C’è un limite oltre il quale la propaganda smette di essere opinione e diventa aggressione pubblica. Quel limite, nel video girato a Torino da Silvia Sardone, sembra essere stato superato davanti agli occhi di tutti.
Dalle immagini, Sardone sembra fermare per strada una donna musulmana con il niqab. Non una figura pubblica. Non una rappresentante politica. Non una persona chiamata a rispondere in un dibattito televisivo. Una donna privata, con una bambina nel passeggino, intercettata nello spazio pubblico e trasformata in bersaglio politico.
La scena è durissima. Sardone si rivolge alla donna sostenendo di “dispiacersi” per lei, insinuando che qualcuno la obblighi a vestirsi così. La donna, visibilmente esasperata, nega. Dice di non voler essere filmata. Rivendica la propria libertà. Arriva perfino a rispondere di essere più libera di chi la sta incalzando con una telecamera puntata addosso.
Ed è proprio qui che il video diventa intollerabile: una donna dice chiaramente di non voler essere ripresa, appare turbata, fatica a parlare per l’ansia, si affretta a coprire il volto della figlia minore sul passeggino, e invece di fermarsi l’interlocutrice rincara la dose. Non arretra davanti al disagio. Non arretra davanti alla presenza di una minore. Non arretra davanti alla richiesta elementare di rispetto.
Il punto più indegno è che l’attacco non si ferma nemmeno davanti alla bambina presente nel passeggino. Sardone, invece di arretrare davanti alla presenza di una minore, usa proprio quella minore per colpire la madre: dice di “dispiacersi” per la figlia e lascia intendere che il suo futuro sarebbe già compromesso, quasi che nascere da una madre musulmana visibile fosse di per sé una condanna. È una frase che offende la donna davanti alla figlia e offende la figlia attraverso la madre, riducendo entrambe a materiale di propaganda.
Sardone arriva a dire che in Italia non si potrebbe andare in giro con il niqab. È un’afferamazione falsa. La legge italiana non contiene un divieto generale e assoluto di niqab o burqa. La legge del 1975 vieta l’uso di caschi o altri mezzi atti a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona “senza giustificato motivo”. Ed è proprio il “giustificato motivo” il punto che la propaganda cancella.
La giurisprudenza amministrativa, con la nota decisione del Consiglio di Stato n. 3076 del 2008, ha riconosciuto che il velo indossato per ragioni religiose o culturali non può essere trattato automaticamente come uno strumento illecito di occultamento. Le esigenze di sicurezza esistono, certo, ma si soddisfano con l’identificazione da parte delle autorità competenti, non con l’umiliazione pubblica da parte di un politico in cerca di contenuti virali.
Qui non siamo davanti a una battaglia per la libertà femminile. Siamo davanti a una donna che dice: “sono libera”, e a una politica che decide di non crederle perché quella libertà non assomiglia alla sua idea di libertà.
Un’altra parte grave è il tono paternalista: “mi dispiace per lei”, “qualcuno la obbliga”, “può parlare con gli uomini?”, “può togliersi il velo?”. Domande poste non per ascoltare, ma per costruire una tesi già pronta: la donna musulmana come vittima muta, incapace di autodeterminarsi, da usare come prova vivente di una presunta “islamizzazione”.
Quando la donna risponde, quando si difende in perfetto italiano, quando rivendica il proprio diritto a non essere trattata così, il copione cambia: non è più la vittima da salvare, diventa la straniera da respingere. “Vada a Islamabad”. “Torni al suo Paese”. È la solita frase, la più vecchia e violenta: se non ti conformi, non appartieni. Se sei musulmana visibile, la tua cittadinanza morale viene revocata in strada.
Proviamo a fare un esperimento semplice. Immaginiamo la stessa scena con un ebreo con la kippah, con una donna ebrea ortodossa col velo in integrale ebraico, con un sikh col turbante, con una suora, con qualunque persona riconoscibile per un segno religioso. Immaginiamo un politico che la ferma, la incalza, la filma contro la sua volontà, le chiede se è davvero libera, le domanda che titolo di studio abbia, la invita ad andarsene in un’altra città del mondo associata alla sua religione. La violenza simbolica sarebbe evidente a tutti.
E allora perché dovrebbe diventare accettabile quando la donna è musulmana?
Non è accettabile. Non è giornalismo. Non è difesa dei diritti delle donne. Non è laicità. È molestia politica. È esposizione pubblica di una persona vulnerabile per costruire consenso sulla paura. È l’uso del corpo di una donna come campo di battaglia identitario.
Ancora più inaccettabile è il coinvolgimento della bambina. Sardone, che insulta la madre dicendo di essere dispiaciuta anche per la figlia, insinuando che “probabilmente” un giorno porterà il velo come la madre afferma una frase pesantissima che non colpisce solo la donna, ma allunga l’attacco sulla minore, trasformando una bambina in argomento di propaganda e molestando anche lei.
A difendere quella donna interviene poi un uomo, senza violenza, chiedendo di smetterla. A quel punto Sardone si ritira urlando che “questa è ancora Italia”. Ma l’Italia non è una telecamera puntata sul volto di una donna che chiede di non essere filmata. L’Italia è anche libertà religiosa, dignità personale, uguaglianza davanti alla legge, diritto a non essere umiliati per strada da chi ha più potere mediatico.
La comunità islamica, secondo fonti, si sta mobilitando nelle sedi opportune. Ed è giusto che lo faccia. Perché qui non è in gioco soltanto una donna. È in gioco il principio che nessuna minoranza religiosa debba essere trattata come materiale da campagna elettorale.
Questo episodio va denunciato con forza per ricordare che il dibattito democratico non dà a nessuno il diritto di umiliare una persona in strada.
La libertà non si difende molestando chi dice di essere libera. La laicità non si argomenta insultando una religione. E l’Italia non si difende dicendo a una donna musulmana di andarsene.
L’Italia si difende impedendo che tutto questo diventi normale.




