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Home Società

I rider al servizio della quarantena sociale delle nostre case

by Davide Piccardo
Marzo 3, 2020
in Società, Voci
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Anche e soprattutto in tempi di virus, vissuti come flagelli, una nuova figura nell’universo del lavoro precario sta assumendo sempre più consistenza: il rider.

In sella alla bicicletta, con la schiena piegata, schiacciata da un sacco quadrato sulle spalle, percorre le strade delle città europee. Sono per lo più immigrati oppure giovani, disoccupati e studenti universitari, che scaricano un’applicazione sul proprio smartphone, mediante la quale ricevono gli ordini di un cliente, con le informazioni sul locale in cui prelevare il cibo e l’indirizzo a cui consegnarlo. Insomma sono l’anello di congiunzione tra la cucina e la tavola, una specie di maggiordomo postmoderno.

Non appartengono ad un locale preciso, ma alle strade della città

Oppure si possono semplicemente considerare come l’estensione del più antico lavoro di portapizza, solo che non appartengono ad un locale specifico, ma alle strade della città. Infine son i figli necessari del vincente meccanismo di Uber, nata come alternativa ai taxi, mediante la quale ognuno diventa un piccolo libero professionista, che vende un servizio, quasi sempre rispondente al bisogno di sedentaria pigrizia, tipico della contemporaneità. Infatti ecco cosa accade visto da un’altra prospettiva.

Le dita pigre di una mano schiacciano un ordine sullo smartphone. Una sagoma ferma, ad un angolo di strada, si inarca, impugna il manubrio della sua bicicletta e si mette in moto. Tra macchine, smog e indaffaramento pedonale, percorre veloce le strade della città, con uno zaino, fumante odore di cibo. Pronto a sfamare le bocche, legate alle dita dell’ordine. L’incontro perfetto tra il virtuale, del dito che scorre indolente le immagini digitali, e il reale, fatto di cibo e movimento.

La società che determina il lavoro e l’uomo si adegua

Prima i picker (i lavoratori nei centri di smistamento di Amazon), poi gli affiliati ad Uber, e infine i rider. Attraverso i cambiamenti del lavoro precario, è possibile ancora una volta vedere come sia la società a determinare le forme del lavoro e l’uomo ad adeguarsi. Così in una società ormai fondata sulla connessione, anche gli uomini diventano tasselli, strumenti di tale tessuto connettivo. La gran parte dei nuovi lavori, infatti nasce intorno alle onde della connessione.

La bicicletta non insegue la libertà

Ma c’è qualcosa in più in questa silhouette del rider, che per un gioco di parole porta alla mitologia di Easy Rider. Film celebrazione del mito fricchettone e sessantottino della libertà, rappresentata dal viaggio in motocicletta. Attraversare e percorrere strade senza una metà sfuggendo a tutte le gabbie limitanti del mondo borghese. La motocicletta diventa bicicletta, e non insegue la libertà, ma la soddisfazione del piccolo, troppo piccolo sogno borghese: la comodità.

E come non pensare a Sisifo, che si credeva scaltro e invece si ritrova per tutta l’eternità, costretto sotto il peso di un masso a scalare la montagna, con la schiena piegata come i rider dal loro zaino, con la certezza riproduttiva, di dover rifare all’infinito lo stesso gesto, per sopravvivere, tenersi in vita. Eccoli, i tanti Sisifo, spesso venuti da fuori o lasciati ai margini del grembo della loro società, scalare strade come montagne, per inseguire la logica di un dio, che non ha più le sembianze del fato, ma solo quella della necessità, ovvero del tirare a campare.

I rider come i call center qualche anno fa

Inoltre i rider stanno ai nostri giorni, come i call center al mondo di qualche anno fa. Resta un tratto comune. La casa. Entrambi i lavori costituiscono una traiettoria che lega l’esterno all’intimità della casa. Nel caso dei call center come un’invasione inopportuna dell’intimità, presto respinta mediante rifiuti o insulti. Invece i rider condensano un servizio, consentendo agli agi del mondo esterno di entrare all’interno delle case. Diciamo che rispetto ai call center, sono senz’altro un’evoluzione positiva! Sia per chi offre il servizio, che invece della voce muove le proprie gambe. Sia per chi riceve il servizio, che lo sceglie e non lo subisce.

La casa sempre più separata dalla comunità

Leggendo tra le righe di entrambi i lavori, però, risulta evidente un’altra tendenza del mondo contemporaneo: l’arroccamento nelle proprie case. Suffragato da un infinito elenco di altri mezzi come la pay tv, netflix…La casa come comunità autoreferenziale, in cui poter fruire di tutto il necessario senza dover incontrare ciò che sta fuori. Una casa sempre più separata da un’idea di comunità. E le conseguenze politiche sono evidenti, per chi le vuole intendere, ed è chiaro che un virus non fa altro che esasperare ciò che è già in potenza.

Nelle sere di alcune città del nord, i rider sono ormai l’unica forma di movimento, ossia di vita. Lo sguardo li intercetta, lasciandoti una sensazione di ambiguità, da una parte una fame palese, eccitata dall’odore del cibo, mascherata però da un leggero senso di colpa, simile a quello percepito mentre si mangia di fronte a scene di fame e povertà provenienti dall’Africa.

In fondo le loro ombre silenziose fanno anche compagnia, mentre una sagoma avanza sul marciapiede, alla stessa loro velocità. Si differenzia perchè non ha abiti sportivi e si muove come una specie di Cristo cittadino sulle acque di asfalto. Postura dritta ed elegante, avanza veloce sul suo monopattino, in mezzo a sciami di Sisifo postmoderni. Segni di distinzione di classe, da leggere tra le righe delle strade.

Tags: biciclettaComunitàRiderservizioSocietàUber
Davide Piccardo

Davide Piccardo

Direttore editoriale

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