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Droni e portaerei e missili intercontinentali: la Turchia certifica il ruolo di potenza e ora l’Italia deve scegliere

by Davide Piccardo
Maggio 11, 2026
in Mondo, Prima Pagina, Turchia
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Droni e portaerei e missili intercontinentali: la Turchia certifica il ruolo di potenza e ora l’Italia deve scegliere
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Ci sono fiere che sono solo vetrine e poi c’è SAHA Expo 2026 che è un vero messaggio politico.

Sono stato a questa enorme esposizione tenutasi all’Istanbul Expo Center dal 5 al 9 maggio, ho camminato tra i padiglioni, ho incontrato i CEO delle principali aziende della difesa turca, ho visitato la TCG Anadolu — la nave da guerra portadrone ormeggiata in porto come un’attrazione al tempo stesso industriale e militare. E quello che ho visto non lascia dubbi: la Turchia non si sta preparando a essere un paese della NATO come gli altri. Si sta preparando a essere una potenza.

La nave che cambia tutto

Partiamo dall’Anadolu, perché è lì che la visione strategica turca si rende più concreta e visibile. Non è una portaerei nel senso classico del termine — non ha catapulte, non ha cavi di arresto. Ha un ski-jump, una rampa di lancio a prua. Esattamente come la Cavour italiana. Ed è qui che la storia si fa interessante, perché il Bayraktar TB3, il drone da combattimento sviluppato da Baykar, ha già dimostrato di poter operare da questa configurazione.

A febbraio 2026, durante l’esercitazione NATO Steadfast Dart nel Baltico, il TB3 ha effettuato per la prima volta nella storia europea un decollo armato da una nave portaerei, ha condotto una missione di attacco e è rientrato a bordo. In condizioni climatiche invernali nel Mar Baltico. Il vice ammiraglio italiano Giuseppe Berutti Bergotto ha detto esplicitamente davanti alla Commissione Difesa del Senato italiano che il TB3 “potrebbe essere impiegato a bordo della Cavour”. Non è un’ipotesi accademica. È una prospettiva politico-militare concreta, e chi la ignora fa un errore di valutazione grave.

A bordo dell’Anadolu, durante la visita, si percepisce qualcosa che va oltre la tecnologia: c’è una narrazione nazionale fortissima. Questa nave è il simbolo fisico di ciò che Erdogan ha costruito in vent’anni — un’industria della difesa che nel 2002 dipendeva per l’80% dall’estero e oggi produce internamente la stragrande maggioranza dei sistemi che usa. Non è retorica. È un fatto industriale.

Baykar e l’assalto al mercato europeo

Selçuk Bayraktar — genero di Erdogan, presidente di Baykar — ha presentato a SAHA 2026 tre nuovi sistemi di munizioni intelligenti a pattugliamento: il K2, il Mızrak e il Sivrisinek. Tre drone-kamikaze con intelligenza artificiale integrata, autonomia di navigazione in ambienti GPS-negati, e pensati per operare in sciame coordinato. K2 è il più pesante — 850 kg, 200 kg di testata, oltre 2.000 km di gittata, 13 ore di autonomia. Il Mızrak arriva a 1.000 km. Il Sivrisinek, il “moscerino”, è la soluzione economica e di massa: lanciato a catapulta, 20 kg di carica, 1.000 km, pensato per i numeri grandi.

Bayraktar ha descritto l’impiego combinato con queste parole: immaginate mille Sivrisinek davanti, cinquecento Mızrak dietro, e trecento K2 a concludere. Comandati da un Akinci o un TB3 che fa da hub di comunicazione mentre l’operatore umano rimane decisore di alto livello. È esattamente quello che hanno imparato a fare gli iraniani con gli Shahed, ma con una generazione di tecnologia in più e con la capacità di integrarsi con piattaforme NATO.

Il punto è che Baykar non è solo un costruttore di droni. È una azienda che ha cambiato l’esito di conflitti — in Libia, in Nagorno-Karabakh, in Ucraina — e che ora ha piantato una bandiera al centro dell’industria aerospaziale italiana.

L’acquisto di Piaggio Aerospace, completato il 30 giugno 2025, è stato il primo atto di una strategia molto più grande. Le strutture di Villanova d’Albenga e Genova diventano la base produttiva europea di Baykar. E al Paris Air Show 2025, Baykar e Leonardo hanno firmato la creazione di LBA Systems, joint venture paritetica con sede in Italia, destinata a produrre il TB3 e l’Akinci con sistemi di missione Leonardo a bordo: radar Gabbiano, sistemi ESM/ELINT, sistemi antisom, IFF. La certificazione europea dei droni sarà condotta in Italia — e questo apre il mercato continentale intero.

