Carlo Rovelli è uno scienziato italiano di primissimo livello; è membro dell’istituto universitario di Francia e dell’Accademia internazionale di filosofia delle scienze; dirige il gruppo di ricerca in gravità quantistica dell’Università di Aix-Marsiglia. Inoltre collabora col Corriere della sera il quale, nei secoli fedele a chi comanda, almeno per il momento, non gli ha riservato la sorte riservata a Giorgio Agamben, fatto scomparire da quelle pagine per aver osato contraddirne la linea sulla politica sanitaria ai tempi del Covid. Almeno per il momento. Ma questa è un’altra storia.
Il professor Rovelli è un valente divulgatore scientifico col dono di saper rendere affascinante e comprensibile una materia, la fisica quantistica, che affascinante è di sicuro; comprensibile, forse un po’ meno. Ha raccontato in brevi ma piacevoli saggi storie di fisica e di fisici. Si veda la nostra recensione del suo Helgoland edito da Adelphi.
Nel suo recente e in ordine di tempo ultimo breve saggio, La cattiva coscienza dei fisici- edito da Solferino-, rivendica la sua appartenenza alla stimata confraternita dei fisici con molto pudore e con un non celato senso di disagio e di sofferenza. Sono stati i fisici, questo ci dice, a dare all’umanità il dono avvelenato dell’arma atomica.
Enrico Fermi, grande scienziato italiano, membro della Reale Accademia delle Scienze, conducendo nel 1934 un esperimento che consistette nel frapporre uno schermo di paraffina alle radiazioni prodotte dall’uranio, si convinse di aver scoperto due nuovi elementi chimici fino ad allora sconosciuti che, siamo in piena epoca fascista, verranno battezzati coi nomi di Ausonio ed Esperio. Ausonia era l’antico nome dell’Italia, ed Esperia è un altro nome poetico per designarla.
Per tale scoperta- in realtà, come in seguito verrà appurato, ciò che aveva scoperto non erano due nuovi elementi chimici, ma il meccanismo di base che porta alla fissione nucleare- Fermi verrà insignito a Stoccolma del Nobel nel 1938; e da lì, deposto l’orbace fascista, che pare avesse indossato senza remora alcuna per anni, in seguito alle leggi razziali che vennero promulgate proprio in quell’anno, per amore della moglie ebrea, si rifugiò negli Stati Uniti, dove poi avrebbe lavorato con altri scienziati al progetto Manhattan, progetto finalizzato alla costruzione della prima bomba atomica della storia.
Bomba atomica che sarà realizzata e tragicamente testata su Hiroshima e Nagasaki, quando ormai la guerra in Europa era finita da mesi- Germania e Italia si arresero tra fine aprile e maggio del 45- e il Giappone stava solo cercando una resa appena onorevole. Quella bomba alla cui realizzazione Enrico Fermi aveva contribuito in maniera determinante, se fosse stata messa a punto in tempo utile, gli angloamericani non si sarebbero certo fatti scrupolo di utilizzarla anche sul Bel Paese.
Ma torniamo al libro di Rovelli. Questo breve volumetto (centotrentasette paginette scritte con caratteri grandi e piuttosto ben spaziati fra loro) che si legge, prendendosela comoda, in un paio d’ore al massimo, ha un grande merito; quello di essere un appello scritto in modo asciutto ed essenziale, quasi sommesso, ma anche drammaticamente forte a quel che resta della ragione e del buon senso degli esseri umani: degli scienziati, questa categoria sacerdotale che troppo spesso sembra vivere in un iperuranio dove galleggia credendosi esente da ogni responsabilità; dei politici, e in particolare di coloro che hanno con le loro decisioni in mano i destini del genere umano; e poi di tutti noi, giacché troppo spesso noi, persone comuni, accettiamo passivamente e fatalisticamente quello che gli scienziati e i politici decidono in vece nostra.
Rovelli ci avverte dell’esistenza di un orologio ideale che scandisce drammaticamente il tempo che ci separa dalla catastrofe nucleare, e pare che alla mezzanotte manchino solo 89 secondi. Non molto. Il libro è recente, ma probabilmente è stato scritto prima dell’aggressione scatenata a marzo da Stati Uniti ed Israele contro la Repubblica islamica dell’Iran, perché questa brutale e immotivata aggressione le lancette del diabolico orologio le ha indubbiamente spostate ancora un po’ più in avanti.
Così come quelle lancette le spinge in avanti la guerra che vede ormai da anni confrontarsi Russia e Ucraina, con l’appassionato tifo anti-russo di gran parte della classe politica italiana ed europea, ed il coro assordante dei media di regime che l’accompagna; una guerra di cui purtroppo ancora non si vede la fine. Anzi, si avverte in molti politici nostrani come una smania, come un prurito alle mani, perché la spesa militare venga aumentata a dismisura, che l’Italia si armi suvvia, pazienza se ci saranno meno risorse per sanità, pensioni, istruzione, ma si gonfino i bicipiti di fronte a quel villain di Putin, anche lui presentato, sorte comune a tutti i nemici dell’Occidente, come un grottesco e ridicolo tiranno.
Rovelli ci ricorda che la Russia non può pensare realisticamente di conquistare l’Europa occidentale con il suo pur potente esercito, e meno che mai può pensare, se ancora le resta un minimo di buon senso, di aggredire l’Italia. Tuttavia la Russia ha nei suoi arsenali qualcosa come 4.000 potentissime testate nucleari, capaci di incenerire non solo l’Europa occidentale e l’Italia, ma il mondo intero, o quantomeno di ricacciare l’intera umanità, o quanto ne resterebbe, all’età delle caverne e della pietra. Testate nucleari che qualora vedesse in pericolo la sua sopravvivenza nazionale non esiterebbe ad usare.
E ancora apprendiamo leggendo La cattiva coscienza dei fisici- magari lo sapevamo, ma è un pensiero che tendiamo a rimuovere- che nella nostra Italia, in regioni come il Veneto, la Lombardia, il Friuli e l’Emilia vi sono numerose basi americane dove sono custodite diverse testate nucleari. Si badi bene, basi e bombe atomiche lì installate nel silenzio assoluto di tutti i governi succedutisi dalla fine della guerra ad oggi, pegno che continuiamo a pagare per la sconfitta della seconda guerra mondiale, che tale rimane nonostante le celebrazioni e la retorica del 25 aprile; basi e atomiche che lì stanno non per la nostra difesa, ma per quella degli Stati Uniti.
Sono Testate atomiche che fanno del nord Italia, in caso di guerra, uno dei primi obbiettivi di una eventuale devastante risposta nucleare russa, condannando milioni di italiani ad essere vaporizzati, e ci dice Rovelli, questi saranno i più fortunati; chi resterà vivo sarà condannato ad un’agonia atroce, fatta di ustioni e di sofferenze indicibili.
Insomma, questo smilzo librino è un accorato appello alla ragione, e ad una presa di coscienza, ad una consapevolezza che manca; perché il pericolo, ci dice, non è remoto, non è astratto. Il pericolo di un immane conflitto è quanto di più concreto e prossimo possa esserci, molto più reale e concreto di quanto generalmente si pensi, e quanto prima i popoli se ne renderanno conto, e chiederanno con forza e convinzione il disarmo, quanto più le lancette di quel diabolico orologio arretreranno, e magari, questo è l’augurio, se Dio vorrà, si fermeranno per sempre.

