“Una fobia è un disturbo d’ansia caratterizzato da una paura intensa, irrazionale e persistente verso oggetti, animali o situazioni specifiche.
A differenza della paura comune, la reazione fobica è sproporzionata rispetto al reale pericolo e porta a comportamenti di evitamento che possono limitare fortemente la vita quotidiana. Questo secondo Wikipedia.
Cosa accade quando la fobia smette di essere fenomeno individuale e coinvolge porzioni sempre più ampie della società? Accade che essa inizi ad influenzare i comportamenti collettivi e diviene narrazione condivisa, causando fenomeni di discriminazione, marginalizzazione ed atteggiamenti violenti e persecutori. Il linguaggio gioca un ruolo fondamentale in ciò che viene definita “disinibizione sociale”: la capacità e la possibilità cioè di mettere da parte convenzioni e freni morali nella criminalizzazione del capro espiatorio designato. I musulmani sono vittime di questa fobia collettiva da decenni, da quando cioè il progetto di dominance globale inaugurato dai neocons americani ha richiesto la demonizzazione preventiva di quelle che sarebbero divenute vite collaterali: intere popolazioni da falciare, depredare e decimare nel silenzio/assenso dell’occidente.
L’ islamofobia è stato un riuscitissimo trucco manipolatorio mediante il quale le elite Imperial/capitalistiche d’Occidente si sono assicurate non soltanto il sostegno quasi incondizionato delle popolazioni all’assalto finale al Medioriente ma anche il comodo capro espiatorio da dare in pasto alle masse per deviarne la rabbia sociale. Accade dagli anni ’90, con un incremento esponenziale negli anni successivi al 2001.
Penso a quella che deve essere stata la vita del ragazzo che a Modena ha pigiato il piede sull’acceleratore di un’auto causando una tragedia.
La sua infanzia e la sua giovinezza si sono dispiegate nel periodo della peggiore ondata islamofobica che la storia ricordi, quando persino a scuola solerti funzionari del pensiero unico ti insegnavano come vergognarti della tua identità, della tua religione, della tua famiglia. Quando tuo padre – lavoratore/eroe che tirava la carretta come un mulo per assicurarti un futuro degno – veniva trattato come un eterno minorenne nelle questure d’Italia, nelle piazze, nei bar. Quando persino gli amici per strada ti apostrofavano con “arabo di merda” per ridere di te e vedere l’effetto che fa.
Si può sbroccare talvolta. Qualcuno sbrocca effettivamente. Lui ha sbroccato. Ammesso che la versione ufficiale sia quella veritiera, e la mia particolare forma mentis mi porta sempre a dubitare o, quantomeno, a cercare chiavi di lettura alternative, tanto più necessarie in un’era in cui il Caos ha soppiantato il Cosmo a qualsiasi livello.
Non si tratta certo di giustificare ma di aprirsi alla comprensione. E questa è una storia che merita di essere approfondita, anche nei suoi risvolti più disturbanti, quelli che la retorica folle di questi giorni occulta sotto la consueta coltre di opportunismo politico, di sovranismo un tanto al chilo, di razzismo buono per tutte le stagioni.
Strizzando l’occhio al conflitto sociale generalizzato senza più quartiere, penultimi contro ultimi. Chissà perché. Chissà per chi.



