Un video pubblicato e poi rapidamente rimosso dai canali ufficiali dell’azienda militare israeliana Rafael (Rafael Advanced Defense Systems) – specializzata in sistemi di difesa e sicurezza – avanzati ha suscitato fortissima indignazione internazionale. La società, controllata dallo Stato israeliano e tra i principali attori dell’industria bellica del Paese, aveva diffuso materiale promozionale in cui mostrava l’impiego reale di un suo drone, lo “Spike FireFly”, durante un’operazione a Gaza. Le immagini ritraevano l’uccisione deliberata di un civile palestinese non armato.
L’utilizzo di immagini di morte reale — in questo caso, di una persona colpita mentre si trovava da sola, inerme, e disarmata in uno spazio aperto — come strumento di marketing rappresenta una soglia inquietante, persino per un settore come quello della difesa, spesso opaco e cinico. Il contenuto, inizialmente diffuso sul canale X (ex Twitter) ufficiale di Rafael, è stato rimosso poche ore dopo la pubblicazione, probabilmente nel tentativo di arginare le conseguenze di un’operazione di comunicazione tanto scioccante quanto rivelatrice.
“Testato sui civili”: la banalizzazione del crimine
Nel video, il testo in sovraimpressione descrive le capacità del drone con enfasi tecnica e tono celebrativo, senza mai celare che il bersaglio colpito è un essere umano disarmato. La rimozione frettolosa del filmato non ha impedito la sua diffusione in rete: la memoria digitale è più veloce del controllo dell’immagine, e in molti hanno potuto osservare con i propri occhi cosa significhi quando la tecnologia militare diventa spettacolo.
Vedi il video qui sotto. Attenzione, immagini sensibili:
Israeli arms company Rafael uses footage of a Palestinian targeted and killed by a Spike FireFly drone in Gaza to promote its military products pic.twitter.com/71ItX4nset
— TRT World (@trtworld) July 13, 2025
Finanziamenti europei sotto esame
Il caso esplode alla vigilia della revisione degli accordi di cooperazione tra Unione Europea e Israele, inclusi quelli che riguardano la ricerca e lo sviluppo tecnologico. È in questo contesto che emergono ulteriori inquietudini: Rafael, nonostante il coinvolgimento in dinamiche di guerra che implicano potenziali crimini contro l’umanità, risulta tra i beneficiari dei fondi del programma europeo Horizon. Tra i partner di progetto, figurano istituzioni pubbliche e private, tra cui anche soggetti italiani, come l’Autorità Portuale di Ravenna per un valore di milioni di euro.
Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati, ha lanciato un appello urgente affinché tutte le collaborazioni con Rafael e simili siano immediatamente sospese. “La ricerca non può e non deve diventare complice di crimini internazionali”, ha dichiarato su X, richiamando l’attenzione su una responsabilità collettiva che attraversa confini e istituzioni.
Profiting from genocide is not merely depravity: it is a crime. Those responsible must be held accountable.
For a deeper understanding of the system behind it, read my latest report:https://t.co/rOKedq3sgX https://t.co/xs0eZ9wkY0— Francesca Albanese, UN Special Rapporteur oPt (@FranceskAlbs) July 13, 2025
La questione dell’impunità
A fare da sfondo, c’è una questione che molti osservatori internazionali ritengono centrale: l’impunità. È proprio l’assenza di sanzioni, di linee rosse chiare e rispettate, a consentire derive come quella mostrata da Rafael. Quando un’azienda si sente legittimata a mostrare l’uccisione di un civile come fosse una demo tecnologica, il problema non è solo morale. È politico, legale e sistemico.
Il silenzio o la complicità di partner internazionali, comprese entità europee, rischia di consolidare una prassi oltre ogni limite che disumanizza le vittime, legittima la sperimentazione bellica sui civili e svuota di senso il diritto internazionale.
La rimozione del video non può cancellare la gravità del gesto. Rafael non ha solo infranto una barriera etica: l’ha trasformata in strumento pubblicitario. La domanda che ora si pone alle istituzioni europee, e a chiunque sia coinvolto in collaborazioni con l’industria bellica israeliana, è se intendano continuare a finanziare chi mostra di non avere alcun rispetto per la vita umana. Oppure se sia finalmente il momento di disinvestire — non solo economicamente, ma anche moralmente — da chi rende la guerra uno spettacolo di marketing.



