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Home Africa

Sudan: mentre El-Fasher cadeva, i signori della guerra consolidavano il loro potere sulle sue rovine

by rascidjamal@gmail.com
Novembre 3, 2025
in Africa, Mondo, Nuova Luce, Prima Pagina, Sudan
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Sudan: mentre El-Fasher cadeva, i signori della guerra consolidavano il loro potere sulle sue rovine
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La recente caduta di El-Fasher, capitale del Nord Darfur, nelle mani delle Forze di Supporto Rapido (RSF), dopo un assedio di 18 mesi, non rappresenta una semplice vittoria militare. È piuttosto l’epicentro di una catastrofe umanitaria senza precedenti e un punto di svolta decisivo per il futuro del Sudan. La crisi che oggi divora El-Fasher riflette la sofferenza che attanaglia l’intero Paese da oltre due anni, un dramma alimentato da interessi interni ed esterni che hanno trasformato una nazione in un campo di battaglia perenne.

Darfur e El-Fasher: Una Storia di Conflitti e Strategia

Per comprendere la gravità degli eventi attuali, è necessario fare un passo indietro nella storia del Darfur e della sua capitale. Il Darfur è un vasto territorio nell’ovest del Sudan, crocevia di etnie e culture, che in passato ha ospitato importanti sultanati. La sua complessa composizione demografica, con la coesistenza di gruppi agricoli, come i Fur, gli Zaghawa e i Masalit, e pastori nomadi arabi, come i Rizeigat, è stata storicamente una fonte di tensione, esacerbata dalla siccità e dalla competizione per risorse come pascoli e acqua sin dagli anni Settanta.

In questo contesto, El-Fasher (o Fashir del Sultano) era ed è molto più di un semplice simbolo politico. La sua posizione strategica è vitale, poiché si trova al crocevia di rotte che collegano il Darfur agli Stati del Sudan Centrale ed è vicina ai confini di Ciad e Libia. Il controllo di El-Fasher rappresenta la chiave logistica per connettere le linee di rifornimento provenienti da Nord e Ovest verso il cuore del Sudan, rendendola una pedina essenziale nello scacchiere bellico.

Dalle Janjaweed alle RSF: L’Evoluzione della Forza di Mohammed “Hemedti” Dagalo

L’attore dominante a El-Fasher e in Darfur è la forza paramilitare delle RSF, la cui origine risale ai primi conflitti della regione. Quando la ribellione in Darfur scoppiò nel 2003, in protesta contro l’emarginazione politica ed economica, il regime del Presidente Omar al-Bashir, già militarmente impegnato nel Sud, ricorse a una soluzione alternativa: armare milizie locali arabe, note come “Janjaweed” o “diavoli a cavallo”. Sebbene efficaci nel contrastare i ribelli, queste milizie erano prive di disciplina e si macchiarono presto di crimini orrendi, trasformandosi in uno strumento di violenza incontrollata dedito all'”economia di guerra” e al contrabbando.

Di fronte alle gravi accuse internazionali di crimini di guerra e pulizia etnica, che portarono all’incriminazione di Al-Bashir da parte della Corte Penale Internazionale, il governo cercò di formalizzare le milizie. Un primo tentativo di riorganizzazione avvenne nel 2003 con la creazione delle Guardie di Confine, poste sotto il controllo dei servizi di intelligence. Nel 2013, la forza fu ristrutturata nelle attuali Forze di Supporto Rapido (RSF), con una missione estesa alla lotta alle ribellioni in tutto il Sudan. Il processo di istituzionalizzazione si completò nel 2016, quando il Presidente Al-Bashir trasferì la loro affiliazione direttamente alla Presidenza della Repubblica, garantendo alle RSF un’ampia autonomia e una crescente influenza nel sistema di sicurezza. Dopo il golpe del 2019, le RSF, guidate dal Generale Mohammed Hamdan Dagalo, noto come Hemedti, hanno sfruttato un’enorme rete economica auto-finanziata, principalmente attraverso il commercio dell’oro, e una complessa rete di relazioni esterne per armarsi e pagarsi, diventando una potente istituzione parallela all’esercito.

El-Fasher: Il Simbolo delle Violazioni Umanitarie

La caduta di El-Fasher, avvenuta la scorsa domenica dopo 18 mesi di assedio, ha spalancato le porte a una catastrofe umanitaria di proporzioni drammatiche. Le testimonianze dei sopravvissuti, fuggiti nella vicina Tawila, e i rapporti di organizzazioni come Medici Senza Frontiere (MSF), parlano di atrocità diffuse. Le RSF sono accusate di esecuzioni sommarie, violenza sessuale, attacchi agli operatori umanitari, saccheggi e rapimenti. Testimoni hanno riferito di omicidi di massa e di spari a bambini di fronte ai loro genitori. I sopravvissuti denunciano inoltre di essere stati separati in base al sesso, all’età e alla presunta appartenenza etnica, con molti uomini detenuti per riscatto e cifre elevate richieste alle famiglie.

L’assedio ha anche avuto conseguenze devastanti sul fronte alimentare. I Comitati di Resistenza di El-Fasher hanno censito la morte per fame di 239 bambini in un solo giorno, il 23 ottobre 2025.