Il CEO di Leonardo, Roberto Cingolani, lo ha detto esplicitamente: “Esiste un gap in NATO e nel resto del mondo, in particolare in Europa, per i droni. Abbiamo deciso di unire le forze.” Le prime consegne erano previste già per il 2026. Io ho incontrato i vertici di queste aziende a Istanbul, e la sensazione è che il treno si stia muovendo molto più velocemente di quanto i governi europei realizzino.

ASELSAN: la fabbrica dello spettro elettromagnetico

Se Baykar è il simbolo mediatico dell’industria della difesa turca, ASELSAN è il suo motore silenzioso. Fondata nel 1975, oggi oltre 14.000 dipendenti, presente in 90 paesi, esporta in 25. Ho incontrato il CEO Ahmet Akyol durante la fiera e la sua visione è lucida: la Turchia deve dominare non solo l’aria ma anche lo spettro elettromagnetico e i fondali marini.

A SAHA 2026, ASELSAN ha presentato due grandi famiglie di sistemi. La prima è quella navale: la famiglia KILIÇ di sistemi autonomi subacquei per attacco — droni sottomarini capaci di operare in sciame, a bassa individuabilità, per guerra asimmetrica e operazioni coperte — e il TUFAN, veicolo di superficie non pilotato per missioni sia offensive sia ISR. Veloce, manovrabile, con architettura swarm-enabled.

La seconda famiglia è quella che rafforza il “Steel Dome” — lo scudo aereo turco a strati multipli, il progetto con cui Ankara vuole replicare (e per certi versi superare) il concetto dell’Iron Dome israeliano. Qui ci sono nomi che vale la pena conoscere: KORAL AD, sistema terrestre mobile di guerra elettronica radar con capacità A2/AD — individua, inganna e disturba i radar degli aerei nemici a lungo raggio; ILGAR, sistema mobile di attacco elettronico che colpisce comunicazioni V/UHF e parzialmente SHF, inclusi i sistemi frequency-hopping; EJDERHA, sistema a microonde ad alta potenza per neutralizzare sciami di mini e micro droni, ora diventato sistema autonomo stand-alone.

E poi le novità più tattiche: GÖKALP, drone intercettore autonomo con AI per drone-contro-drone — una capacità che “pochissimi sistemi nel mondo possono realizzare oggi”, ha detto ASELSAN; MÌĞFER, sistema “hard-kill” su veicolo blindato 4×4 con doppi fucili a canna liscia e munizioni anti-UAV per neutralizzare droni entro 150 metri a protezione di carri armati e APC; GÖKBERK 10kW, arma laser da energia diretta per minacce aeree ravvicinate.

È un ecosistema completo. Non singole armi. Un sistema di sistemi pensato per far sì che qualsiasi aereo, drone o missile ostile che entri nello spazio aereo turco incontri più strati di risposta prima di arrivare a destinazione.

HAVELSAN e la frontiera AI

HAVELSAN è meno conosciuta fuori dalla Turchia ma rappresenta la componente software e cognitiva di questo ecosistema. A SAHA 2026 ha presentato ADVENT-AI, un sistema di decisione assistita dall’intelligenza artificiale per operazioni navali: rileva anomalie in tracce radar, classifica oggetti di superficie in condizioni di guerra elettronica, genera un quadro tattico supportato dall’AI, assiste nella navigazione. La filosofia dichiarata è netta: l’intelligenza artificiale non sostituisce l’operatore, lo supporta.

Ha anche firmato a SAHA il contratto per la versione 3 di BARKAN, il robot da combattimento terrestre autonomo già in dotazione alle forze armate turche dal 2023. BARKAN 3 può operare in ambienti GPS-negati, ha un layer percettivo AI con sensori multipli, mantiene le comunicazioni anche in guerra elettronica e può integrarsi in sciami di sistemi autonomi terrestri, aerei e navali — la visione che HAVELSAN chiama “Digital Troop”. TUSAŞ — l’equivalente turco di Leonardo per gli aerei da combattimento — ha scelto proprio HAVELSAN per la digitalizzazione HR dei suoi 16.000 dipendenti. Segnale piccolo, relazione importante.

