Il concerto Grace for the World ha unito star internazionali e 3.000 droni in Piazza San Pietro. L’intervento di Graça Machel cita Palestina e Israele come “conflitto tra pari”. Un accostamento che di fatto censura la verità sui crimini di Israele, in linea con la posizione diplomatica italiana.
Per la prima volta nella storia, Piazza San Pietro si è trasformata in palcoscenico di un evento musicale globale. Il concerto Grace for the World ha chiuso il terzo World Meeting on Human Fraternity con un cast d’eccezione: da Andrea Bocelli a Pharrell Williams, da Jennifer Hudson a John Legend, fino ai cori gospel americani e a quello della Diocesi di Roma.
Uno spettacolo senza precedenti, culminato nello show di oltre 3.000 droni che hanno dipinto nel cielo immagini della Cappella Sistina, colombe, mani che si sfiorano e perfino il volto di Papa Francesco.
La voce di Graça Machel: pace sì, ma a quale prezzo?
Il momento centrale della serata è stato l’intervento di Graça Machel, vedova di Nelson Mandela. Con parole forti ha invocato empatia, equità e giustizia come basi per ricostruire fiducia tra i popoli. Ha citato i grandi scenari di crisi — Sudan, Ucraina, Congo, Mozambico, Myanmar — e soprattutto “Palestina e Israele”, nominati nello stesso respiro come due attori paritari di un conflitto da risolvere.
Ma proprio qui emerge la contraddizione. Accostare i due nomi in una simmetria linguistica, cancellando la realtà di occupazione, apartheid e genocidio subiti dal popolo palestinese, equivale a una forma di censura della verità. Non si tratta di un conflitto “tra pari”, bensì di una condizione strutturale di oppressione.
In questo senso, le parole di Machel, più che un atto profetico, si sono allineate al linguaggio diplomatico dominante, in particolare quello dell’Europa e dell’Italia, che continuano a evitare di nominare con chiarezza le responsabilità dello Stato di Israele.
JOY: un cielo di luci, ma poca profondità
Il culmine visivo del concerto è stato la comparsa della scritta “JOY” nel cielo, accolta da applausi e cellulari accesi. Un messaggio immediato e universale, ma che ha lasciato l’amaro in bocca a chi si aspettava un passo ulteriore.
In inglese, la parola joy ha una valenza più ampia di “felicità”: evoca gioia profonda, spirituale, interiore, distinta dall’effimera “happiness”. Tuttavia, nel contesto del concerto è sembrata ridursi a slogan pop, a un invito alla leggerezza più che a un appello alla fratellanza e alla dignità dei popoli.
La forza mancata dell’arte
Lo spettacolo è stato grandioso, capace di emozionare e stupire. Ma un’iniziativa globale di tale portata avrebbe potuto trasformarsi in un atto profetico, unendo musica e spiritualità in un messaggio capace di scuotere le coscienze.
Invece, la bellezza della messa in scena ha prevalso sulla radicalità etica. L’arte, quando si limita all’incanto, resta superficie. La fratellanza, invece, chiede di essere gridata con coraggio.




