Nel cuore delle colline a sud di Hebron c’è una striscia di terra che l’esercito israeliano chiama “Firing Zone 918”. Sulla carta è un’area militare chiusa: niente costruzioni, niente ingressi, niente vita. Eppure, racconta l’inchiesta di +972 Magazine di Basel Adra, qui i camion dei coloni hanno versato cemento in pieno giorno per fondare strutture permanenti nell’avamposto che avanza su Tabaqat al-Jundi, senza che soldati o polizia muovano un dito. Poco più in là, a Khalet al-Daba, gli stessi bulldozer che altrove tacciono si accendono: palestinesi in fuga, case giù, pietra dopo pietra, fino a lasciare tende sfilacciate in vista dell’inverno. La fotografia è brutale: la legge che proibisce ai palestinesi perfino di posare una tenda non ferma le fondamenta dei coloni.
Non è un incidente, scrive Adra: è un metodo. Dalla fine degli anni ’90 dentro la 918 sono spuntati undici avamposti, nove negli ultimi due anni, con nomi già noti: Havat Ma’on, Avigail, Mitzpe Yair. A nord, dove l’area è stata ridefinita “inattiva”, gli insediamenti si sono di fatto blindati; a sud, dove restano i villaggi palestinesi, la chiusura militare resta piena, i permessi edilizi sono un miraggio, l’acqua e l’elettricità un privilegio negato. È il doppio standard come architettura: zona “chiusa” quando costruisce un palestinese, zona “flessibile” quando arriva un mixer di cemento.
Le storie che arrivano dai villaggi hanno la concretezza delle schegge: tende smantellate su ordine dei soldati, ulivi sradicati, greggi dei coloni lasciati pascolare dentro cortili privati, attacchi terroristici contro residenti e attivisti. Chi prova a ricostruire quattro muri finisce sotto un nuovo ordine di demolizione; chi mette in fila i mattoni recuperati dalle rovine si sente dire: “o li distruggi tu, o ti arrestiamo”. Tale è la strategia sionista dello sfinimento come metodo di espulsione.
Quello che accade a Masafer Yatta parla anche di Gaza, oggi. Dal 10 ottobre 2025 è in piedi una tregua mediata dagli USA, salutata come “storica”. Ma in una sola notte – il 29 ottobre – i raid israeliani hanno ucciso oltre 100 palestinesi, tra cui decine di bambini. Poche ore dopo, le autorità avrebbero annunciato che la tregua era “ripristinata”. “Quello che è successo è stato deludente e profondamente frustrante”, ha commentato il primo ministro del Qatar Mohammed bin Abdulrahman Al-Thani, mediatore chiave dell’intesa. La parola “tregua” resta appesa: fragile nei cieli di Gaza, inesistente sulle colline della 918. Si profila in tal modo per Gaza quello che molti critici ed analisti avevano ipotizzato dopo la consegna degli ostaggi da parte di Hamas: un genocidio col contagocce che vede il regime sionista di Tel Aviv uccidere e distruggere a piacimento sotto l’ombrello dell’accordo di Trump.
I numeri delle vittime palestinesi oscillano dai 60 ai 100 morti in 24 ore, a seconda delle fonti ma il messaggio non cambia: se una pausa può essere crivellata di bombe e poi dichiarata di nuovo in vigore, non è una pace, è un interruttore. E quando in Cisgiordania, contemporaneamente, le colate di cemento avanzano dentro una zona teoricamente off-limits, l’idea di “de-escalation” diventa un’etichetta svuotata dal terreno.
La 918, allora, non è solo una storia locale: è l’atlante di come si fabbrica l’irreversibile. Si cambiano i fatti sul suolo finché mappe e negoziati non possono più raggiungerli. Si spreme una comunità autoctona fino a renderla mobile, provvisoria, espellibile. Si costruisce dove l’altro non può abitare ed il mondo rimane testimone di come un genocidio scientifico – di cui si leggeva solo nei libri di Storia e si credevano ormai passati – viene implementato tramite la trinità sionista di violenza, impunità, ed estremismo suprematista.
Crediti immagine copertina: Mosab Shawer/Activestills