Il missile che nessuno si aspettava

C’è però una notizia che ha fatto tremare qualche analista e che i media mainstream hanno trattato troppo superficialmente. Al padiglione del Ministero della Difesa turco, esposto come se fosse una cosa normale, c’era un modello del Yıldırımhan — Fulmine. Presentato come missile balistico intercontinentale con gittata di 6.000 km, velocità tra Mach 9 e Mach 25, carico utile fino a 3 tonnellate. Nessuna timeline operativa dichiarata, nessun test confermato pubblicamente, ma la presentazione stessa è un messaggio.

La Turchia ha già il Tayfun Block 4 — presentato a SAHA sempre da Roketsan, per la prima volta sul suo lanciatore 8×8 operativo: 10 metri, 7,2 tonnellate, Mach 5+, gittata che i media turchi indicano sopra i 1.000 km. Un sistema ipersonico balistico mobile, con capacità di riposizionamento rapido per la sopravvivenza. Con il Tayfun può colpire tutto l’est europeo dal suo territorio. Con il Cenk in sviluppo (gittata 2.000 km) e con Yıldırımhan come progetto, la Turchia sta costruendo una credibilità di deterrenza strategica autonoma.

Roketsan ha presentato anche i nuovi sistemi Nester, Cida (missile anticarro da 35 km), e un mini-missile da crociera per piattaforme unmanned. Il ministro della Difesa Yasar Güler li ha benedetti con una frase secca: “Speriamo di usarli solo per deterrenza, ma se dovessimo usarli, nessuno dubiti che lo faremmo senza esitazione, e nel modo più efficace.”

Erdogan e la rifondazione industriale

Quello che si vede a SAHA 2026 non è nato per caso. È il risultato di una scelta politica deliberata e consistente durata oltre vent’anni. Quando Erdogan è salito al potere all’inizio degli anni 2000, la Turchia comprava praticamente tutto ciò di cui aveva bisogno militarmente dall’estero — dagli Stati Uniti, da Israele, dall’Europa. Quando Washington ha bloccato la fornitura di sistemi di puntamento per gli elicotteri d’attacco AH-1W Super Cobra durante le operazioni in Iraq (2007), qualcosa si è incrinato definitivamente nel rapporto di dipendenza turco-americano. E quando il Congresso americano ha bloccato la vendita dei caccia F-35 alla Turchia in seguito all’acquisto del sistema russo S-400 nel 2019, la rottura è diventata dottrina industriale.

Erdogan ha trasformato quello shock in politica: finanziamenti massicci alla Presidenza delle Industrie della Difesa (SSB), obiettivi di autonomia domestica, incentivi fiscali, sviluppo del capitale umano. Il risultato è un ecosistema che include ASELSAN, ROKETSAN, HAVELSAN, BAYKAR, TUSAŞ, STM, ASFAT, e decine di aziende satellite. Un ecosistema che oggi esporta armi in oltre 170 paesi e che ha dimostrato, sul campo, che le sue tecnologie funzionano.

I droni turchi in Ucraina non sono un dettaglio. Hanno cambiato la dinamica delle prime settimane del conflitto nel 2022. Hanno contribuito alla distruzione di colonne blindate russe e nave ammiraglia. Il TB2 è diventato il simbolo globale della guerra a basso costo ed alta efficacia. E Baykar ne ha fatto un punto di partenza, non un punto di arrivo.

La questione israeliana

Non si può parlare della Turchia del 2026 senza affrontare la frattura con Israele. Le tensioni crescono costantemente dall’ottobre 2023, ma nell’aprile 2026 sono entrate in una fase qualitativamente nuova. Erdogan ha avvertito Trump di “possibili provocazioni e sabotaggi” da parte israeliana su un eventuale accordo con l’Iran. Il Jerusalem Post ha pubblicato una serie di editoriali — tra dicembre 2025 e marzo 2026 — che collocano la Turchia come “ottavo fronte, il più pericoloso” per Israele, e alcuni funzionari israeliani a Gerusalemme considerano Ankara come potenziale nuova minaccia sostitutiva dell’Iran come potenza revisionista regionale.

Erdogan ha definito Hamas “gruppo di resistenza” e Gaza un genocidio. Ha proposto un embargo internazionale di armi a Israele. Ha chiuso i porti turchi alle navi israeliane. Il commercio bilaterale, che era cresciuto enormemente negli anni ’90 e 2000 — un momento in cui Turchia e Israele erano alleati quasi naturali in una regione ostile — è ora sostanzialmente interrotto.

