Dopo l’esposto collettivo depositato il 29 giugno, Progetto Aisha ha presentato alla Questura di Milano una formale denuncia contro Silvia Sardone per i fatti contenuti nel video pubblicato dall’eurodeputata leghista il 12 giugno.
Nel filmato, girato a Torino, una donna muuslmana italiana con il niqab e la figlia nel passeggino viene ripresa nonostante abbia chiesto di non essere filmata, incalzata sul proprio abbigliamento religioso e raggiunta da espressioni come «sacco della spazzatura» e dall’invito ad andare «a Islamabad». L’esposto collettivo aveva già chiesto alle autorità di valutare le modalità della ripresa, le parole pronunciate e la successiva diffusione del video sui social.
La nuova denuncia costituisce un’iniziativa di Progetto Aisha e segna la volontà di non lasciare che la vicenda venga ridotta a una semplice polemica politica. Come precisa l’associazione, non viene contestata un’opinione sul niqab, ma il comportamento tenuto nei confronti di una privata cittadina, umiliata pubblicamente davanti alla figlia e trasformata senza consenso in materiale di propaganda.
Restano ora da valutare i possibili profili già indicati nell’esposto: molestia, diffamazione e lesione dell’onore, eventuale istigazione alla discriminazione religiosa ai sensi dell’articolo 604-bis, possibili violazioni della normativa sulla protezione dei dati personali e il pregiudizio arrecato alla minore, indicato dai firmatari come assimilabile alla violenza assistita.
Nel frattempo, Sardone ha denunciato per diffamazione Davide Piccardo, Direttore editoriale del quotidiano La Luce News, in relazione all’articolo La misura è colma, in cui aveva denunciato il gesto di Sardone come appartenente ad un contesto islamofobo allargato e maggiormente violento. I due procedimenti restano distinti: la denuncia di Progetto Aisha non è collegata alla posizione di Piccardo, uno dei firmatari dell’esposto, ma rappresenta la prosecuzione naturale del percorso avviato con l’esposto collettivo.
Il punto resta quello indicato dall’associazione: la libertà di opinione non comprende automaticamente il diritto di inseguire, filmare contro la volontà espressa e umiliare una donna davanti alla propria bambina. Sarà la Procura a stabilire se siano stati commessi reati.


