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Home Colonialismo

Tamir Camisa, Gaza e i cittadini italiani nell’IDF: chi indaga su ciò che fanno in guerra?

by Redazione
Settembre 21, 2026
in Colonialismo, Israele, Italia, Mondo, Palestina, Prima Pagina, Sionismo, Terrorismo
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Tamir Camisa, Gaza e i cittadini italiani nell’IDF: chi indaga su ciò che fanno in guerra?
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Un caso rilanciato da Voce Ebraica per la Pace riporta al centro una questione che in Italia continua a ricevere un’attenzione sorprendentemente limitata: quella dei cittadini italiani o delle persone con forti legami con l’Italia che prestano servizio nelle forze armate israeliane e dell’eventuale responsabilità individuale per condotte commesse nei territori palestinesi.

Il nome emerso è quello di Tamir Camisa, identificato da diverse ricostruzioni come sergente del 435° battaglione Rotem della Brigata Givati, nel plotone Latak. Le fonti aperte che abbiamo consultato lo descrivono come di ascendenza italiana; non abbiamo invece trovato una fonte istituzionale che permetta di affermare con certezza che possieda la cittadinanza italiana. È una distinzione importante, soprattutto quando si passa dalla denuncia politica alla possibile responsabilità giuridica.

Il materiale attribuito a Camisa e al suo reparto merita comunque attenzione. Un’inchiesta del giornalista palestinese Younis Tirawi, successivamente ripresa anche da altre testate e piattaforme di verifica, identifica Camisa insieme ad altri militari del reparto in immagini nelle quali compare un palestinese bendato. La stessa ricostruzione attribuisce a Camisa la registrazione di un episodio a Rafah nel quale un anziano palestinese viene fatto avanzare davanti ai militari e documenta immagini di due palestinesi detenuti e spogliati, uno dei quali anziano.

Tirawi riferisce inoltre di un video del 2 settembre nel quale Camisa, durante un barbecue in una base militare, avrebbe celebrato l’operato del proprio plotone dicendo che aveva «eliminato Gaza». Altre ricostruzioni basate sui contenuti social pubblicati dai militari attribuiscono a Camisa filmati GoPro delle operazioni a Deir al-Balah e Khan Yunis nei quali vengono effettuati raid in abitazioni palestinesi e aperto il fuoco durante le operazioni. Questi materiali costituiscono elementi giornalistici da verificare e, dove necessario, da sottoporre alle autorità competenti: non equivalgono da soli a una sentenza penale contro il singolo militare.

Ed è proprio qui che il caso diventa italiano.

Non parliamo infatti di qualche episodio isolato. Dati ottenuti attraverso una richiesta di accesso agli atti alle autorità israeliane hanno rivelato che 928 persone con cittadinanza italiana hanno prestato servizio nelle forze armate israeliane tra il 7 ottobre 2023 e marzo 2025: 828 con doppia cittadinanza italiana e israeliana e altre 100 titolari di ulteriori cittadinanze. I dati sono aggregati e non permettono di sapere chi sia stato dispiegato a Gaza, quale ruolo abbia ricoperto o a quali operazioni abbia preso parte. Sarebbe quindi scorretto attribuire automaticamente responsabilità a tutti questi militari. Ma sarebbe altrettanto difficile sostenere che il tema non riguardi direttamente lo Stato italiano.

Nel settembre 2025 alcune deputate avevano già chiesto al Governo informazioni sulla presenza di cittadini italiani nell’IDF. La risposta riportata successivamente dalla stampa fu che Israele non forniva informazioni sui propri militari impegnati a Gaza, indipendentemente dall’eventuale seconda cittadinanza. Nel frattempo il Parlamento ha continuato a interrogarsi anche sulla presenza in Italia di militari israeliani reduci dalle operazioni nella Striscia.

La domanda da porre è dunque molto precisa: quando emergono elementi concreti che riguardano un cittadino italiano sospettato di avere commesso gravi reati all’estero, chi verifica?