Le prove di questi massacri non si basano solo sui racconti. L’Humanitarian Research Lab dell’Università di Yale ha analizzato immagini satellitari, identificando almeno 31 raggruppamenti di oggetti, presumibilmente corpi umani, in aree residenziali e militari, concludendo che “gli indicatori di omicidi di massa in corso sono chiaramente visibili”. Mentre oltre 65.000 persone sono riuscite a fuggire, MSF e le Nazioni Unite temono per la sorte di decine di migliaia di civili ancora intrappolati in città, ai quali le RSF e i loro alleati impedirebbero di raggiungere aree sicure.

Il Contesto Generale e i Sostenitori Esteri delle RSF

Il dramma di El-Fasher si inserisce in una crisi generale sudanese che le agenzie ONU definiscono come la più grande crisi umanitaria e la più vasta emergenza di sfollamento al mondo, con oltre 30 milioni di persone che necessitano di assistenza.

Nonostante la condanna internazionale per le atrocità commesse, le RSF continuano a ricevere un sostegno esterno cruciale che alimenta il conflitto. I rapporti indicano che gli Emirati Arabi Uniti sono tra i principali sostenitori esterni, mentre l’Etiopia è considerata vicina al gruppo paramilitare. Le armi per le RSF sarebbero contrabbandate anche attraverso il Ciad. In questo complesso scacchiere, l’Esercito Sudanese (SAF) è invece sostenuto da paesi come l’Arabia Saudita e l’Egitto.

In questo quadro, il ruolo di Israele nel conflitto sudanese emerge come un elemento cruciale e controverso, che alimenta le dinamiche di guerra e destabilizzazione. Tel Aviv non agisce con un’unica strategia, ma adotta un “doppio gioco” complesso, mirando a massimizzare i propri interessi strategici e di sicurezza a prescindere dal vincitore.

Il Sudan rappresenta un dossier chiave per Israele per la sua posizione geostrategica, vista come una porta vitale per espandere la sua influenza in Africa e sul Mar Rosso. È considerato un punto di transito cruciale per sorvegliare l’attività di gruppi estremisti, monitorare le rotte del contrabbando di armi e contrastare l’influenza iraniana e turca. Storicamente, come testimoniato dall’ex ministro della Difesa Avi Dichter, Israele avrebbe favorito l’indebolimento e la frammentazione del Sudan, ritenendo che “un Sudan fragile e frammentato è meglio di un Sudan forte e attivo”. Altri obiettivi includono l’acquisizione di leve, come quella sul Nilo, contro l’Egitto e l’espansione degli “Accordi di Abramo”.

Per mantenere la sua influenza, Israele ha adottato una politica di canali aperti con entrambe le parti in conflitto: il Ministero degli Affari Esteri gestisce la comunicazione formale con il generale Al-Burhan, riconoscendolo come il rappresentante dello Stato, mentre il Mossad mantiene i contatti operativi e segreti con il team di Hemedti. Questa divisione dei ruoli assicura che Israele non perda influenza a prescindere dall’esito finale. Alcuni analisti interpretano le manovre diplomatiche israeliane, come offerte di mediazione non seguite da azioni concrete, come un tentativo di prolungare la guerra, indebolendo reciprocamente le due forze per rendere il Sudan più fragile e gestibile per i propri interessi di sicurezza. In conclusione, l’obiettivo ultimo di Israele non è l’identità del leader, ma il mantenimento della propria influenza nei gangli decisionali sudanesi e la garanzia di un punto d’appoggio strategico in una regione ponte tra Africa e mondo arabo.

Cosa Succede Dopo: I Tre Scenari di Rischio per il Sudan

La conquista di El-Fasher, che conferisce alle RSF il controllo di fatto del Darfur e legittima un “governo di fondazione” a Nyala, apre la porta a tre scenari distinti. Il primo è la nascita di un’entità semi-indipendente, dove l’amministrazione integrata del Darfur da parte delle RSF potrebbe consolidare una divisione politica e geografica de facto tra l’Ovest e il Centro/Est del Sudan. Il secondo scenario prevede un accordo politico sotto pressione, dove le pressioni regionali e internazionali potrebbero portare a un compromesso che garantisca significative conquiste politiche alla leadership delle RSF in cambio della cessazione delle operazioni militari. Il terzo e più disastroso scenario è la disintegrazione del Paese, con la continuazione e l’espansione della guerra a nuove aree, che minaccia di dilaniare quel che resta dello Stato sudanese e delle sue risorse, in linea con l’obiettivo storico di quelle potenze che preferiscono un Sudan frammentato.

In questo contesto, il futuro del conflitto è appeso alla capacità della comunità internazionale di interrompere il sostegno esterno alle RSF, un sostegno che è la linfa vitale di questa forza. Le RSF si considerano un’alternativa all’esercito e cercano di stabilire un nuovo ordine sulle rovine della nazione sudanese. El-Fasher, un tempo porta del Darfur, è oggi il simbolo del Sudan che si avvia verso il disastro.

Crediti immagine copertina: AFP

Tags: al fasharel-fasherrsfSudan
rascidjamal@gmail.com

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