. In Regno Unito, l’influenza delle “Friends of Israel” parlamentari è oggetto di dibattito aperto: varie inchieste giornalistiche hanno documentato un ampio finanziamento di deputati e staff attraverso viaggi e ospitalità. Queste reti operano in una zona grigia e sono arginate parzialmente in Europa rispetto agli USA grazie alle nostre leggi contro la corruzione. Il silenzio mediatico d’altro canto ha facilitato questo processo nel Vecchio Continente.
Italia ed Europa tra diritto internazionale e politica degli interessi
Sul piano giuridico, la cornice non è ambigua: la Corte internazionale di giustizia ha ordinato misure provvisorie affinché Israele prevenga atti di genocidio, reprima l’istigazione, e garantisca assistenza umanitaria, richiamando tutte le parti agli obblighi del diritto umanitario. Eppure, nell’arena politica, l’attuazione di quelle misure non diventa leva negoziale: né l’UE né l’Italia hanno legato in modo credibile cooperazione economica e militare al rispetto di tali ordini. La distanza tra il linguaggio della legalità e la prassi diplomatica è il punto in cui “si piega” il governo: si evita il costo di rompere con reti transatlantiche e interne che premiano l’allineamento e sanzionano il dissenso.
Perché si piegano i governi
Ci sono almeno tre fattori strutturali. Il primo è elettorale–finanziario: negli USA l’intervento massiccio nei distretti swing e nelle primarie rende tangibile la minaccia di sconfitta; gli attori europei non dispongono delle stesse leve, ma costruiscono capitale politico tramite accesso, viaggi studio, narrazioni di sicurezza condivisa e relazioni con think tank e media. Il secondo è strategico: Israele è percepito come nodo tecnologico–militare occidentale in Medio Oriente; toccarlo implica costi di relazione con Washington. Il terzo è narrativo: il frame “democrazia contro terrorismo” e “noi contro i selvaggi” consente di giustificare a livello propagandistico quasi ogni misura finché il danno reputazionale non supera il beneficio politico. Quando arrivano shock – come l’uccisione di operatori umanitari o il blocco di convogli – si vedono brevi oscillazioni retoriche, ma raramente cambiano le politiche di fondo. È il meccanismo che spiega perché l’Italia possa criticare e, nello stesso tempo, non imporre condizionalità sostanziali su armi e cooperazione.
Cosa significherebbe una linea davvero “pro–diritto”
Una politica coerente con il diritto internazionale, oggi, vorrebbe dire quattro scelte: riconoscere pubblicamente e applicare le ordinanze della CIJ come parametro vincolante di condotta; sospendere trasferimenti d’armi e cooperazione militare finché gli obblighi non siano rispettati; applicare sanzioni contro Israele; subordinare qualsiasi facilitazione economica all’accesso umanitario pieno e verificabile. L’UE ha già imboccato, nelle parole, la strada del cessate il fuoco; trasformarla in pratica richiede volontà di assorbire il costo generato dalle reti d’influenza sopra descritte. Finché quei costi restano percepiti come più alti del prezzo umanitario e reputazionale, i governi continueranno a piegarsi. Il popolo tuttavia, come mostrano le forti pressioni e proteste popolari, non necessariamente.



