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Home Europa

Un sondaggio, molti interessi: come l’islamofobia italiana ricicla la propaganda sio-emiratina contro i musulmani europei

by Brahim Baya
Novembre 30, 2025
in Europa, Francia, Islam, islamofobia, Israele, Italia, Mondo, Nuova Luce, Prima Pagina
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Un sondaggio, molti interessi: come l’islamofobia italiana ricicla la propaganda sio-emiratina contro i musulmani europei
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Negli ultimi giorni un dato ha rimbalzato ovunque: «In Francia il 57% dei giovani musulmani mette la sharia sopra le leggi dello Stato».

Titoli allarmistici, video indignati, commenti apocalittici: per l’ennesima volta il musulmano europeo è stato presentato come una minaccia incombente.

In Italia, il sondaggio dell’istituto francese Ifop sui “musulmani di Francia” è stato immediatamente arruolato nel discorso islamofobo. Il quotidiano Il Giornale ha parlato di “boom di islamisti tra i giovani” e di “dati che dovrebbero far tremare l’Europa”, rilanciando acriticamente le cifre più spettacolari. Testate come Il Sussidiario hanno ripetuto la formula “57% dei giovani musulmani vuole la sharia”, trasformando un’indagine complessa in un titolo da clickbait.

Sui social, l’europarlamentare leghista di Monfalcone Anna Cisint ha pubblicato un post-video che recita: «Dati che dovrebbero far tremare l’Europa.», con sovrimpressione del titolo de Il Tempo (“Sondaggio choc in Francia, giovani musulmani preferiscono la sharia alla democrazia”). La vicesegretaria federale della Lega Silvia Sardone usa lo stesso frame allarmista nella sua campagna islamofoba sui social.

Per l’opinione pubblica italiana il messaggio è semplice: l’Islam in Europa è un pericolo crescente, e prima o poi toccherà anche a noi.

Ma se si guarda da vicino quel sondaggio “choc”, il quadro cambia radicalmente.

Cosa dice davvero il sondaggio Ifop

Il lavoro dell’Ifop è stato smontato in un’inchiesta dettagliata di Mediapart, che ne mostra le molte fragilità.

  1. La “sharia” che nessuno ha nominato

Il sondaggio non ha mai pronunciato la parola sharia davanti agli intervistati. La domanda parlava di “legge musulmana”; la parola “charia” è stata aggiunta solo nel rapporto scritto tra parentesi, e poi trasformata in parola principale nelle infografiche e, soprattutto, nei titoli dei media. In pratica, gli intervistati rispondevano a una cosa (“legge musulmana”), mentre giornali e talk show ne raccontano un’altra (“sharia”, immediatamente associata a amputazioni, frustate, talebani).

  1. Il 46% costruito a tavolino

Il famoso dato “46% dei musulmani francesi vuole applicare la sharia nei paesi non musulmani” nasce da una somma arbitraria di due risposte diverse:

  • 15%: “La legge musulmana deve essere applicata integralmente, qualunque sia il paese”.
  • 31%: “La legge musulmana deve essere applicata in parte, adattandola alle regole del paese in cui si vive”.

Quel 31% indica piuttosto il desiderio di vivere la propria fede nel quadro della legge francese, non contro di essa. Eppure l’Ifop li ha sommati producendo il 46% che è finito nei titoli. Lo stesso responsabile dell’indagine dell’Ifop, François Kraus, ammette che il vero indicatore di posizioni integraliste è solo il 15%.

  1. “Islamismo” e “Fratelli musulmani” mai definiti

Un’altra serie di domande chiede agli intervistati se approvino “le posizioni degli islamisti” o se provino “simpatia per i Fratelli musulmani, il salafismo, il wahhabismo, il tabligh, il jihadismo”.
Né nel questionario né nel rapporto viene definito cosa si intenda esattamente per “islamisti” o per ciascuno di questi movimenti.

Risultato: numeri come “38% dei musulmani approva in tutto o in parte le posizioni islamiste” vengono sbandierati ovunque, ma non sappiamo a quali posizioni ci si riferisca. 

  1. Donne velate e “pressioni”: un’altra somma forzata

Sul velo, il campione si restringe molto: 149 donne che dichiarano di portarlo, comprese quelle che lo mettono raramente o lo tolgono al lavoro.

  • Solo 2% dice di portarlo “sotto pressione dei propri cari”.
  • Ma il 42% dichiara di farlo “per sentirsi in sicurezza” e il 15% “per non essere percepita come impudica o indecente”.

L’Ifop decide di sommare tutto e di presentare così un impressionante 59% di donne velate che portano il velo per “far fronte a rischi e pressioni”.

La differenza tra una donna costretta dal marito e una donna che sceglie il velo come protezione rispetto allo sguardo maschile sparisce in un solo numero, perfetto per titoli scandalistici.

