Frequento pochissimo i social. Il racconto di Mariarosa Mancuso del film “The Voice of Hind Rejab” – e del contesto nel quale è stato presentato, la Biennale del Cinema di Venezia – l’ho letto direttamente sul Foglio. Ho fatto le mie pensate in proposito ma non frequentando molto i social non le ho diffuse. Ho letto le reazioni di persone perbene su alcuni gruppi Whatsapp – che a differenza dei social frequento – su cui sono stati condivise anche alcune reazioni sui media e su account fb personali. Molta indignazione ma nessun commento violento o volgare (i gruppi Whatsapp che frequento hanno per norma la buona educazione anche se qualcuno magari qualche volta trasgredisce). Il resoconto dello shitstorm mediatico che si è abbattuto sull’autrice lo ricavo direttamente da un secondo articolo di MM (“Diario di una stronza”, Il Foglio, 8-9-25). Molti dei post o estratti di post e articoli che Mariarosa Mancuso seleziona e trascrive per noi lettori io li disapprovo: alcuni perché sono volgari, altri perché sono iperbolici – due forme di espressione di cui l’argomento non ha nessun bisogno per trarre forza. E il risultato è che vengono trascurati alcuni aspetti molto più importanti dell’articolo ormai diventato – e questo a noi sostenitori della lotta del popolo palestinese va benissimo – caso mediatico.
Nel primo racconto del film Mariarosa Mancuso riassume a modo suo la vicenda di Hind. Nel sunto volutamente anti-empatico – la sua mission è contrastare una candidatura al “Leone d’Oro delle lacrime” – spiccano tre paroline cui nessuno fa caso (ecco il disastro dei social): la bambina contatta la Mezzaluna Rossa a Ramallah (80 chilometri di distanza ma questo Mancuso non lo spiega) ma “la Mezzaluna Rossa ha la sua burocrazia” e quindi ahimé tarda molto, anzi troppo. A me quelle tre paroline fanno sobbalzare più di tutto il resto del pezzo: la morte di Hind Rejab sarebbe dovuta alla “burocrazia” della Mezzaluna Rossa? Ebbene sì, questa è la tesi di fondo del’autrice. Alcuni giorni dopo (Il Foglio 5 settembre) – a polemica già scatenata – Mariarosa Mancuso scrive:
Festivalieri, cronisti, pubblico assortito: tutti commossi, qualcuno con le lacrime, per la voce di Hind Rajab: la bambina di cinque anni che chiedeva aiuto alla Mezzaluna rossa da una macchina, attorno i familiari morti. Ma ci sono regole e protocolli, il caposquadra ha già perso troppi uomini (e mezzi) in missioni che hanno messo a rischio la vita dei soccorritori. Vediamo sullo schermo le foto della bambina, vestita della festa con coroncina. E giù singhiozzi, senza pensare che di lì a qualche anno le avrebbero imposto di non mostrare neppure una ciocca di capelli. Proprio come l’operatrice che sta al centralino e cerca di stabilire un contatto.
Il grassetto del brano è quello del Foglio: come non pensare che si tratti di una consapevole provocazione, un’esca destinata al popolo dei social? Il quale infatti abbocca: a giù singhiozzi giù insulti. E nessuno presta attenzione alla frase precedente che ribadisce la versione: è tutta colpa della Mezzaluna Rossa. Non solo ipocriti ma vigliacchi: non vogliono mettere a rischio la vita dei soccorritori e si rifugiano dietro regole e protocolli.
E non basta. Sul Foglio dell’8 settembre a Mariarosa Mancuso vengono concessi due pezzi.
Il primo, “Diario di una stronza”, non è solo il resoconto degli insulti ricevuti sul web. Vi è anche la sottile, invisibile punta di veleno. Non lasciatevi fuorviare dalla messa in dubbio del valore degli applausi “non sempre affidabili”. Nel mezzo di una frase apparentemente anodina troviamo che la regista portava con sé la foto formato manifesto di Hind Rejab – giusto, vero, chiaro – “la bambina palestinese morta perché i soccorsi non sono arrivati in tempo.” Morta perché i soccorsi non sono arrivati in tempo – oh che deplorevole incidente! D’altra parte si sa la Mezzaluna Rossa, organizzazione di arabi e islamici, è roba burocratica ed inefficiente, niente a che vedere con la prontezza e l’efficacia degli occidentali e dei sionisti che sono occidentali ad honorem.
