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Home Green Pass

I portuali di Trieste: una storia sinistra

by Paolo Grasso
Ottobre 19, 2021
in Green Pass, Italia, Politica, Voci
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I portuali di Trieste: una storia sinistra
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A Trieste va in scena una storia proletaria che avrebbe fatto impazzire la Sinistra di qualche anno fa. I portuali hanno provato a scavalcare il muro ideologico eretto tra il sì e il no, per protestare in maniera congiunta. Per chi non lo sapesse, anche chi si è vaccinato ha deciso infatti di schierarsi dalla parte degli scioperanti. Un fronte unito insomma, che dall’inizio ha minacciato sciopero ad oltranza.

Al di là dei sindacati e dell’appartenenza politica, al di là degli interessi personali, una categoria di lavoratori si è unita, ha resistito per lottare pacificamente contro una misura imposta dal governo: l’introduzione del passaporto sanitario per accedere al luogo di lavoro. Il governo dapprima ha proposto alle aziende coinvolte di effettuare tamponi gratuiti. I protestatari però si sono opposti: è uno sgravio iniquo, una mediazione che deve riguardare tutti i lavoratori o nessuno. Questo il senso della loro risposta, a cui fatto seguito quella governativa: sgombero forzato del presidio.

Un copione davvero perfetto per essere incensato e magari sfruttato a sinistra, come emblema della lotta contro ogni discriminazione. Macché, il varco portuale è diventato il perimetro di un circo mediatico all’interno del quale portuali sono stati strumentalizzati per rafforzare la solita narrazione dominante, mentre a sinistra la faccenda è stata percepita con fastidio e riluttanza sin dall’inizio.

Come esempio, basti prendere le parole della Viceministra Bellanova, appartenente ad Italia Viva (Renzi per capirsi…). In merito alle proteste portuali ha dichiarato a RadioUno: “mandano un messaggio educativo devastante: che non bisogna fidarsi della scienza.” E già, tra qualche anno sarà reato anche l’offesa contro la scienza…La fantascienza si fa infine realtà.

Ma è cosa nota che la Sinistra da anni si sia emancipata dai truculenti spiriti proletari. Sono una specie in via d’estinzione, meglio registrarsi sul ceto medio, identificato in una categoria ben precisa: l’insegnante. Precariato, burocrazia e cultura: ce le ha tutte l’insegnante per diventare l’icona mancina. Anche l’evoluzione di questa biennale crisi è tarata su di loro. Si è visto ormai che puoi metterli davanti a un computer per fare lezione, trascinarli a spiegare per quattro, cinque ore sputando nella mascherina, dover ottenere un pass per lavorare. E loro gli insegnanti (categoria a cui appartiene chi scrive) hanno incassato senza colpo ferire. E chi si è sottratto, ha fatto una battaglia solitaria, scegliendo di autoemarginarsi per non esser pre-giudicato.

D’altronde gli insegnanti da un po’ di tempo sono diventati specialisti nell’arte dell’incassare. Il nobile e antico mestiere è stato trasfigurato da attività, leggi e squittii pedagogici in una fitta tela burocratica. E si sa che la burocrazia si inocula in maniera subdola, penetra nel corpo, lo annichilisce e da quel momento in poi la manipolazione è cosa fatta. Mentre i sindacati di categoria continuano struggenti battaglie ormai morte, legate a pensioni, graduatorie e licenziamenti, dimenticando totalmente la qualità e il senso del lavoro. Il democratico partito dorme sogni tranquilli con loro; che fare però se sulla scena osano insorgere forze di reminiscenza proletaria? Oddio quale spavento, esistono ancora dei corpi?

Nella prima fase della crisi erano stati i piccoli ristoratori a portare un po’ di scompiglio. Sfiancati dal delivery e da norme in continua evoluzione, reclamavano l’apertura. Hanno riaperto, i guadagni sono tornati a salire, allora pancia piena e silenzio. Ora sono i portuali, coi loro corpi piantati di fronte al mare, ad opporsi. Così il nuovo passaporto viene osteggiato proprio da chi è abituato a stare in una zona di frontiera, tra terra e mare, tra produzione e consumo. Chi da tempo abita la trasandatezza del porto, è forse abituato allo scambio, all’accoglienza, al transito, ai paradossi delle merci. E forse lo sente che tale è l’essenza dell’attività umana.

Una via di mezzo tra la terra, statica nelle sue problematiche, e il mare, lasciato a marinai, avventurieri e crociere, sempre a due passi dalla follia e dal kitsch. Il porto così pesante, tra schiere di container e di corpi indaffarati a tenere insieme acqua e terra, così lontano dalla leggerezza dell’aeroporto dove transitano lievi i corpi, per metà intelligenza e metà consumatori, ad unire aria e terra. Tramite i porti si sono costruite civiltà, attraverso gli aeroporti si sono distrutte, o al massimo dimenticate. 

E voi, che ancora osate dichiararvi di sinistra, politici, sindacalisti e giornalisti, cosa dite ora: questi proletari portuali sono tutti fascisti?

  

Tags: Green PassPortualiSinistraTrieste
Paolo Grasso

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