La dimensione militare è quella che conta di più sul lungo periodo. Turchia e Israele hanno entrambe industrie della difesa avanzate, entrambe capacità UAV significative, entrambe ambizioni regionali nel Mediterraneo Orientale, nella Siria post-Assad, nel Libano. Sono due potenze regionali in espansione che si trovano sempre più spesso a guardare gli stessi spazi con logiche opposte. La Siria è il campo di attrito principale: Ankara vuole consolidare la sua influenza sul governo di Damasco, Israele ha esteso la sua presenza militare nelle zone demilitarizzate post-Assad, incluse posizioni strategiche come il Monte Hermon.

Non è detto che si arrivi a uno scontro diretto. Ma l’ipotesi non è più fantapolitica. E la Turchia si sta preparando — anche nelle sale espositive di SAHA — con quella precisione che contraddistingue chi non lascia niente al caso.

Vent’anni turchi e vent’anni italiani

Camminare tra i padiglioni di SAHA, incontrare i CEO di ASELSAN, HAVELSAN, Baykar, guardare l’Anadolu dall’interno — tutto questo converge in una lettura che non lascia spazio a rassicurazioni facili.

In vent’anni la Turchia ha fatto quello che l’Italia non ha fatto. Ha deciso cosa voleva essere, ha finanziato quella decisione con continuità, e ha avuto la pazienza di aspettare che i risultati arrivassero. Erdogan — qualunque giudizio si voglia dare sulla sua politica interna — ha trasformato uno shock di dipendenza tecnologica in dottrina industriale, e quella dottrina in potere geopolitico reale. Oggi la Turchia non chiede il permesso a nessuno per costruire un missile ipersonico, per acquistare un’azienda aerospaziale italiana, per firmare una joint venture con Leonardo, per operare droni armati da portaerei in esercitazioni NATO.

L’Italia in questi stessi vent’anni ha perso quota. Non in modo catastrofico — Leonardo esiste, Fincantieri esiste, le Forze Armate italiane restano tra le più preparate d’Europa, e la Marina militare è un asset strategico di primissimo livello. Ma il ritmo conta quanto la direzione. E il ritmo italiano, in materia di autonomia industriale della difesa, di investimento in tecnologie emergenti, di capacità di trasformare la geopolitica in scelte industriali concrete, non regge il confronto con quello turco degli ultimi due decenni.

Il punto non è solo tecnologico. È politico. La partnership tra Baykar e Leonardo, l’acquisizione di Piaggio, la prospettiva dei TB3 sulla Cavour — queste non sono operazioni commerciali. Sono il modo in cui la Turchia entra nel sistema produttivo, certificativo e decisionale europeo della difesa. Con un piede in Italia, Ankara diventa parte dell’ecosistema NATO da un lato del Mediterraneo mentre dall’altro costruisce la propria autonomia strategica, gestisce le tensioni con Israele, proietta forza in Siria, Africa e Caucaso.

Per l’Italia, questo pone una domanda che la classe dirigente continua a evitare. Il rapporto con la Turchia non può restare confinato al piano industriale. Una joint venture che mette sistemi di missione Leonardo su droni da combattimento turchi, che usa basi produttive italiane per forniture al mercato globale, che potenzialmente porta quelle piattaforme a bordo di navi da guerra italiane — è una scelta politica. Ha implicazioni su Gaza, su Israele, sulla Siria, sulla definizione di chi è amico e chi è nemico nel Mediterraneo del 2030.

Presto o tardi l’Italia dovrà scegliere se approfondire il rapporto con Ankara anche sul piano politico, non solo su quello commerciale. Questo significa avere una posizione sulla Turchia in Europa — paese candidato all’adesione UE da decenni, tenuto fuori in quanto grande paese musulmano. Significa ragionare su cosa rappresenta la Turchia nel Mediterraneo allargato: interlocutore strategico, competitor o alleato. Significa anche avere il coraggio e l’orgoglio che la Turchia ha avuto, quello di diventare uno Stato sovrano che può permettersi di mantenere un rapporto solido con la Russia pur sostenendo militarmente Kiev, di rompere sostanzialmente le relazioni diplomatiche con Israele a seguito del Genocidio di Gaza ed essere comunque considerato da Washington con assoluto rispetto.

La Turchia ha impiegato vent’anni per costruire quello che ho visto a SAHA. L’Italia ha forse ancora qualche carta per giocare un ruolo da protagonista ma il tempo stringe ed è giunto il momento di mettere da parte antiche preclusioni e comprendere appieno il nostro destino Mediterraneo.

Tags: ASELSANBaykarLeonardoSAHA 2026Turchia
Davide Piccardo

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