Infatti, per chi non lo avesse ancora capito, Mancuso ribadisce per la terza volta:
Il responsabile della Mezzaluna Rossa chiedeva un percorso sicuro per l’ambulanza, già aveva perso troppi medici e infermieri. Non è colpa sua ma pareva “Chi l’ha visto?”
Allora: con Tsahal che spara anche alla gente in fila per il cibo, che bombarda ospedali, medici e civili con la scusa di “movimenti sospetti” (e le cui milizie sono arrivate ad un tale grado di paranoia da ammazzare i loro stessi concittadini) un’ambulanza può mettersi in modo senza aver ricevuto la debita autorizzazione? I paramedici sarebbero uomini morti in men che non si dica e chi muore non può prestare soccorso. Regola elementare, la stessa per cui sugli aerei si raccomanda ai genitori, in caso di emergenza, di indossare per primi la maschera ad ossigeno e solo dopo metterla ai propri bambini. Ma no, facciamo anche un po’ d’ironia sui paramedici partiti in ritardo e che peraltro sapevano a cosa andavano incontro visto che sono morti crivellati di colpi così come la bambina e prima di lei tutti i suoi familiari.
E per non farci mancare niente facciamo anche un po’ d’ironia anche sull’eroica operatrice che stava al centralino e che per tre ore, senza cedimenti, fa quello che può per una bambina terrorizzata a ottanta chilometri di distanza, le parla, la rassicura, e proviamo solo a immaginare ciò che prova e che riesce a celare. Ma no, Mancuso la menziona per dirci che le hanno “imposto di non mostrare neppure una ciocca di capelli” e lo scandalo di cui nessuno si accorge è questa illazione, assai più di quella sul futuro di Hind.
Ma per essere sicuri che il messaggio passi, Mariarosa Mancuso, che quel giorno dispone di ben due spazi, lo ribadisce nel secondo pezzo, così en passant: “La bambina palestinese implora aiuto, ma la Mezzaluna Rossa ha i suoi protocolli, cerca un percorso sicuro per i soccorsi.” Chissà chi impone i protocolli, tanto in Cisgiordania quanto a Gaza. Tanta insistenza fa frullare un pensierino nella mia mente: vogliamo che gli autori del Foglio non abbiano ricevuto un piccolo briefing su come affrontare il caso del film su Hind alla Mostra del Cinema? Non mi querelate per favore, è solo una ipotesi senza prove. Formulata in base al fatto che questo tipo di schema – ripetere ossessivamente un messaggio in un modo che passa inosservato – è una delle tecniche della propaganda occulta oltre che del marketing. E che sulla propaganda chiamata hasbara lo stato israeliano investe considerevoli sforzi e denaro, e non da oggi (ne parla tra gli altri un bell’articolo di questi giorni su Avvenire di Anna Maria Brogi “Cos’è la ‘hasbara e come Israele sta combattendo una guerra parallela sul web”).
Da ultimo una piccola riflessione sul tema enorme di arte, impegno e etica. Tema da discussione seria, non da emozioni e insulti. Però – provate a immaginare la storia di Hind a parti invertite. La storia, mettiamo, di Rivka Blum, che tenta di fuggire con la famiglia – da cosa? Un attentato? Un missile? Un drone? O anche un kibbutz il 7 ottobre? E che muore come Hind – crivellata di colpi, non per “ritardo dei soccorsi” ma per una azione volontaria e scellerata. E qualcuno ci fa un film e qualcuno lo recensisce e scrive:
Festivalieri, cronisti, pubblico assortito: tutti commossi, qualcuno con le lacrime, per la voce di Rivka Blum : la bambina di cinque anni che chiedeva aiuto a Magen David Adom (o a Tsahal) da una macchina, attorno i familiari morti. Ma ci sono regole e protocolli, il caposquadra (o l’ufficiale in servizio) ha già perso troppi uomini (e mezzi) in missioni che hanno messo a rischio la vita dei soccorritori.
Vediamo sullo schermo le foto della bambina, vestita della festa con coroncina. E giù singhiozzi, senza pensare che di lì a qualche anno le avrebbero imposto di andare in giro con un kalashnikov più grande di lei, a bullizzare donne incinte e uomini anziani ai checkpoint, o a sparare a civili a Gaza e vantarsene.
Ecco, spero di aver spiegato perché ci sono delle cose che non si possono scrivere.




