Nella notte del 18 Maggio (quando a San Diego, in California, era pieno giorno), il centro islamico cittadino è stato preso d’assalto da due giovani: Cain Clark, di 17 anni, e Caleb Vazquez, di 18. I due hanno aperto il fuoco all’interno della moschea uccidendo tre persone, tra cui la guardia di sicurezza Amin Abdullah; le autorità non hanno ancora rilasciato le generalità delle altre due vittime.
Secondo quanto riportato dalla ABC, la madre di Clark aveva allertato le autorità circa due ore prima dell’attentato, denunciando la scomparsa del figlio che si era allontanato a bordo dell’auto portando con sé delle armi. La donna temeva un gesto estremo come il suicidio; un dettaglio, questo, che impone una seria riflessione sull’uso e sulla diffusione incontrollata delle armi negli Stati Uniti.
L’attacco alla moschea non è stato casuale, ma chiaramente premeditato e alimentato da un sentimento d’odio. Un odio che oggi viene tragicamente osannato come “unica salvezza” delle radici cristiane da parte di chi, con il cristianesimo, non ha nulla a che fare se non per puri scopi elettorali. E così, negli Stati Uniti di Trump e dell’esplosione dell’ICE, l’intolleranza si accentua radicalmente, favorita dalla libertà di possedere armi da guerra mentre, paradossalmente, persino le sorprese degli ovetti Kinder vengono bandite perché ritenute pericolose per il pubblico.
A evitare una strage ancora peggiore è stato il martirio di Amin Abdullah, la guardia di sicurezza della moschea. Afroamericano originario della California, Abdullah è stato descritto dalle autorità locali come un vero e proprio eroe: il suo sacrificio ha infatti permesso ai bambini della scuola islamica di mettersi in salvo, limitando il bilancio delle vittime. Abdullah lascia la moglie e otto figli, mentre l’intera comunità di San Diego piange un uomo profondamente legato al sociale e sempre disponibile verso il prossimo. Tempestivo è stato anche l’intervento delle forze dell’ordine, dispiegate in massa appena quattro minuti dopo la prima chiamata d’emergenza.
Nell’abitazione di uno dei due attentatori sono stati rinvenuti scritti propagandistici, ma è all’interno dell’auto di Clark — dove sono stati trovati i corpi senza vita dei due giovani, quasi certamente suicidatisi — che gli investigatori hanno rintracciato espliciti riferimenti all’odio anti-islamico, sebbene senza menzionare specificamente la moschea di San Diego. Elementi che hanno spinto sia il capo della polizia locale, Scott Wahl, sia l’FBI ad avviare le indagini formali per crimini d’odio (hate crime).
Oggi, l’ondata di islamofobia cavalcata dalle destre occidentali deve farci riflettere profondamente. Attacchi di questo genere non sono più casi isolati, ma rischiano di trasformarsi progressivamente nella quotidianità delle nostre comunità. Come musulmani d’Italia, osservando il livore presente nelle dichiarazioni di molti esponenti politici, in primis di Lega e Fratelli d’Italia, sorge spontaneo un interrogativo cruciale: è giunto il momento, anche per noi, di dotare le nostre moschee di guardie di sicurezza o di organizzare ronde per difendere l’incolumità dei nostri fratelli e delle nostre sorelle durante le preghiere e le attività nei centri islamici?