La legge italiana offre strumenti che rendono questa domanda tutt’altro che teorica. L’articolo 9 del Codice penale prevede, a determinate condizioni, che un cittadino italiano possa essere perseguito in Italia anche per delitti commessi all’estero. Quando il fatto è commesso contro uno straniero o uno Stato estero intervengono ulteriori requisiti, tra cui in diversi casi la richiesta del Ministro della Giustizia e la presenza dell’indagato nel territorio italiano. Non significa che ogni militare italiano nell’IDF debba essere automaticamente incriminato: significa esattamente il contrario, cioè che occorre accertare individualmente i fatti quando emergono elementi sufficienti.

Anche sull’arruolamento occorre evitare semplificazioni. L’articolo 288 del Codice penale punisce chi, sul territorio italiano e senza autorizzazione governativa, arruola o arma cittadini perché combattano al servizio di uno Stato straniero. Non rende invece automaticamente criminale il semplice fatto che un cittadino con doppia nazionalità svolga il servizio militare di un altro Paese. La legge sulla cittadinanza prevede inoltre che il Governo possa intimare a un cittadino italiano di abbandonare il servizio militare presso uno Stato estero; la perdita della cittadinanza può scattare se l’intimazione non viene rispettata.

Anche il paragone con i foreign fighters dell’ISIS va quindi formulato correttamente. Dopo l’ascesa dello Stato Islamico, l’Italia introdusse norme specifiche per perseguire chi si arruolava, organizzava trasferimenti o si addestrava con finalità di terrorismo. Una cittadina italiana, Maria Giulia Sergio, fu condannata definitivamente a nove anni per essersi unita all’ISIS. Ma l’IDF è l’esercito regolare di uno Stato e non un’organizzazione terroristica: le due situazioni non appartengono alla stessa categoria giuridica.

Questo, tuttavia, non crea alcuna immunità rispetto a eventuali crimini individuali. Un esercito regolare può commettere crimini di guerra e i suoi membri possono esserne personalmente responsabili. È qui che il confronto assume un significato politico: se l’Italia ha costruito strumenti molto penetranti per individuare i propri cittadini partiti a combattere con organizzazioni jihadiste, è legittimo chiedere che venga utilizzata la stessa attenzione investigativa verso qualsiasi cittadino italiano per il quale esistano prove concrete di possibili gravi crimini internazionali, indipendentemente dalla bandiera sotto cui abbia combattuto.

Il contesto rende la questione ancora più urgente. Nel settembre 2025 la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi ha concluso che le autorità e le forze di sicurezza israeliane hanno commesso genocidio contro i palestinesi di Gaza. Si tratta della conclusione giuridica della Commissione ONU, distinta da una sentenza definitiva della Corte internazionale di giustizia, ma fondata su due anni di indagini e sull’esame delle operazioni militari, delle condizioni imposte alla popolazione e delle dichiarazioni dei dirigenti israeliani.

Per questo la denuncia di Voce Ebraica per la Pace non dovrebbe esaurirsi in qualche fotografia sui social. Il passaggio successivo deve essere istituzionale: verificare l’identità e l’eventuale cittadinanza delle persone segnalate, conservare e autenticare il materiale digitale, accertare in quali reparti abbiano operato, verificare le condotte documentate e stabilire se vi siano fatti penalmente rilevanti perseguibili dall’Italia.

Non si tratta di chiedere processi sommari né di considerare colpevoli centinaia di persone sulla base della loro appartenenza all’IDF. Si tratta di chiedere esattamente ciò che uno Stato di diritto dovrebbe fare: indagare sui fatti, senza doppi standard.

Se l’Italia pretende responsabilità quando un suo cittadino parte per il Medio Oriente e partecipa ai crimini di un’organizzazione terroristica, la nazionalità delle vittime e l’identità dell’esercito responsabile non possono diventare il criterio con cui decidere se voltarsi dall’altra parte. La legge deve distinguere tra innocenti e responsabili individuali. Non tra guerre sulle quali è politicamente conveniente indagare e guerre sulle quali è preferibile non fare domande.

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