Chi paga davvero il sondaggio sui musulmani di Francia

C’è però un altro elemento, ancora più inquietante, che in Italia quasi nessuno cita: chi ha commissionato e pagato il sondaggio.

L’indagine non nasce da un organismo pubblico o da un’università, ma dalla rivista francese Écran de veille, parte del piccolo gruppo mediatico Global Watch Analysis, ossessionato da “Fratelli musulmani” e “entrismo islamista”.

Secondo le inchieste di Mediapart e altri media, il direttore di Écran de veille, Atmane Tazaghart, è stato remunerato da un centro di ricerca degli Emirati Arabi Uniti (EAU) ed è comparso nella gigantesca operazione di ingerenza e disinformazione orchestrata dagli Emirati in Europa attraverso l’agenzia svizzera Alp Services.

Un recente articolo della stampa algerina parla apertamente del sondaggio Ifop come di un tassello di una più ampia campagna di stigmatizzazione dei musulmani di Francia, legata agli interessi di Abu Dhabi e ai lobby pro-israeliani.

In altre parole: mentre in Italia la destra urlava contro “i giovani musulmani pronti alla sharia”, la fonte di quei numeri era un network mediatico legato a uno dei regimi più autoritari e interventisti del mondo arabo.

Il progetto politico di Abu Dhabi: contro-rivoluzione, sionismo e islamofobia

Gli Emirati Arabi Uniti sono uno dei principali architetti della contro-rivoluzione alle primavere arabe del 2011 e di una vera e propria internazionale islamofobia di Stato.

Negli ultimi dieci anni Abu Dhabi ha:

  • finanziato con miliardi di dollari il colpo di Stato del generale Abdel Fattah al-Sisi in Egitto, contribuendo a consolidare uno dei regimi più repressivi del pianeta.
  • sostenuto militarmente e finanziariamente il generale Khalifa Haftar in Libia, fornendogli armi, droni, supporto aereo e copertura diplomatica nelle sue offensive contro Tripoli.
  • appoggiato apertamente il “colpo di mano” del presidente tunisino Kaïs Saied, che ha sciolto il Parlamento e concentrato nelle proprie mani tutti i poteri, riportando il Paese indietro di decenni sul piano democratico.
  • giocato un ruolo centrale nel sostegno alle milizie RSF in Sudan, accusate da rapporti di ONG e testimoni di massacri, pulizia etnica e possibili crimini di genocidio in Darfur; diverse inchieste indicano gli Emirati come principali fornitori di fondi, armi e logistica a queste milizie.

Il filo rosso è chiaro: schiacciare ogni forma di islam politico, di opposizione islamica o di movimento sociale indipendente, anche al prezzo di sostenere colpi di Stato sanguinosi e milizie responsabili di atrocità di massa.

Dentro questo progetto rientra anche la produzione di contenuti “giornalistici” e “sondaggi” che dipingono i musulmani d’Europa come una minaccia, in particolare quando simpatizzano per i Fratelli musulmani o semplicemente chiedono di vivere la propria fede nello spazio pubblico.

Nel 2020 gli Emirati hanno normalizzato ufficialmente le relazioni con Israele firmando gli Abraham Accords. Da allora il commercio bilaterale ha superato i 3,2 miliardi di dollari nel 2024, in crescita costante anche durante la guerra a Gaza;  la cooperazione militare e di intelligence si è intensificata, con accordi di difesa, tecnologia di sorveglianza e sistemi d’arma congiunti.

Perché tutto questo riguarda l’Italia

Quando una testata italiana, un opinionista o un politicante rilanciano acriticamente i numeri del sondaggio Ifop, non stanno solo alimentando la paura dell’Islam “di casa nostra”.
Senza saperlo – o forse sapendolo benissimo – diventano megafono di una propaganda prodotta da un regime autoritario straniero, schierato con i peggiori attori della regione.

L’effetto concreto è duplice: sul piano interno, questi numeri vengono usati per legittimare campagne contro i musulmani, espulsioni arbitrarie di imam e attivisti, e politiche securitarie che colpiscono intere comunità sulla base di sondaggi opachi.

Sul piano internazionale, aiutano a costruire il frame secondo cui il vero problema non sono il genocidio a Gaza, i golpe militari in Egitto, Tunisia o Sudan, le milizie che massacrano civili con l’appoggio di petromonarchie, ma i giovani musulmani in Europa che pregano, portano il velo o aspirano a vivere la propria fede.

Tags: abraham accordsabu dhabidestra italianaEmirati Arabi UnitiEuropafratelli musulmaniifopIslamIslamofobiaLegamedia italianimediapartmusulmani di franciapropagandashariaSondaggi
Brahim Baya

Brahim Baya

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